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Siamo in anno di celebrazioni leopardiane, perché ricordiamo che duecento anni fa il grande poeta scrisse una delle sue piú belle poesie: L’Infinito ("Sempre caro mi fu quest’ermo colle..."). È inevitabile che in questa atmosfera di rimembranze, mi tornino a mente storie del passato, quando tra i banchi di scuola del Liceo Umberto I di Napoli la Professoressa Staro ci insegnava i momenti piú importanti della letteratura italiana. Cosí conoscemmo autori - oggi forse demodé o oldfashioned - come Pascoli, Carducci e lo stesso Manzoni. Ma fu anche il momento in cui cominciammo a leggere la Divina Commedia e le poesie di Leopardi, senz’altro i due momenti piú alti della scrittura del nostro paese. Erano tempi in cui leggevamo, leggevamo tanto. La televisione era modesta e in bianco e nero; non esistevano molte distrazioni fuori del pallone. E quindi leggere era una scelta di vita per molti adolescenti. Leggevamo cose serie, quelle che ci insegnavano a scuola, ma di nascosto altri libri costruivano la nostra sensibilitá e il nostro carattere.

Tra gli autori piú torridi, quelli che cioé ci ponevano in contatto con la vita reale e gli amori tossici, c’era Hemingway, a cui naturalmente la Professoressa Staro dava poca importanza. Con i compagni di scuola si parlava dei nostri libri. Ricordo specialmente le lunghe conversazioni con Carlo, il mio amico piú caro, che era un gran tifoso di Leopardi, al punto di considerarlo superiore allo stesso Dante Alighieri. Naturalmente a me - forse per il mio carattere -, Leopardi sembrava troppo triste e troppo semplice, e quindi ero portato a leggere i canti dell’Inferno, che avevo a casa in una splendida edizione illustrata con terribili e truculenti disegni rinascimentali. Sfogliavo spesso le pagine dell’Inferno; del Purgatorio e del Paradiso avevo letto qualcosa, ma non c’era il colore, l’azione e i terribili peccati dell’Inferno. Il Paradiso mi sembrava addirittura un po’ troppo noioso e stucchevole.

Carlo aveva ricevuto per l’ultimo suo compleanno che ci vide insiemre, prima di partire io per l’Uruguay, un libro con copie facsimilari di alcune delle poesie di Leopardi. Lui diceva che Leopardi era il poeta della vita, con il suoi dolori, le sue difficoltá, le sue speranze. Mentre Dante ci mostrava un universo colorito ma falso, e troppo legato al passato, Leopardi era un contemporaneo. Io ribattevo che Dante usava storie curiose e strane, per mostrare complesse realtá di ogni tempo, dietro la finzione. Oggi torno a leggere ogni tanto le poesie del piccolo gigante di Recanati e riconosco che forse Carlo aveva ragione. Nell’Inferno c’erano tante storie belle, ma in nessuna di esse oggi mi rifletto. Invece nella sensibilitá e nel dolore del Leopardi ci sono tanti momenti della mia vita e della vita degli altri. Dante Alighieri fu un grande poeta del passato, il piú grande senz’altro di quel passato; ma Leopardi scrive e lo leggiamo oggi come un contemporaneo. Nella sua poesia c’é tanto della nostra vita, con le piccole certezze del presente e i grandi dubbi sul futuro.

La poesia del Leopardi é universale perché é attuale in ogni epoca. E mentre scrivo penso alla piú bella delle sue poesie (almeno per me) scritta poco prima di morire: Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, quel "canto notturno" il cui il poeta parla con la Luna: "Che fai tu luna in ciel?, dimmi. dimmi, che fai, silenziosa luna?". E il poeta si chiede sull’umana esistenza, sul senso della vita, sul nostro girovagare a volte tanto simile a quello della luna nel cielo. Carlo - napoletano doc - ricordava con orgoglio che Leopardi era venuto a morire a Napoli, forse alla ricerca di un amore o semplicemente del sole, che tutto fa piú bello. Un sabato mattina, prima di partire io da Napoli, mi convinse di andare a visitare la tomba di Leopardi. Di buon mattino scendemmo a Piedigrotta dal Corso Vittorio Emanuele II. Carlo portava sottobraccio il suo libro di poesie. Arrivati ai piedi della Grotta, ci avviamo per una breve salita fino a raggiungere la chiesa omonima e subito dopo entrammo nel Parco Virgiliano, cosi detto perché ospita la Tomba di Virgilio.

Superata la tomba del grande poeta latino, appari la tomba di Leopardi: la ricordo como una maestosa ara romana, all’interno di una grotta in pietra di tufo. Sull’altare del monumero si leggeva in lettere maiuscole il nome del poeta, che morí a Napoli nel 1837. Carlo aprí solennemente il suo libro ad una pagina segnata con un pezzetto di carta e recitó con voce solenne: "Tra questa Immensitá si annega il pensier mio e il naufragar mi é dolce in questo mare". La cerimonia fu breve e tornammo a casa con il sapore di aver attraversato la barriera del tempo ed essere vissuti - anche solo per un istante - nell’infinito.

JUAN RASO

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