Giorgia Meloni (foto Depositphotos)

di BRUNO TUCCI

Giorgia Meloni, un anno dopo: gioie e dolori del suo governo. Visto da destra: “sono stati dodici mesi che hanno fatto migliorare l’Italia”. Da sinistra, al contrario: “ i problemi sono raddoppiati”. Siamo alle solite: le polemiche danno l’idea di un Paese dimezzato.

Giorgia Meloni un anno dopo

C’è un vincitore e un perdente? Non è facile rispondere a questo interrogativo, anzi è quasi impossibile, perché nessuno degli uomini o delle donne che siedono in Parlamento dice la verità sino in fondo. Così, la gente che dovrebbe orizzontarsi è meno informata di prima, anche perché i media stanno da una parte o dall’altra. Non dovrebbe essere questo l’atteggiamento di chi informa: l’imperativo categorico è essere terzi. Raccontare i fatti, verificare le “fake news”, criticare quanti non si attengono a questi principi sacrosanti della democrazia.

Si racconta ad esempio: “Giorgia è prigioniera del passato”, ma di quale passato si tratta? Se sivuol parlare di fascismo, dobbiamo ricordare agli smemorati che il “deprecato ventennio” è morto e sepolto da quasi ottant’anni. Il racconto degli avversari è naturalmente l’opposto: “Non hanno mai tradito il comunismo, è nel loro dna”. E’ chiaro che stando cos’ le cose, il Paese è in mezzo al mare.

C’è chi spera in una tempesta che travolga l’attuale maggioranza e chi, invece, narra di acque calme che rimarranno in questo modo per parecchi anni, almeno cinque: il tempo di una legislatura.

I problemi non mancano, sono innegabili. Lasciarli correre senza affrontarli sarebbe imperdonabile. Ma un conto è evidenziarli, un altro è gridare ai quattro venti che siamo alla vigilia di un tonfo economico addirittura senza precedenti. Parliamo di migranti, tanto per rimanere sul concreto.

La sinistra, per bocca del suo segretario Elly Schlein, sostiene che l’Italia dovrebbe aprire le porte a tutti. Non si deve temere l’invasione perché così non sarà. Smentendo addirittura, Ursula von der Leyen, presidente dell’Unione Europea, che in un suo recente viaggio a Lampedusa ha riconosciuto la pesante situazione che sta patendo il nostro Paese. Financo Emmanuel Macron, numero uno della Francia, è dovuto ritornare sui suoi passi affermando che l’Italia, dinanzi al fenomeno migratorio, non può essere lasciata sola. Ad esser sinceri pure il nostro premier, parlando del suo primo anno a Palazzo Chigi, ha ammesso che in questo campo i risultati sono stati inferiori a quel che l’esecutivo si aspettava. Allora, non sarebbe il caso di studiare il fenomeno e trovare insieme un quid che possa superare l’odierno stato di cose? No, l’opposizione è rigida e non ci pensa nemmeno a fare marcia indietro. Sostiene brutalmente: “Questo è un governo del tirare a campare”.

Tanto per essere più chiari se ne infischia di trovare gli antidoti e naviga a vista, sperando nella fortuna e nella pazienza degli italiani. Da Palazzo Chigi, si risponde a tono, ricordando due importanti decisioni: la fine del reddito di cittadinanza che aveva permesso ai nullafacenti di vivere alle spalle dello Stato. E l’abolizione del bonus, ovvero di quella legge che permetteva a tutti di ammodernare la propria abitazione senza spendere un solo euro. Anzi “guadagnando” quel cinque per cento da considerare come regalo. Questo orientamento è costato allo Stato decine di miliardi di euro che ora bisogna recuperare in vista della finanziaria.

Il braccio di ferro potrebbe continuare all’infinito con l’aumento della benzina che ha superato dappertutto i due euro al litro, i balneari, il Mes (ovverosia il meccanismo europeo di stabilità finanziaria), il Pos (altro acronimo) che vuol dire un punto di vendita, cioè alternativo ai contanti. Insomma, la musica è la stessa: i problemi si accavallano, il carrello della spesa aumenta, arrivare alla fine del mese è sempre più problematico. Dunque, invece di inveire in ogni modo contro l’avversario, perché non discutere pacatamente di ciò che affligge il Paese per trovare il bandolo della matassa e vivere tutti nel miglior modo possibile?

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