Un libro in due parti, “L’oca d’oro. Commedia dell’Arte e del Mistero”, è stato pubblicato da Einaudi nella “Collezione di Teatro” a 41 anni dall’assaggio avvenuto al Teatro Tenda di Roma nel 1978, presente Eduardo De Filippo, in embrione all’evento “Lieta serata con Eduardo e i suoi compagni d’arte”, presentatore Vittorio Gassman che definì l’operina inedita “una pulcinellata”. In quel libro è contenuta tutta la maestria di teatro totale tipica di Roberto De Simone, un teatro che è recitazione, canto, effetti scenici, che contiene tutte le lingue, che è generoso, vitale, scolpito dallo stupore e dalla potenza del sogno. Un teatro luminoso, semplice e complesso, permeato di magia e di energia. Forgiato, per dirla con Ruggero Cappuccio, “nell’idea di una convivenza sensuale tra alto e basso, eternità e attimo, sopra e sotto, documento e invenzione”.

Nel libro di De Simone tutto ha inizio con un prete, un medico e alcuni commedianti al capezzale del loro capocomico moribondo. Frasi di circostanza, un po’ di impazienza per l’agonia troppo lunga. Poi, proprio quando il polso sembra fermarsi, il moribondo riesce faticosamente a parlare. Rimprovera gli attori, li dispone in modo che non lo «impallino», gli spiega che quando lui dice «non piangete!» loro devono piangere più forte, fa ingrandire il suo nome al centro del manifesto che annuncia la sua morte come fosse una locandina e infine muore davvero invocando, con le ultime parole, l’applauso. Con questa scena spassosa, parodia dell’attore di ogni tempo, inizia “L’oca d’oro. Commedia dell’Arte e del Mistero”, una vera e propria summa del teatro secondo De Simone. Dalla commedia dell’arte a Molière, da Shakespeare a Goethe, da Pirandello a Brecht, da Scarpetta a Totò, le scene comiche che si susseguono sono invenzioni che evocano una tradizione colta e popolare, lingue e dialetti diversi, canzoni e madrigali riscritti con la consueta e affascinante filologia creativa di De Simone.

Compositore e regista, studioso delle tradizioni musicali ed etnomusicali napoletane e campane del Seicento e Settecento, da lì ha tratto spunti per spettacoli teatrali di grande brio e originalità, fra cui “La gatta Cenerentola”, realizzata nel 1987 con la Nuova Compagnia di canto popolare, con la quale ha collaborato a lungo, ma anche “Mistero napoletano” e “Opera buffa del Venerdì Santo”. Fra i lavori più importanti rammentiamo anche “Giovanna dei Misteri” (1989), “Requiem in memoria di P.P. Pasolini” (1989), “Lauda intorno allo Stabat” (1992). Come regista ha curato anche alcune interessanti riprese pergolesiane (Il Flaminio 1982-84; Lo frate ‘nnammorato). In questi giorni De Simone ha compiuto 86 anni nella bella casa dal tempo sospeso di via Foria, assieme a pochi intimi. Un evento dimenticato da gran parte dei media che ancora considerano De Simone una sorta di “grillo parlante”, un artista dall’intelligenza scomoda e inascoltata, la cui voce di pensatore etico mal si conforma al caos politico e di consorterie di questo periodo.

Il maestro napoletano, la festa di popolo l’ha avuta il 7 luglio al Palazzo Reale di Capodimonte con il grande concerto sinfonico corale – quattro orchestre sistemate con effetto stereo in quattro angoli del belvedere, quattro pianoforti, più di cento coristi, la voce solista di Anna Rita Gemmabella, sul podio il nipote Alessandro De Simone – che ha inaugurato il “Luglio musicale”. De Simone, neo Cavaliere di Gran Croce (l’onorificenza del Quirinale gli è stata appuntata in serata dal direttore del Museo e del Real Bosco di Capodimonte Sylvain Bellenger) ha messo in scena un lavoro a cui pensava da quarant’anni immaginando come scenario, come ha confessato, i Giardini di Boboli a Firenze: “L’ho strutturato attraversando tre secoli, il Settecento con Mozart, l’Ottocento con De Leva, ottimo musicista oggi poco frequentato, e la nostra epoca con una mia composizione”. Un sogno ad occhi aperti per chi ha assistito ad uno spettacolo unico, travolgente, partorito dal genio di un compositore che si dichiara “metastorico con un piede nel passato e un altro proiettato nel futuro”.

Un canto d’amore per un mondo apparentemente felice che non c’è più, guardato con nostalgia ma senza rimpianto, e scandito dalla Serenata K286 di Mozart e dalla Serenata Napolitana, firmata Salvatore Di Giacomo-Enrico De Leva. Ecco A Capemonte, nella splendida traduzione “Capomonte” di Pier Paolo Pasolini e nella sublime orchestrazione di De Simone, suggestionare e suscitare visioni. Tra gli alberi secolari del parco danzavano le ombre delle “più belle donne di Napoli“, col re e la regina che ballavano la tarantella, Maria Carolina che indossava maschere bellissime, le stesse che possiamo ammirare oggi nella biblioteca di San Pietro a Majella. “Un mondo – riflette il musicologo – che l’Unità d’Italia aveva messo a tacere per sempre”. Ne è risultato rinato il suo stile popolare, quello di un intellettuale a tutto tondo che a Napoli, nella città-mondo, continua a essere un presidio di resistenza culturale e umana mischiando le sue capacità di poeta, musicista, narratore, antropologo, drammaturgo, regista.

Marco Ferrari