Diego Maradona (foto depositphotos)

di Ricardo Preve

Maradona non è morto.​ Riflessioni filosofiche e storiche sulla figura di Diego di un giornalista italo-argentino -​ Osiris era per gli antichi egiziani, come tutti i loro dei, eterno. Ma la sua immortalità non era un concetto astratto. Ogni anno gli rendevano omaggio con celebrazioni durante la festa della semina del frumento. Quando il suo corpo era il cibo del quale si nutrivano le verdi e tenere piante per risorgere ogni primavera, nella stagione delle crescite del Nilo.

L’immagine di Osiris, per quel che sappiamo dalle ricerche archeologiche, includeva una pelle verde. Simbolo della crescita delle giovani piante di frumento (Triticum aestivum, una specie della famiglia Graminae, cioè un’erba).

 

Il culto di Osiris sopravvisse per secoli ai faraoni -​ Il culto ad Osiris sopravvisse in Egitto per molti secoli. Mentre le dinastie dei faraoni si estinguevano in feroci lotte interne. E venivano sostituite da nuove famiglie reali. I sacerdoti di Osiris continuarono, attraverso il tempo, a tener viva la memoria del loro dio.​

Erano i fedelissimi, i veri credenti, una casta immortale aldilà delle lotte politiche. Immortale come l’erba che cresce ogni anno ai lati del Nilo. Osiris guardò loro con piacere. E li protesse contro i pericoli delle meschine lotte politiche.

 

Torniamo ai nostri tempi. Nella seconda metà del secolo XX nacque una nuova religione, il culto a un giocatore di calcio argentino: Diego Armando Maradona. Questa nuova fede ha un numero molto maggiore di credenti, e si estende su quasi tutta la superficie del pianeta.

 

Quanto durerà la nuova religione di Maradona?-​ Non sappiamo quanto tempo durerà questa nuova​ religione. Ma sappiamo già che si nutre di un’altra erba verde, quella che cresce nei campi di calcio. Intorno ad essa i suoi fedeli si sono riuniti dall’inizio della religione. E oggi, già morta la manifestazione umana del dio, il rito persiste. Con tanto di stadi rinominati in onore di Diego, canzoni, bandiere, bimbi battezzati in ricordo dell’idolo, e milioni di credenti. Che, fedelissimi, continuano a rendergli omaggio in piccoli santuari nei quartieri popolari di Napoli, di Buenos Aires, o nei villaggi del Bangladesh o Siria.​

Nella mia Argentina il fenomeno del calcio come religione è stato seriamente studiato da antropologi, sociologi, psicologici, storici e anche da altre discipline. Tutti sappiamo dei forti legami fra l’Italia e l’Argentina. E lascio a voi, cari lettori italiani, a decidere quali delle caratteristiche del fanatismo del calcio sono applicabili anche ai tifosi azzurri, e alla società italiana in genere.

 

In Argentina come in Italia il calcio fu importato dagli inglesi -​ In Argentina, come in Italia, il calcio fu introdotto come sport dagli inglesi, che erano presenti come immigranti in numeri non così ingenti come gli italiani. Ma ebbero un ruolo preponderante nella costruzione delle ferrovie argentine. Che si estesero dal centro nevralgico di Buenos Aires verso tutti i punti cardinali, Come una gigante ragnatela che serviva a raccogliere i frutti delle “pampas” ed esportarli oltremare.​

Attraverso la loro dispersione geografica in Argentina, approfittando delle ferrovie da loro costruite, gli inglesi introdussero il calcio. E sino agli anni 1920 i verbali della​ “Associazione di Futbol Argentina”​ erano tenuti in inglese. Fatto non molto conosciuto né ammesso in Argentina, data la forte rivalità con il Regno Unito. Che si inasprì nel 1982 con la​ guerra​ per le isole dell’Atlantico.​

 

La loro eredità culturale è ancora manifesta nei nomi di alcune delle più importanti squadre di calcio argentine: Boca Juniors, River Plate, Newell’s Old Boys, etc.

 

Calcio come religione concorrente a quella cattolica -Presto però il calcio diventò profondamente argentino. E si rivelò una quasi religione, concorrente di quella cattolica. Con la quale si disputava, e si disputa ancora, la presenza dei fedeli la domenica, il supporto economico, l’attaccamento ai riti, e l’osservanza della liturgia.​

Ogni religione ha bisogno di un luogo di raduno. In Argentina, e soprattutto a Buenos Aires, i club di calcio sorsero e continuano ad essere associati con determinati quartieri della città. Dove lo stadio è presente e visibile sopra i tetti delle case del borgo. Tutti i giorni gli abitanti del quartiere vedono lo stadio mentre vanno a lavorare, a scuola, o a fare la spesa. Come il campanile della chiesa nel dipinto “Angelus” di Jean-Francois Millet. E la domenica è impossibile ignorare l’assordante bramare della folla, i gridi euforici dei gol o la rabbia feroce di una sconfitta.

 

Quando nasce un bambino a Buenos Aires -​ Ma le religioni hanno anche bisogno di sacerdoti. Alla nascita di un bambino nei quartieri popolari di Buenos Aires, specialmente se si tratta di un maschio, i genitori spesso subito iscrivono il neonato come socio al club di calcio. Prima ancora di registrarlo all’anagrafe o battezzarlo nella parrocchia.​

Sino alla metà del secolo scorso, l’adesione degli abitanti di un quartiere verso una squadra di calcio era monolitica. Sarebbe stato inconcepibile che un giovane abitante del quartiere della Boca avesse professato un’aderenza a una squadra che non fosse il Boca Juniors. Ricordo che da piccolo comperavo degli album di figurine dove incollavo i volti dei giocatori di ogni squadra argentina. Cosa che si poteva fare perché gli stessi giocatori rimanevano nel loro club di calcio per tutte le loro vite.

 

Oggi comanda la regola del cash flow -​ Ma globalizzazione e lo sviluppo dell’universo cibernetico portò a una erosione della solidità delle religioni sportive. Oggi i giocatori passano da una squadra all’altra senza nessun riparo. Fedeli al “cash flow” molto più che a qualsiasi considerazione di fedeltà al club. Un album di figurine sarebbe obsoleto quasi immediatamente dopo essere pubblicato.​

Anche gli allenatori, e gli stessi proprietari dei club, non ci pensano due volte a cambiare squadra, o a vendere giocatori se i numeri tornano.​

 

Di fronte a questa commercializzazione della fedeltà calcistica è sorta una classe di accoliti. Che, come i sacerdoti di Osiris, si sono presi l’incarico di salvare gli antichi riti. In Italia gli chiamate “ultra”, mentre in Argentina sono conosciuti come “barra brava”. Che letteralmente vuole dire un gruppo di persone aggressive (da non confondere con il senso della parola in italiano).

 

I barra brava come gli ultra -​ Fedelissimi all’anima della squadra, incorruttibili nella loro difesa dei colori del club, questi gruppi hanno sviluppato una vera struttura sociale. Che comprende aspetti economici, culturali, e politici. Suggestivamente nominati (ad esempio, la “barra brava” del Racing Club si chiama “La Guardia Imperiale”) questi gruppi non solo mantengono la tradizione di assistere in persona a tutte la partite della squadra.​

(In alcuni casi viaggiando migliaia di chilometri attraverso l’Argentina per essere presenti anche nelle partite di trasferta. Facendo auto-stop, nascondendosi dentro i camion o sopra i vagoni dei treni, dormendo nelle stazioni. E rubando se necessario per comperare il biglietto per la partita).​

 

Ma hanno sostituito la Chiesa e lo Stato in molte delle funzioni sociali nei quartieri.

 

Le “barra bravas” si occupano della commercializzazione di droghe e armi. Gestiscono i parcheggi e le piazze pubbliche attraverso la riscossa di pedaggi dagli utenti. Provvedono persone per ingrossare le folle alle manifestazioni dei partiti politici. E assicurano voti a cambio di biglietti gratis per le partite della squadra. Biglietti che poi vendono in nero con ingenti guadagni.

 

Sacerdoti del rito pagano del calcio -​ Veri e propri guardiani dell’anima del club, i “barra bravas” tramandano le tradizioni della squadra da una generazione a un’altra. Osservando la liturgia del rito, incorruttibili persino dal più ricco patron che possa acquistare la squadra. Una vera religione forte di mistiche passioni e una devota osservanza alle bandiere del club.​

Dentro di questo schema quasi-religioso l’arrivo di Maradona da uno di questi quartieri poveri. Sino al suo atterraggio al centro dell’attenzione mondiale. È facilmente paragonabile alla venuta di Cristo alla terra un paio di migliaia di anni fa.

 

Maradona fenomeno mondiale -​ Maradona come fenomeno mondiale per me è spiegabile non dalla sua perfezione. Perché lui certamente non era perfetto (specialmente a livello personale). Ma dalla sua imperfezione. Fu questa identificazione con i meno fortunati. I poveri. I dimenticati. Quelli che solo possono sperare di vivere 90 minuti di gioia la domenica “in chiesa” se Maradona gli regala un gol. E li benedice con una assoluzione delle loro tristezze originate dalla droga, dalla miseria, dall’analfabetismo… Fu questo che diede a Maradona il suo stato di divinità.

Maradona era cosciente della sua divinità. Come dimostrato dalla sua risposta a un giornalista. Che gli chiese se aveva segnato il gol della vittoria degli argentini contro gli odiati inglesi nel Mondiale 1986 illecitamente con la mano. “Sarà stata la mano di Dio”, Maradona dixit. Come Cristo che annuncia la sua resurrezione, la divinità incarnata è cosciente della sua eternità.

 

Maradona morto? Lo dicono i giornali -​ Adesso i giornali dicono che Maradona è morto. Lo dicono perché devono attenersi alla veracità delle cronache che si riferiscono a un fatto puntuale. Ma in tanti piccoli santuari a Napoli dove si conserva un ciuffo dei capelli di Diego, cimeli dello suo passato nella città partenopea. E nelle squalide e scure bidonville di tutto il mondo, dove il calcio è passione, brilla ancora la fiamma di una religione. Che annuncia che Maradona non è morto. Dovunque cresca ancora un filo d’erba verde dove far correre il pallone, il dio della vita e della morte gioca ancora.