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E' un anno che i nostri occhi non vedono altro che la scena degli ospedali, i malati assistiti da quei medici e quegli infermieri protetti dagli scafandri, i malati in quelle corsie iper attrezzate da apparecchi di cui ignoravamo prima l'esistenza, i caschi, le maschere per respirare. Corsie piene all'inverosimile, barelle in arrivo, un'efficienza quasi eroica, quasi una urgenza permanente. E poi le interviste nelle corsie ai primari, agli esperti o nei loro studi sempre dentro agli ospedali. E' da qualche mese, esattamente, da dicembre che vediamo quelle braccia nude pronte al vaccino, prima negli ospedali, ora non solo negli ospedali.

Un anno che tutto ruota intorno a questa geografia sanitaria di cui incominciamo a conoscere ogni angolo, perché l'informazione quotidiana martellante ci porta in ogni angolo del paese, di ogni città dentro agli ospedali, prima a Bergamo, la città martire di ieri, a Brescia la città martire di oggi, ma ovunque, dal Cardarelli di Napoli che un anno fa sembrava "miracolato" dal virus e oggi è assediato alle corsie più sperdute in ogni angolo d'Italia.

E allora ci chiediamo se questa emergenza pandemica cosi' assoluta, escludente, che crea dentro a tutti quegli ospedali una selezione ad escludendum, per cui si cura soprattutto il virus maledetto, ci ha spinto a pensare ai nostri ospedali, a quelli della nostra città, della nostra Regione in un modo strategico e programmatorio, capace di affrontare una situazione così diversa da quella precedente, nella quale l'obiettivo era tagliare, ridurre gli ospedali, cancellare i posti letto, tanto che i furbastri della vecchia politica di allora ormai parlavano di ospedali hotel nei quali "soggiornare" qualche giorno, appunto come in un hotel, mentre la medicina era tutta da organizzare "fuori".

La pandemia ha capovolto tutto a partire da quell'immagine folgorante dell'ospedale cinese costruito in dieci giorni, mentre noi qua non sapevamo neppure cosa era il coronavirus e da quelle altre, come quella della Fiera di Milano, attrezzata a ospedale d'emergenza o l'altra della nave ospedale nel nostro porto.

Non sappiamo purtroppo quando finirà e come finirà. Ma sappiamo che avremo bisogno di ospedali diversi e di una medicina articolata in ben altro modo nelle corsie e sul territorio.

Chi ci pensa, chi sta costruendo un piano per il dopo? Chi immagina lo sconquasso delle altre malattie che esploderanno quando avremo in qualche modo domato il maledetto virus: migliaia di diagnosi rinviate, migliaia di malati da curare con patologie trascurate?

Bisogna programmare il dopo e qui a Genova sciogliere i nodi che da ben prima di questa apocalisse erano già manifesti. Abbiamo capito che il Villa Scassi, che era destinato probabilmente a diventare una Rsa, è un ospedale fondamentale su quel territorio e quindi altro che cancellarlo.

Abbiamo capito che non si può continuare a fare battaglie sul nuovo Galliera, che finalmente parte con le sue centinaia di letti più moderni, che ora sembra in certi reparti un ospedale di fine Ottocento, abbiamo capito che ci vogliono ospedali a Ponente e la storia di Erzelli va finalmente affrontata e che la grande ristrutturazione di San Martino forse va pensata in un'altra ottica rispetto ai progetti "gelati" dalla catastrofe pandemica.

Nulla sarà come prima. E non è una frase ad effetto.

di Franco Manzitti