Ci voleva una scarpa italiana per resistere all’impeto di Nikita Kruscev. Era il 12 ottobre 1960, Kruscev era non solo Segretario del Partito Comunista, ma anche Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Unione Sovietica, e in occasione di una riunione dell’Assemblea dell’ONU sbatté ripetutamente sul tavolo la sua scarpa per dimostrare, concretamente, palesemente tutto il suo disappunto verso l’intervento del delegato filippino che parlava di dominazione sovietica sui Paesi dell’Europa dell’Est. La scarpa era un "capolavoro" di Angelo Litrico. Ancora si parla di leggenda, tante le ipotesi, ma un video conferma che non si trattava di un pugno come asseriscono alcuni (anche perché, vista la forza con cui viene sbattuto sul tavolo… impossibile pensarlo), ma di una calzatura Made in Italy. Elegante, chiara, con i lacci e soprattutto… resistente! La scarpa italiana è "raccontata" nel romanzo "Il calzolaio di Vigevano" di Lucio Mastronardi, il primo della trilogia che narra anche "Il maestro di Vigevano" e "Il meridionale di Vigevano".

Nelle pagine di Mastronardi si svolge la storia di famiglie che nella provincia di Pavia hanno trovato nella scarpa lo strumento per affermare l’abilità dei nostri artigiani e per risollevare le sorti economiche di intere zone. Non a caso, fino agli anni Sessanta, era proprio questa città a privilegiarsi del titolo di "capitale mondiale della calzatura": basti dire che nel 1960, dalle sue fabbriche nascevano oltre 12 milioni di paia di scarpe e circa la metà era destinata ai mercati esteri. E un designer di Vigevano, Armando Pollini (è doveroso ricordare che una sua creazione, la décolleté "Cloudy" è esposta al Metropolitan Museum di New York), grazie ad accurate ricerche, ha confermato che il particolare "tacco a spillo", amatissimo dalle donne, non è nato nel 1954 in Francia, ma in Italia, ovviamente a Vigevano; il prototipo venne presentato nel 1953 in anteprima mondiale durante la XVI Mostra mercato internazionale delle calzature, sempre a Vigevano.

Nonostante la sua totale mancanza di praticità, in molte non volevano rinunciare a quello che è diventato quasi un simbolo di femminilità, ed erano disposte a rischiare cadute, slogature pur di indossare quel tacco sottilissimo. Ma grazie all’intuizione di abili artigiani, alla struttura in legno venne "affiancata" un’anima in alluminio (come documenta una foto esposta al Museo Internazionale della Calzatura di Vigevano), ed il pericolo che il tacco si spezzasse per la sua fragilità, venne superato. E tanto per restare a Vigevano, nel Museo dedicato alla scarpa, è esposto il modello di una décolleté con tacco a spillo scagliato da Anita Ekberg, indimenticabile protagonista de "La dolce vita", contro i paparazzi. Un’attività, quella del calzolaio, spesso citata nella letteratura a conferma di quanto sia radicata nel nostro Paese.

Calzolaio è anche il papà di una delle protagoniste de "L’amica geniale" di Elena Ferrante, e questa volta siamo nel napoletano, altra importante area dedita alla realizzazione di scarpe grazie alle circa 150 realtà che creano calzature di alta qualità, cui ricorrono i più famosi marchi italiani, e destinate prevalentemente al mercato di lusso di Paesi come Russia, USA, Svizzera, Canada, Giappone… Oggi, uno dei distretti più fecondi, conosciuti ed apprezzati del settore, è quello delle Marche, in particolare della zona Fermo-Macerata, cui l’Eurispes ha dedicato l’accurato studio "Strategie di difesa attiva del Made in Italy calzaturiero" che ribadisce, tra l’altro, il valore del settore e quindi la necessità di tutelarlo in quanto uno dei pilastri dell’economia manifatturiera italiana. "L’Italia – si legge nella ricerca – è il primo Paese europeo per produzione: nel 2017 generava circa un terzo dei volumi complessivi della produzione continentale. A livello mondiale, l’Italia è decima per il numero di paia di calzature prodotte e terzo esportatore per il valore della produzione dopo Cina e Vietnam".

Secondo il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fava, il distretto fermano-maceratese "rappresenta un patrimonio nazionale, fonte di valore economico, sociale e culturale unici al mondo, nella scarpa come negli altri settori di produzione che lo alimentano. Un sistema-moda come quello italiano, capace di generare 90 miliardi di valore con oltre 500.000 addetti sul territorio nazionale, rappresenta non solo un asset economico, ma forse, soprattutto, un patrimonio sociale e culturale che non può essere sacrificato sull’altare di una globalizzazione selvaggia". Bastano questi dati per ribadire la necessità di tutelare il settore, auspicata dallo studio dell’Eurispes e sottolineata dal presidente della Camera di Commercio delle Marche, Gino Sabatini, che definisce lo studio una "solida piattaforma sulla quale le imprese del distretto calzaturiero fermano-maceratese possono fondare il proprio rilancio, "ma anche una preziosa e chiara indicazione di policy nazionale per l’intero comparto, attraverso la quale Governo, imprese, parti datoriali e sociali possono, evitando inutili frammentazioni, costruire soluzioni condivise efficaci".

Intanto, ricordiamo che secondo i dati di Assocalzaturifici, nel 2018 sono stati prodotti 184 milioni di paia di scarpe per un valore di 7,86 miliardi di euro. Solo il 15% del totale (27,5 milioni di paia) è destinato al mercato interno. Il valore dell’export nel 2018 ha raggiunto quasi i 10 miliardi di euro. Nonostante ciò, rispetto a dieci anni fa, il volume del venduto è diminuito dell’8,4% e il valore del 27,9%. Proprio il presidente di Assocalzaturifici, Siro Badon, in rifermento allo studio realizzato dall’Eurispes, ha ribadito che per difendere il Made in Italy calzaturiero, gli addetti ai lavori chiedono un maggiore impegno alla politica e alle istituzioni, affinché sia approvata, a livello europeo, una norma che introduca "l’informazione di origine obbligatoria. Se il valore fondante dei nostri prodotti risiede nell’autenticità dell’eccellenza di chi lo produce, è indispensabile che in Europa venga garantita assoluta trasparenza". Una riforma che deve diventare una priorità politica del Governo, perché una norma sul "Made in" è necessaria per tutelare l’impresa che crea valore e sviluppo nel territorio in cui è radicata la cultura del lavoro.

Il presidente di Assocalzaturifici ha anche evidenziato il fatto che pur se produrre in Italia non è conveniente per via del costo del lavoro, è comunque irrinunciabile anche se continuano a sussistere infinite incertezze giuridiche-legislative. "È irrinunciabile produrre in Italia – ha spiegato Siro Badon - perché i clienti di tutto il mondo e i più importanti brand della moda sono disposti a riconoscere un premium price al Made in Italy. Se non vogliamo perdere terreno sui mercati internazionali e pagarne le conseguenze con un altissimo costo in termini economici e sociali, non c’è altra scelta che far valere le ragioni del nostro patrimonio industriale in campo internazionale". In generale, si tratta di numeri, valori in positivo, eppure nel corso di quest’anno si è registrato un calo nell’export per 4 imprese su 10. Nel dettaglio, l’indagine condotta dall’Eurispes ha rilevato che su 83 aziende calzaturiere, nel 2018 quasi 6 aziende su 10 (59,7%) del distretto fermano-maceratese hanno registrato un fatturato tra 1 e 5 milioni di euro. Per il 36% delle imprese intervistate il fatturato è rimasto stabile o è calato rispetto all’anno precedente; per il 26,5% ci sono stati segnali di ripresa.

Il mercato estero da sempre rappresenta un’importante "voce" in questo settore, tanto che per il 45,1% delle aziende, il fatturato è largamente legato alle vendite effettuate proprio all’estero, mentre per tre su dieci (30,5%) il fatturato delle esportazioni è minimo o nullo. Ben il 42,7% ha dichiarato che prima del 2009, il fatturato derivante dall’export pesava maggiormente rispetto ad oggi. Tra gli aspetti che fanno di questo un settore vincente sui quali i produttori continuano a puntare, da citare la qualità, (84,3%), un adeguato servizio al cliente (49,4%) e il prezzo (36,1%). Secondo quanto rilevato nell’indagine, quasi la totalità (94%) di chi opera nel distretto ha dubbi sull’efficacia della tutela europea nei riguardi del Made in Italy, mentre circa la metà (49,4%) ritiene che la presenza di un marchio legato al territorio italiano rappresenti un’efficace tutela per i prodotti. In particolare, l’istituzione di una legge che possa permettere di applicare il Made in Italy sulla scarpa, viene vista come un aspetto positivo che potrebbe aiutare ad attrarre maggiori investimenti stranieri (35%), aumentare i volumi delle vendite (32,5%) e i volumi produttivi (16,9%). L’88% dei player intervistati sarebbe favorevole alla creazione di un ente certificatore che controlli e definisca i requisiti per disciplinare l’apposizione di marchio Made in Italia su un prodotto calzaturiero.

Dal punto di vista dei consumatori, invece, ciò che contraddistingue le scarpe Made in Italy sono l’artigianalità della produzione (49,6%), il riconoscimento della durata nel tempo (26,5%) e la realizzazione di prodotti con materiali ricercati e di alta qualità (26,4%). È importante considerare, in questo senso, che più di otto intervistati su dieci (82%) sono disposti a pagare un prezzo abbastanza o poco superiore per le scarpe Made in Italy, rispetto ad un prodotto privo di tale indicazione. E per chiudere parlando di prezzi… sono sempre italiane le scarpe più costose al mondo, ovvero i sandali in oro e diamanti del designer Antonio Vietri che per questo "gioiello" ha utilizzato anche un frammento di asteroide ritrovato in Argentina nel 1957. Non a caso, Vietri è definito "il calzolaio d’oro" visto che ama realizzare scarpe di lusso, anzi, di gran lusso, tanto che i suoi affezionati clienti sono negli Emirati Arabi. E forse in omaggio a questa clientela, il tacco delle Moon Star Shoes evoca il Burji Khalifa, ovvero il grattacielo che con i suoi 830 metri di altezza è più alto al mondo e svetta proprio nel centro di Dubai. Il costo delle Moon Star Shoes? 19 milioni di dollari. Anzi, esattamente 19,9 milioni di dollari.

Giovanna Chiarilli

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