Michele Schiavone (Cgie)

Le tanto attese elezioni europee dovevano avviare una nuova fase politica per cambiare profondamente le istituzioni comunitarie, tale da segnare uno spartiacque con il passato a livello di rappresentanza parlamentare, invece gli esiti elettorali hanno prodotto una frammentazione dei gruppi rispetto alla composizione degli emicicli di Bruxelles e Strasburgo.

Le forze politiche tradizionali mantengono a stento le percentuali che hanno caratterizzato l’ultima legislatura e che renderanno difficile la composizione di una maggioranza. A fronte degli auspici e dei desiderata programmatici, ai quali hanno lavorato negli ultimi mesi i vari partiti, dalle prime impressioni si percepisce l’alto tasso di astensionismo. Una forma di rigetto e di apatia.

Vanno ricercate le cause della mancanza di percezione del ruolo delle istituzioni europee nonostante i passi avanti legislativi compiuti negli ultimi quarant’anni, da quando i cittadini comunitari partecipano a scegliere i propri rappresentanti. C’è da chiedersi da dove nasce l’euroscetticismo che li tiene lontani dalle decisioni e quale potrebbe essere la medicina per dare all’Europa istituzioni più credibili, rappresentative e qualificanti?

EUROSCETTICISMO E DISINTERESSE

Lo stesso ragionamento va affrontato parlando dei cittadini europei “mobili” residenti in uno dei 27 paesi comunitari diversi da quello di origine. Si tratta di un numero considerevole stimato attorno ai 20 milioni, potenzialmente più numeroso di alcuni singoli paesi componenti l’Unione europea. Gli aventi diritto, tra i nostri connazionali residenti in Europa, in questa tornata elettorale erano 1'676'123 e solo 127.926 di loro, pari al 7,6%, si sono recati in uno dei 237 seggi elettorali allestiti nelle ambasciate, negli Uffici consolari e negli Istituti di cultura. Alle condizioni date, che limitano la partecipazione e costringono gli elettori a spostamenti di diverse centinaia di chilometri per esprimere il proprio voto, ci si chiede se il gioco valga la candela e se sia sostenibile o giustificabile una tale scelta. Senza informazione e senza una reale campagna elettorale, con la riduzione del 50% dei seggi elettorali, rispetto al 2014, causata dal taglio di 2'000'000 di euro per lo svolgimento elettorale, il voto nei seggi all’estero oltre ad assumere la forma di una forzatura così come avviene oggi, rappresenta una farsa e una spesa inutile. Per non parlare delle disfunzioni amministrative causate dalla gestione di due diversi ministeri: il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale e quello dell’Interno che produce i registri degli elettori.

IL CGIE INCALZA I GIOVERNI ITALIANI

Da tempo il Consiglio generale degli italiani all’estero incalza i governi di turno a riconsiderare le attuali modalità del voto europeo per i nostri connazionali all’estero. Per favorire l’interazione dei cittadini residenti nell’UE con le istituzioni locali e nazionali dei nuovi paesi d’insediamento e rafforzare lo spirito della cittadinanza europea, è indispensabile agevolare la loro partecipazione nelle scelte delle rappresentanze ed, eventualmente, sopprimere il voto per le liste del paese d’origine. In ogni modo entro il 2025 anche l’Italia dovrà adeguarsi alla direttiva europea, che prevede la partecipazione elettorale degli europei all’estero già per il prossimo rinnovo del parlamento europeo mediante il voto per corrispondenza o telematica. Per quell’appuntamento l’Italia dovrà decidere come far partecipare i nostri connazionali residenti nel Regno Unito, in Svizzera e in altri paesi europei non membri dell’Ue. Le elezioni europee, che per la loro transnazionalità sarebbero paragonabili alle elezioni politiche nella circoscrizione estero, potevano diventare un banco di prova per facilitare l’introduzione di nuove modalità di voto o migliorare le pratiche elettorali esistenti dal 2003 creando le condizioni per aumentare la partecipazione elettorale all’estero ed estendere l’effettività del voto, che ancora una volta non ha superato il 10% come in tanti auspicavano. Nei paesi piccoli la partecipazione è stata buona perché le distanze per raggiungere il seggio erano sostenibili. Tra i paesi più grandi solo in Francia la partecipazione sfiora il 9 per cento. Belgio, Spagna, Regno Unito e Germania è ai livelli del 2014: appena sopra il 6%.

LA PARTECIPAZIONE DEGLI ITALIANI NEI PAESI UE

AUSTRIA - votanti: 4.927 su 24.244 (20,32%); BELGIO - votanti: 13.451 su 217.632 (6,18%); BULGARIA – votanti 302 su 2.061 (14,65%); CIPRO – votanti 234 su 1.059 elettori (22,10%); CROAZIA – votanti 753 su 13.684 (5,50%); DANIMARCA – votanti 1.140 su 6.565 (17.36%); ESTONIA – votanti 90 su 314 (28,66%); FINLANDIA – votanti 360 su 2.641 (13,63%); FRANCIA – votanti 27.601 su 310.225 (8,9%); GERMANIA – votanti 36.274 su 592.282 (6,12%); GRECIA – votanti 977 su 9.540 (10,24%); IRLANDA– votanti 1.889 su 14.831 (12,74%); LETTONIA – votanti 219 su 447 (48,99%); LITUANIA– votanti 67 su 159 (42%); LUSSEMBURGO – votanti 3.262 su 18.162 (17,96%); MALTA – votanti 630 su 4.446 (14,17%); PAESI BASSI – votanti 3.989 su 34.826 (11,45%); POLONIA – votanti 642 su 4.629 (13,87%); PORTOGALLO – votanti 2.077 su 9.929 (20,92%); REGNO UNITO – votanti 17.448 su 266.262 (6,55%); REPUBBLICA CECA – votanti 984 su 4.463 (22%); ROMANIA– votanti 408 su 7.329 elettori (5,57%); SLOVACCHIA – votanti 203 su 1.212 (16,7%); SLOVENIA – votanti 402 su 4.472 elettori (8,99%); SPAGNA – votanti 7.561 su 111.973 elettori (6,76%); SVEZIA – votanti 993 su 10.006 (9.92%); UNGHERIA – votanti 631 su 2.910 elettori (21,68%). L’esito di queste votazioni dovrebbe spingere il governo a calendarizzare la riforma elettorale nella circoscrizione estero. Il Cgie ha già formulato proposte di modifiche legislative ed è già pronto a far la sua parte sia quando il dibattito sulla riforma costituzionale tornerà nelle aule parlamentari in estate, sia in merito alla riforma delle modalità di voto annunciata dalla commissione Affari costituzionali per la fine di giugno.

MICHELE SCHIAVONE SEGRETARIO GENERALE CGIE

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