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Ciociaria: centinaia di contagi, una zona rossa, una caserma chiusa e due carabinieri morti. Uccisi dal Covid, ma soprattutto dall’irresponsabilità e dall’incapacità di coniugare azioni e buon senso di centinaia, migliaia di cittadini. Pessima premessa per le prossime riaperture che, come ha detto il premier Mario Draghi proprio alla vigilia del secondo decesso: “Si fondano su una premessa: che i comportamenti siano osservati scrupolosamente, come mascherine e distanziamenti”.

Cosa è accaduto in Ciociaria con il Covid - Era l’ultimo week end di febbraio, vigilia di un’imminente passaggio in zona rossa per il Lazio. Complice il sole, l’inaspettato fine settimana di bel tempo divenne cornice di un piccolo e tanto stupido quanto pericoloso esodo di romani e non solo verso le località sciistiche della regione, dove gli impianti erano comunque chiusi. Campo Staffi e Campocatino, a Frosinone, furono una delle mete prese d’assalto da chi si voleva godere quello che vedeva come un ultimo, almeno per un po’, scorcio di libertà.

Un’invasione di gitanti privi di protezione, incolonnati in un serpentone di auto sui tornanti di montagna, fra i quali “persone che se ne sono fregate di rimanere a casa, anche se erano positive”, disse il sindaco di Vico, comune della zona, nel videomessaggio su Facebook per ricordare l’appuntato Ceci, prima delle due vittime nell’Arma di quel fine settimana.

I due carabinieri morti - Roberto Ceci, 56 anni, sposato e padre di due ragazzi, è scomparso il 13 marzo scorso. Ceci è deceduto a casa, proprio a Vico, stroncato da un infarto. Ironia della sorte tre giorni più tardi sarebbe stato vaccinato. Poco più di un mese dopo, il 17 aprile, lo stesso destino è toccato al maresciallo maggiore Massimo Paris, deceduto al Campus Bio-Medico di Roma dopo una lotta durata oltre un mese contro il coronavirus.

Contagiati entrambi nel corso dei numerosi servizi anti-assembramento su quelle piste, in particolare quelle di Monte Catino. E come loro anche una decina di carabinieri, finiti tutti in isolamento domiciliare, qualcuno ricoverato, e due vigili urbani, anche di Vico nel Lazio, uno dei quali in terapia intensiva. Quarantotto ore di follia e inciviltà con oltre 3 mila persone accalcate davanti agli impianti sciistici chiusi, pronte a gite e scampagnate, a pranzi e aperitivi con conseguenti affollamenti, poche mascherine e distanziamento inesistente. Centinaia di auto in coda lungo i tornanti e altrettante centinaia di persone in sosta davanti bar e ristoranti.

Una folla ingestibile - Ai carabinieri, alla polizia locale e alla protezione civile di Guarcino insieme al sindaco del piccolissimo paese, Urbano Restante, il compito di gestire la folla. Due giorni pagati a carissimo prezzo: due le morti e una caserma chiusa per settimane. Mentre i dati dei contagi registrati dalla ASL schizzavano: 350/400 positivi al giorno e una scia di decessi senza fine. Per ritornare alla quasi normalità sono stati necessari due mesi di chiusura quasi totale dell’intera provincia, divenuta rossa prima del resto della regione.

Il premier Mario Draghi, presentando il calendario delle prossime riaperture ha definito la scelta di allentare le restrizioni come “un rischio calcolato”. Spiegando che “questo rischio che incontra le aspettative dei cittadini si fonda su una premessa. Che i comportamenti siano osservati scrupolosamente, come mascherine e distanziamenti, nelle realtà riaperte”. Un “rischio calcolato male”, ha commentato l’infettivologo Massimo Galli. Malissimo a giudicare dai comportamenti e dai fatti di quel week end di fine febbraio.