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DI GAETANO FAUSTO ESPOSITO

Nei mesi scorsi si è molto parlato dell’aumento delle disuguaglianze sociali e degli effetti asimmetrici del covid sui settori economici: tra quello che sposta i beni (ossia la manifattura) e gli altri in cui si muovono le persone (come il commercio e il turismo).

Ma la pandemia sta capovolgendo anche il tradizionale modo dualistico di guardare lo sviluppo regionale, una impostazione che, malgrado fiumi di inchiostro e tanti scritti, ancora oggi contrappone un Nord molto sviluppato a un Sud che non cresce abbastanza.

In verità negli ultimi anni la Svimez ha cercato nei suoi Rapporti annuali di sottolineare come, in un contesto europeo, anche le regioni del Nord abbiano ridotto significativamente la velocità di crescita, ma alla fine i significativi gap nel pil pro capite e negli standard di vita del Mezzogiorno hanno finito per far passare in secondo piano questi aspetti.

Ora gli effetti della crisi pandemica stanno portando, se non un capovolgimento della tradizionale contrapposizione Nord-Sud, almeno a una sua riarticolazione a causa del forte aggravamento economico-sociale delle regioni settentrionali.

Nel passato si era affermata anche una “questione settentrionale”, ma era un modo per descrivere più che altro un disagio sociale, specialmente del ceto medio produttivo settentrionale, verso le politiche del governo nazionale ritenute meno eque e riconoscenti del ruolo propulsivo dell’economia di questa parte del Paese. Ora la situazione è diversa!

Un indicatore preoccupante riguarda la povertà assoluta, quella di famiglie e persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile, tornata a crescere in Italia, e che interessa oramai 5,6 milioni di persone: il dato più elevato dal 2005.

Oggi al Nord ci sono 720 mila persone in più in questa situazione, con un aumento di incidenza sulla popolazione dal 6,8% al 9,4% in un solo anno.

Indubbiamente il problema è molto più grave nel Mezzogiorno dove è stata sfondata la soglia dell’11 per cento della popolazione, con un aumento di quasi 190 mila individui in stato di povertà assoluta, e dove secondo gli ultimi dati dell’Istat, quasi un terzo delle persone si è trovato in forte difficoltà per effetto della pandemia.

C’è poi la questione occupazionale. Il blocco dei licenziamenti non ha ancora permesso di definire con puntualità l’entità dei posti persi, ma un indicatore importante riguarda le persone inattive, cioè quanti non cercano un lavoro perché ritengono che, viste le prospettive, non ne valga la pena.

Il numero di inattivi al Nord è di oltre 5 milioni, con un aumento di quasi 290 mila unità in un anno e un tasso di crescita del 6 per cento, che sale a quasi il 7 per cento nel vecchio “triangolo industriale” del Nord-ovest.

La sfiducia nel trovare un posto di lavoro: valore delle persone inattive e tasso di inattività

Anche al Sud, dove il tasso di inattività è quasi il doppio di quello settentrionale, a testimonianza di una drammatica emergenza sociale, c’è stato un aumento per quanto inferiore al 3 per cento.

Perciò al Nord la pandemia sta picchiando duro, riducendo anche la voglia di fare impresa: secondo il Centro Studi delle camere di commercio G. Tagliacarne delle 29 province in cui la diffusione del virus si è accompagnata a una maggiore perdita di nuove imprese 27 sono al Settentrione.

Negli anni Novanta la “Questione settentrionale” era sostanzialmente espressione di una insofferenza politico-amministrativa che chiedeva l’autonomia regionale, ora ci sono effettive difficoltà socio-economiche, inserite in un quadro più complessivo, che alla fine saldano – sotto molti aspetti – la Questione settentrionale con quella meridionale e richiedono una più complessiva strategia-paese in un contesto europeo, anche alla luce delle cospicue risorse che verranno del Recovery Plan e dai Fondi Strutturali Europei.

È necessaria perciò una politica unitaria, che può ben convivere con una sua articolazione regionale, affrontando insieme le “due Questioni”, purché si tengano a mente le parole di Gaetano Salvemini, appassionato studioso meridionalista e uomo delle istituzioni: “Non basta che l’idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro; […] Il federalismo è utile economicamente alle masse del Sud, politicamente ai democratici del Nord, moralmente a tutta l’Italia”.

Forse è l’ora di lanciare un patto per un nuovo sviluppo (anche morale) tra le Regioni del Paese.