L'ultima volta – era un'eternità fa, e il bello doveva ancora venire – la pace aveva il colore giallorosso della maglietta che Massimo D'Alema regalò a Matteo Renzi, con la scritta Totti: "Eccolo, un campione vero". Fu un idillio, dopo l'era della "rottamazione", e l'era della battaglia contro "questo ignorante e superficiale".

Ma durò il tempo di una partita di calcio (e della nomina a Mister Pesc), prima che ricominciasse a scorrere l'odio politico, anzi antropologico. Perché Renzi per D'Alema è stato questo: il male, l'uomo solo al comando, da abbattere, il simbolo di una deriva autoritaria, un tale Anticristo da rendere necessario ciò che un comunista non fa mai, ovvero rompere il suo partito e la sua comunità, ma che diventa necessario di fronte a una mutazione genetica.

Fatta questa premessa, la notizia. Sabato Matteo Renzi tornerà, come allora, a casa D'Alema, intesa come Fondazione, per parlare di sinistra e del suo futuro, all'interno di una tavola rotonda dal titolo (un grande classico): "Il cantiere della sinistra". Il becchino cioè, il cui impianto culturale era inadeguato, l'ordoliberista, quello che ha gli amici alle Cayman, ridiventa un carpentiere, senza aver cambiato linea. Meritevole, di prendere calce e cazzuola assieme agli altri carpentieri invitati a spiegare ciò che sinistra è e dovrebbe essere. Eppure, appena una settimana fa, all'annuncio che avrebbe celebrato la scissione di Livorno con Blair, gli eredi del Pci lo hanno accolto come un turco che bestemmia in chiesa.

Altri muratori: Goffredo Bettini, che dal giovane venuto da Rignano fu sedotto, fino a vedere in lui "l'uomo nuovo della sinistra europea", poi deluso quando "il punto di riferimento dei progressisti europei" è diventato Conte e Renzi era apostrofato come una "tigre di carta" da sostituire con una pattuglia di responsabili. Ora che si discute di rimpasto è tornato di nuovo interlocutore, e infatti è stato proprio Bettini ad aver suggerito a D'Alema di invitarlo. Altro carpentiere Dario Franceschini, la previsione del tempo politico fatta persona, per la sua capacità di anticipare le nuove stagioni, da Veltroni (di cui era il vice) a Bersani (di cui era il capogruppo) a Letta (con cui era al governo), ma fu il primo ad aprire le porte a Renzi, per poi garantire a Zingaretti un decisivo sostegno al congresso che lo intronò.

Ecco, c'è anche Zingaretti, che ha vinto il congresso proprio contro Renzi, prendendo un partito al minimo storico, sull'Aventino dell'isolamento politico, scisso dalla società italiana, dalle sue ansie e dalle sue periferie, e poi scisso perché Renzi se ne è andato. E c'è anche Roberto Speranza, che sull'Italicum si dimise da capogruppo, ma ora è ministro anche grazie a Renzi e alla sua mossa del cavallo, perché il vero kingmaker del Conte 2 è stato lui. Se non fosse per il Covid che impone la diretta web, il tavolo sarebbe di rara unicità, perché pressoché ognuno ha seduto accanto uno che gli ha fatto una scissione contro, altro classico tic della sinistra: i convegni tra gli scissi dopo le scissioni, i seminari sempre dopo le sconfitte per analizzarle mai prima per prevenirle, il mito del dibattito quando tutto è precipitato, spesso figlio di un egocentrismo per cui l'impotabile ridiventa potabile se chi lo promuove incarna una certa professionalità politica e superiorità etica.

Chissà, magari si capirà cosa è cambiato e se la presenza dell'Anticristo al tre per cento è una grande operazione politica, anche se è difficile che, per valore simbolico, non sia percepita come un'autocritica. Vallo a spiegare che lo inviti nel tuo pensatoio più prestigioso e lo consideri moralmente indegno. La verità, nell'evoluzione dei giudizi che tiene fermo il tema del potere (senza questo governo ci sarebbe stato questo parterre?), è che il leader più spregiudicato degli ultimi dieci anni è tornato, di fatto, ad essere parte della tolda di comando del Pd. Lo cercano, ci parlano, lo ospitano proprio ora che pure i sassi sanno che inviterà Conte a cambiare mestiere se non cambierà squadra di governo. Perché comunque sta nel gioco. E, anche di questo assetto non muoverebbe una foglia, gioca.

Dalla foto di famiglia - ministri, segretario di partito, un giudice della Corte costituzionale come Giuliano Amato - non a caso, sono esclusi, ad esempio, il fondatore del Pd e colui che ha segnato l'esperienza di governo della sinistra nell'ultimo ventennio, Romano Prodi, che rappresentano sensibilità diverse e comunque estranei alle velleità manovriere di questa fase. Ed estranei anche alla traccia di discussione abbozzata dal lìder maximo nel suo editoriale della rivista. Leggiamo le ultime righe: "Il Partito Democratico si batte in Parlamento per una legge elettorale proporzionale con lo sbarra­mento al 5 per cento sul modello tedesco. È una scelta significativa e impegnativa, che va nella direzio­ne completamente opposta rispetto al modello politico e culturale da cui il Pd prese origine. Ciò significa mettere in campo un progetto di ricostruzione della sinistra democratica, facen­do i conti con serietà con ciò che deve essere cambiato nell'impianto organizzativo e culturale del Pd e spingendo gli altri a mettere da parte velleità minoritarie e a gettarsi con impegno e disponibilità in un progetto unitario". Chiaro, no? La convocazione è per parlare di futuro, ma ci si rivede per dimenticare il passato, con il suoi fardelli di fallimenti e sconfitte. Massì, sempre gli stessi e scurdammoce 'o passato. La sinistra è sinistra.

Alessandro De Angelis

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