Siamo soli a Napoli, in questa antica città che ci avvolge con i suoi miasmi e i suoi veleni, che ci annichilisce con la sua violenza feroce e gratuita, che annulla la speranza di un futuro migliore, diverso, dall’angoscia quotidiana che opprime e vanifica da sempre la sua nobiltà di spirito: oggi soltanto una bellezza sporca, lorda di sangue. Siamo soli, perché dimentichiamo, distratti e svogliati, che i momenti di aggregazione sociale, le scintille fulgide della nostra umanità e dignità si spengono col tempo di una candela. Una fiammata di coraggio tardivo che si liquefa come cera, un presenzialismo di affetto e comprensione, fine a se stesso, per non aggravare di ulteriori rimorsi una comune coscienza, pavida, arroccata a difesa della propria solitudine interiore, nella vana ricerca di una catarsi al menefreghismo ed al “lazzarume” imperante. Un’altra eredità spagnola, da “làzaro”, cencioso e sporco, feccia della società, parola “coniata” in riferimento al Lazzaro evangelico, ma che al contrario del risorto, continua a vegetare in uno stato di “povertà” mentale, di uno “status” di dipendenza e di terrore verso qualsiasi forma di potere infame.

Il killer e suo fratello sono stati arrestati finalmente. Non uso la parola “presunto” per non indulgere alle baggianate del garantismo di maniera, di un falso perbenismo. Come dovremmo chiamare, altrimenti, un vigliacco che quasi calpesta il corpicino della piccola Noemi, a terra, immersa nel suo sangue, strafottente, senza onore e senz’anima? Non avevamo dubbi sulla matrice camorristica dell’ennesimo tragico episodio di questo “serial infinito” delle faide napoletane. La scelta del killer, in pubblico, in un’ora emblematica per le abitudini del quartiere, era più di una vendetta privata, significava un monito, un’affermazione di potere, la dimostrazione dello “sciagurato e vergognoso carisma” della famiglia d’appartenenza, ed anche un “memento” minaccioso per ricordare la legge dell’omertà. Per la loro storia, per il degrado civico e culturale in cui crescono, come le loro migliaia di epigoni, sono già morti, sono “zombie” che camminano con sembianze umane, procreati ed allevati per continuare le gesta criminali della famiglia, sostituendo i padri in carcere, adoranti esecutori di madri “janàre”, ancora più spietate. Si “strafanno” di cocaina, per annullare definitivamente, se ce ne fosse traccia, una flebile parvenza d’umanità, e darsi quel “coraggio artificiale” per continuare a uccidere, per sperare di sopravvivere all’adolescenza. Novelli “kamikaze” pronti a dare e sfidare la morte, quando balzano fuori dalle trincee del clan, dal filo spinato, dai fortini oscuri, dal “kitch” hollywoodiano delle loro tane, piene di cd che esaltano Gomorra, Scarface, Dillinger o quel sifilitico di Al Capone.

La storia insegna che Napoli, come altre metropoli che hanno perso la propria identità originaria, è il “capitolo partenopeo” di un romanzo criminale, di una eredità da suburbio, di una abitudine alla violenza ed alla sopraffazione, che troppo spesso ha goduto di una percezione oleografica e di un romanticismo “guappesco” d’infima categoria. La scarsa serietà e considerazione con cui è stata studiata, per decenni, quest’anima genetica di un popolo asservito e pluridominato, con un afflato di nobile grandezza solo con Federico II, ha prodotto questo miscuglio di passione e violenza, di tragedie e commedie, di “grassatori” e derelitti. È questo che fa paura. Una deriva senza fine verso il nulla, la presenza genetica di una volontà distorta, che accomuna alle radici, prevaricatori e vittime, e non infonde fiducia nel cambiamento, argomento prediletto per dichiarazioni ufficiali e auspìci senza sostanza. Siamo soli a Napoli, siamo stanchi ed impauriti, ci rifugiamo nella nostra inutile “fortezza” privata, nel silenzio della nostra debolezza morale, ma ci mimetizziamo anonimi nella folla orante ed indignata, con in mano la fiaccola dei rimorsi, sperando che il “risveglio” e il respiro libero di Noemi ci riporti il miracolo di una “bellezza” perduta.

ANONIMO NAPOLETANO