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In Italia, via via coinvolgendo sempre più ampie fasce del territorio europeo e non solo, s’è abbattuta un’autentica calamità. Questo pernicioso virus mutante, partito dalla Cina sta annettendo alla sua corona territori sempre più numerosi, senza che i tentativi di contrastarne l’avanzata siano ad oggi riusciti a produrre effetti apprezzabili. Si dice che è ancora presto per stabilire l’efficacia delle misure adottate, ed indubbiamente così deve essere, tenuto conto del non breve periodo d’incubazione. Speriamo, ma soprattutto dobbiamo agire, ciascuno per suo conto, avvertendo la grave responsabilità che incombe su ogni cittadino. Quando si verificano drammi collettivi come una guerra, un terremoto e, ancor più un’epidemia, che dà luogo ad una guerra capillare contro un nemico di difficile identificazione ed ancor più complesso contenimento, il quadro valoriale muta, deve mutare. Ed è forse l’unico aspetto della vicenda che può attingere a qualche notazione positiva. Da troppo tempo noi italiani avevamo dimenticato d’essere una Nazione. Avevamo dimenticato d’avere interessi comuni da coltivare. Non credevamo più che la dimensione collettiva dovesse prevalere sulla pretesa individuale. Avevamo dimenticato che la cooperazione sociale ha le sue regole e che alla società non solo si può chiedere ma soprattutto si deve porre a disposizione. Davamo, insomma, tutto per scontato, davamo per scontato che ogni cosa desiderata dovesse esserci garantita, che un livello di vita raggiunto non potesse essere messo in discussione, che, insomma, le regole valessero solo per gli altri, se pure valessero, e che il saldo fosse necessariamente in nostro vantaggio. Tutto ciò è stato chiaramente spazzato via dall’avanzata del Coronavirus. Dapprima sottovalutato quasi da tutti, me compreso, fatto oggetto di sciocco scherno da tanti, divenuto addirittura fonte d’una nutrita letteratura di frizzi e lazzi, sta dimostrando sempre più la serietà del suo essere. E sta modificando imperiosamente il nostro modo di vivere. Ci sta facendo avvertire, purtroppo ancora lentamente, d’essere coinvolti in una fondamentale impresa comune, della quale ciascuno di noi è agente fondamentale e ciascuno di noi deve assumere a pieno la responsabilità. Come sempre accade in presenza di situazioni sconvolgenti, sono le regole le prime a dovere mutare. Ed allora servizi e beni sino a quel momento ritenuti scontati, anzi dovuti, vengono sottratti: istruzione, giustizia, svaghi, le stesse cure mediche, libertà costituzionali, come quella di potersi liberamente spostare sul territorio nazionale ed internazionale, sono sospese. Non era mai accaduto che tante cose insieme e sull’intero suolo della Penisola fossero sottratte al loro ordinario svolgimento; non era mai accaduto che il diritto regolasse anche come ci si debba esprimere negli affetti. È una situazione che va sconvolgendo consolidati abiti mentali e forme di vita, richiamandoci alla responsabilità dei momenti fondamentali, quelli in cui ne va della salus rei publicae. Quelli in cui i Romani nominavano il dictator, perché assumesse, al di fuori delle regole ordinarie, le decisioni indispensabili alla salvezza dello Stato e dei cittadini. Ma è indispensabile che i cittadini siano tali e riescano rapidamente a rendersi conto delle responsabilità che il comportamento di ciascuno ha, prim’ancora che verso se stessi, nei confronti dell’intera collettività. E che quindi le regole dettate dalle autorità competenti della sanità pubblica siano non solo religiosamente applicate e seguite, ma anzi implementate, che vuol dire attuarle con assoluto rigore, astenendosi da comportamenti e condotte che, se anche non espressamente vietate, possano mettere a rischio lo sforzo straordinario che la collettività sta compiendo per impedire il disastro. È un difficile chiedere, questo, ad una comunità da sempre dimostratasi riottosa alle regole, alla comunità che fatta la legge si pone solertissima a ricercare le forme per ingannarla, raggirarla, come usiamo dire. Questa volta però, la cosa è divenuta molto seria, seria e grave non, come scriveva Ennio Flaiano che di italiani se ne intendeva, "grave ma non seria". Ma è questa la straordinaria portata degli eventi eccezionali, quale certamente eccezionale è la congiuntura che stiamo pesantemente vivendo, con conseguenze la cui portata ci è ancora del tutto sconosciuta. Muta l’orizzonte di riferimento, le cose si presentano in un’ottica differente, cambia la scala dei valori ordinaria: vengono fuori i valori fondanti del vivere comune, quelli che l’ordinario scorrere delle cose in un’apparente scontatezza, rischia sempre d’appannare. È una sfida che si vincerà se agiremo da cittadini e questo potrà anche essere il lascito positivo di quanto stiamo drammaticamente sperimentando.

ORAZIO ABBAMONTE