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A questo punto, dopo l’ultimatum del presidente Conte e il suo appello alla responsabilità, siamo ormai all’accanimento terapeutico. Nonostante l’intesa di comodo sullo sblocca-cantieri, pateracchio o inciucio che dir si voglia, in realtà il governo giallo-verde è in preda al caos, boccheggia e rischia il collasso da un momento all’altro. E insieme all’esecutivo, rischia purtroppo tutto il Paese, insidiato da una crisi economica e finanziaria che potrebbe esplodere sulle nostre teste con la violenza di uno tsunami. La verità è che questo ircocervo politico, questo mostro a due teste, questo ibrido artificiale non doveva mai nascere. Non solo perché i due partner di governo, il Movimento 5 Stelle e la Lega, s’erano presentati da avversari alle ultime elezioni politiche, su fronti contrapposti: l’uno come forza anti-sistema e l’altra come componente della vecchia coalizione di centrodestra. Ma soprattutto perché le differenze che li caratterizzano, al di là del populismo propagandistico, sono in realtà di ordine genetico. Riguardano i loro rispettivi Dna che li rendono di fatto incompatibili.

Nessun responso popolare ha legittimato l’unione innaturale fra Cinquestelle e leghisti. Il loro matrimonio di convenienza s’è consumato “ex post”, come quei matrimoni riparatori che vengono celebrati per salvare l’onore familiare, nella forma di un “contratto di governo” che corrisponde a un reciproco interesse. Ma il peggio è che in questo modo si sono saldati e sommati i due populismi, rappresentati emblematicamente dai provvedimenti-bandiera del reddito di cittadinanza e di “quota cento”, aprendo una fase gravida di incognite e di incertezze su cui incombe ora il verdetto dell’Unione europea sulla procedura d’infrazione per debito eccessivo. Si poteva fare diversamente? C’era un’altra maggioranza possibile in Parlamento? L’ipotesi di un accordo fra M5S e Pd era impraticabile? Abbiamo già scritto in altre occasioni che, a nostro parere, si poteva e si doveva fare diversamente, per tenere separati e distinti i due populismi. Magari affidando un incarico esplorativo prima a Matteo Salvini in quanto leader della coalizione vincitrice e poi eventualmente, in caso di un suo fallimento, a Luigi Di Maio in quanto leader del partito maggiore. Per approdare, in ultima istanza, all’esito che il presidente della Repubblica aveva praticamente già prefigurato, convocando al Quirinale Carlo Cottarelli per guidare un “governo di salute pubblica”, anche di minoranza, correggere il bilancio dello Stato e riportare il Paese alle urne, possibilmente con una nuova legge elettorale.

All’indomani delle elezioni, ci saremmo risparmiati così tre mesi di attesa e di trattative estenuanti. E poi, avremmo evitato un anno di corsa folle sulle “montagne russe”, fra tensioni, liti e ripicche che ora minacciano di spingere l’Italia nel baratro. Ma ancor più avremmo impedito che la miscela dei due opposti populismi diventasse esplosiva, innescata dallo strabismo politico di questa maggioranza posticcia, in una gara concorrenziale al rialzo sulla pelle del popolo italiano. Arriverà forse il giorno in cui dovremo ammettere che qualsiasi altra soluzione sarebbe stata migliore. Il risultato fallimentare è che tutti i parametri dell’economia nazionale sono peggiorati rispetto a un anno fa: la crescita è pari a zero, il debito pubblico cresce come una metastasi, il rapporto deficit/Pil aumenta, la disoccupazione non regredisce. E nel frattempo abbiamo dovuto assistere anche alla farsa, francamente indecente, di un Istat filo-governativo che prima delle elezioni ha diffuso una previsione positiva sull’andamento dei conti pubblici e pochi giorni dopo è stato costretto a smentire se stesso, rischiando di perdere la credibilità e la faccia.

L’”anno bellissimo” annunciato pochi mesi fa trionfalisticamente dal premier Conte rischia così di diventare un “annus horribilis”, declassando i titoli di Stato – con cui dobbiamo finanziare il nostro mostruoso debito pubblico – sotto il livello di quelli greci e portoghesi, al limite del “default”. Per completare il quadro, nell’arco di un anno la Lega s’è affrancata dalla tutela berlusconiana e ora si candida a guidare l’alleanza di centrodestra, Salvini è diventato il “salvatore della Patria” di cui questo Paese è sempre in cerca e si sono invertiti i rapporti di forza fra il Carroccio e il M5S. Un “vampirismo politico” che ha dissanguato i Cinquestelle, fino a mettere in discussione la stessa leadership di Di Maio come capo politico del Movimento, oltre che vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, salvato “in extremis” da un referendum virtuale celebrato online sulla controversa “piattaforma Rousseau”. È stata un’emorragia di circa sei milioni di voti che difficilmente i grillini riusciranno a recuperare in futuro.

Se il governo giallo-verde, dunque, non doveva mai nascere, dobbiamo concludere che adesso sarebbe inutile e dannoso mantenerlo in vita artificialmente, sotto la tenda a ossigeno, in rianimazione. Anche se il codice degli appalti verrà sospeso per due anni e i cantieri saranno sbloccati, non mancheranno verosimilmente altri intoppi e dissensi sulla strada dell’esecutivo. Da qui alla fine della legislatura, Salvini può anche avere interesse a rafforzarsi ulteriormente a spese e a danno di un partner in crisi. Ma al contrario i Cinquestelle, detenendo tuttora il maggior numero di seggi nelle due Camere, non hanno alcun motivo per continuare a donare sangue ad alleati pronti ogni giorno a sparare un “fuoco amico”. Prima i grillini staccheranno la spina al governo, meglio sarà per loro e per il Paese. In questo Parlamento, esiste sulla carta una maggioranza alternativa, quella fra M5S e centrosinistra, a cui si potrebbero aggiungere i voti di Liberi e Uguali. Una maggioranza numerica che non sarebbe certamente più eterogenea di quella giallo-verde. E se al momento non si può o non si vuole realizzarla, in preda alla sindrome del “cupio dissolvi” o del tanto peggio tanto meglio, non resta allora che restituire quanto prima la parola ai cittadini per rimettersi al loro responso.

GIOVANNI VALENTINI