(foto depositphotos)

Joe Biden troverà un'America Latina diversa rispetto a quella di quattro anni fa, quando sedeva sulla poltrona di vicepresidente degli Stati Uniti. 

Oggi la regione sta attraversando una gravissima crisi economica e politica. Alla fine del boom economico trainato dall'export delle materie prime e all'aggravarsi dell'instabilità politica in molti Paesi dell'area si è aggiunta la pandemia di Covid-19, che ha duramente colpito la regione.

Nonostante la regione conti solamente l'8.2% della popolazione mondiale, ha registrato il 28% dei casi totali di Covid-19 e il 34% dei morti nel mondo. Secondo gli ultimi dati disponibili, il Pil della regionedovrebbe contrarsi dell'8.1% nel 2020, dopo aver registrato una crescita vicino allo zero nel 2019.

La pandemia ha amplificato drammaticamente alcune delle fragilità strutturali di questi Paesi – come l'estrema vulnerabilità a shock esterni legati alle rimesse, all'export di materie prime e al turismo, l'esistenza di un'importante economia informale, e lo spazio ristretto per manovre di spesa pubblica espansiva causato dalle condizioni macroeconomiche nazionali.

In questo contesto si inserirà la nuova presidenza Biden che, al contrario di quella di Donald Trump, è orientata a un ritorno allo status quo dell'amministrazione Obama.

Migrazione e lotta alla povertà - La presidenza Trump non ha avuto una precisa agenda di politica estera in America Latina, preferendo legare la sua strategia al perseguimento di alcune priorità di politica interna. In particolare, l'amministrazione Trump ha promosso tre principali politiche nella sua relazione con la regione: riforma dell'accordo Nafta con Messico e Canada, riduzione dei flussi migratori dall'America centrale, e incremento della pressione politica su Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Ciò che però verrà ricordato maggiormente dell'approccio trumpiano è la durezza con cui ha trattato con i governi dell'America centrale. Nel 2019, per esempio, ha deciso di sospendere quasi 405 milioni di dollari in aiuti americani a Honduras, El Salvador e Guatemala, accusati di non impegnarsi a frenare i flussi migratori verso gli Stati Uniti.

Nei rapporti con i Paesi dell'America centrale, Biden ha elogiato come esempio virtuoso e di successo il piano "Alliance for Prosperity" lanciato nel 2014 e di cui, allora vice di Obama, era stato il principale creatore. Riconoscendo che per diminuire la migrazione dall'America centrale bisogna intervenire in loco sulle cause che costringono le persone a scappare, il piano multi-annuale prevedeva 750 milioni di dollari di aiuti, integrati da investimenti privati e pubblici interni, da allocare a El Salvador, Honduras e Guatemala per contrastare la violenza dilagante e creare nuove opportunità economiche.

Nel suo programma elettorale, Biden ha dichiarato di voler implementare un piano quadriennale da 4 miliardi che ricalca le modalità e gli obiettivi dell'Alliance for Prosperity.

Eppure, l'efficacia di questo piano risulta essere controversa. Secondo alcuni analisti non avrebbe rallentato né il flusso migratorio né le richieste d'asilo, tranne che per una leggera contrazione nel 2015, e non avrebbe prodotto rilevanti miglioramenti interni ai Paesi dell'area. In particolare, viene criticato l'approccio dell'Alliance for Prosperity che sarebbe improntato sull'incremento dei fondi per la militarizzazione e sicurezza interna di questi Paesi (per esempio, nel 2016 quasi il 60% di questi fondi è stato allocato per misure di sicurezza) e che legherebbe l'effettiva allocazione degli aiuti – circa il 75% – all'implementazione di riforme strutturali (fiscali, commerciali e d'investimento) volte a liberalizzare le loro economie.

La speranza è che Biden, consapevole delle lezioni postume, decida di migliorare ulteriormente il piano d'aiuto enfatizzando una politica di sviluppo legata alle esigenze locali di questi Paesi e che tenga in considerazione le peculiarità delle comunità interessate.

Ritorno a L'Havana - Trump ha adottato misure unilaterali per incrementare la pressione su Cuba e sul Venezuela – tra cui le sanzioni economiche -, senza cercare un coordinamento multilaterale.

Biden dovrebbe discostarsi nettamente dall'approccio di chiusura verso Cuba, perseguendo invece una strada verso una normalizzazione dei rapporti tra Washington e L'Havana, e tornando al clima di cooperazione che si respirava durante l'amministrazione Obama. Un primo passo di distensione sarà la riapertura a pieno organico dell'ambasciata Usa a L'Havana, l'emergente crescita di piccoli business privati sull'isola e la cancellazione delle restrizioni sui visti turistici per Cuba che hanno danneggiato pesantemente l'economia locale cubana.

Rimane invece più complessa la situazione con Caracas. Anche se Biden potrebbe mantenere in atto le sanzioni contro il Venezuela, cercherà di incrementare la pressione internazionale sul presidente Nicolás Maduro attraverso azioni multilaterali e coordinate con gli alleati e, probabilmente, cercherà di aprire un dialogo con il regime per avviare una transizione verso delle elezioni democratiche.

Sarà interessante capire se Biden, oltre alla pressione politica, introdurrà un'adeguata risposta di supporto alla crisi umanitaria che stanno vivendo i venezuelani.

Presenza cinese e crisi climatica - Un'ulteriore differenza sostanziale è la pressione che Biden metterà sul governo di Jair Bolsonaro in Brasile per la preservazione della foresta amazzonica. Durante la campagna elettorale, Biden ha proposto l'istituzione di un fondo internazionale da 20 miliardi di dollari per preservare l'Amazzonia, minacciando Bolsonaro di gravi conseguenze economiche se non dovesse impegnarsi nel fermare la deforestazione.

Trump aveva accusato l'amministrazione Obama di aver aperto le porte della regione alla Cina, "rea" di politiche predatorie in America Latina. Sicuramente Pechino ha consolidato la propria influenza nella regione, diventando il principale partner commerciale per molti Paesi. Biden continuerà, in maniera più formale e diplomatica, la competizione con la Cina nell'area promuovendo investimenti privati e aiuti americani per limitare il consolidamento cinese.

La presidenza Biden, dunque, riporterà gli Usa ad una politica estera più organica verso il "cortile" sud di casa. Eppure, un ritorno allo status quo pre-trumpiano, senza proposte ambiziose o cambiamenti di paradigma, potrebbe non essere adeguato a fronteggiare pienamente le sfide che la regione sta attraversando in questo momento.

Nicola Bilotta

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