Il carcare (foto archivio Ansa)

di GIANLUCA PACE

Qualcuno passa e dà un’occhiata, qualcuno passa e si avvicina, qualcun altro passa, si avvicina, dà un’occhiata e si scatta un selfie. Dove? Davanti alla casa dei genitori di Filippo Turetta, il killer di Giulia Cecchettin. Esatto: davanti alla casa di Filippo Turetta, in quel di Torreglia, c’è chi tra un impegno e l’altro, sempre se li ha, decide di spendere un po’ di tempo per andarsi a fare un selfie davanti la casa dell’assassino. C’è da scommettere poi che il selfie sarà poi condiviso tra amici, social, parenti, chat.

“Spesso – racconta uno del posto al Corriere – vedo ciclisti che cercano la casa dei Turetta. Li vedi proprio che seguono le indicazioni del navigatore impostato sul telefonino. Una volta davanti ai citofoni dell’entrata laterale della palazzina, guardano il campanello della famiglia di Filippo, dove, tra l’altro, c’è ancora il nome del nonno defunto. Scuotono la testa e se ne vanno”.

Il nuovo sottogruppo italico: il ciclista che adocchia, indignato, il campanello della famiglia del killer. Da non confondere con l’altro sottogruppo: colui che si scatta un selfie con la palazzina sullo sfondo. Un po’ come quelli che durante un qualche misfatto riprendono invece che intervenire. Altro sottogruppo davvero sottovalutato. L’elenco dei reparti d’élite nostrani sarebbe d’altronde sterminato.

E così dopo i selfie con all’orizzonte la Costa Concordia naufragata, dopo i selfie tra i viali, e che viali, di Avetrana, dopo i selfie a Erba, Novi Ligure e Cogne ecco il nuovo must di tendenza: il selfie a casa Turetta.

Il turismo del dolore, lo chiamano. Il turismo dell’idiozia umana andrebbe invece chiamato per precisione.