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Non ci saranno regali. Chi utilizzerà i fondi del Recovery and resilience facility dovrà farlo in maniera intelligente, non saranno ammessi errori. E l’Unione europea oggi è andata in pressing su quei Paesi, come l’Italia, che sono in ritardo sui piani. Il messaggio arrivato arrivato da Bruxelles è questo: entro il 30 aprile i programmi dovranno essere formalmente presentati. Questo consentirà per esempio a paesi come l’Olanda, dove il 17 marzo si terranno le elezioni politiche generali, di avere il tempo di formare un nuovo governo e di redigere e presentare il proprio piano nazionale di ripresa e resilienza. Non è detto che quella olandese sarà l’unica eccezione. Dopo l’apertura della crisi governo non da escludere che anche l’Italia possa aver bisogno dei tempi supplementari, anche se l’auspicio è che non sia necessario. Perché più tardi arriverà il piano, più tardi sarà approvato e meno tempo ci sarà a disposizione per realizzarlo. Tornando ai principi, l’Ue nelle sue linee guida chiede la rilevanza con gli elementi tracciati nelle raccomandazioni; l’efficacia che permetta di valutare se il piano produce un impatto duraturo e sarà efficacemente monitorato e attuato; l’efficienza per poter valutare se i costi sono ragionevoli e plausibili e se i sistemi di controllo prevengono, individuano e correggono la corruzione, la frode e il conflitto di interessi; infine la coerenza tra investimenti e riforme. Sono 18 i Paesi che hanno consegnato a Bruxelles le prime bozze dei piani (l’Italia è tra questi), mentre gli altri 9 hanno per ora solo condiviso alcuni elementi. Resta fondamentale il bilanciamento tra riforme e investimenti così come il focus sulle raccomandazioni specifiche per Paese. Il pacchetto deve rafforzare il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica, sociale e istituzionale dello Stato membro. Intanto oggi dalla Corte dei Conti è arrivato un avvertimento: lo stop al Patto di Stabilità e alle regole di Bilancio europei non deve essere inteso come un ‘liberi tutti’ sui conti pubblici: “Sarebbe sbagliato ritenere che la mancanza di un vincolo esterno (europeo) all’espansione del debito pubblico debba spingerci ad accrescerlo oltre i limiti fin qui prefigurati dai documenti programmatici. Rientrare dal 160 per cento del Pil, od oltre, come oggi è giustificato prevedere, sarà compito arduo”, le parole del presidente Guido Carlino.