Berlusconi (Depositphotos)

Di Luca D'Alessandro

Anche l’ultimo indizio che faceva di palazzo Grazioli un luogo “sensibile”, per questo degno di un severo cordone di sicurezza, è stato smantellato. Letteralmente, hanno levato le tende anche i militari, con annesso gazebo dell’esercito italiano, che presidiavano il portone dove dal 1995, e per 25 anni, Silvio Berlusconi ha scritto la storia della politica italiana e di questo Paese. Ora c’è silenzio, desolazione, una calma stanca e annoiata, nel tratto di via del Plebiscito che fino a qualche tempo fa (a dicembre scorso il trasloco del Cavaliere nella villa che fu del regista Franco Zeffirelli) pullulava di giornalisti, telecamere, curiosi, semplici sostenitori o ultrà del verbo berlusconiano. Ora c’è il deserto, laddove prima la ressa era talmente costante ed estesa da intasare spesso il traffico e spingere l’Atac, nel 2009, a rimuovere le fermate degli autobus sulla pensilina di fronte a palazzo Grazioli, diventata bivacco di cronisti e cameraman, che usavano le fioriere come sedili di fortuna, nelle lunghe ore passare in attesa che finissero vertici, riunioni, snervanti trattative. Com’è diverso oggi, rispetto a ieri. Quanti siparietti sono andati in scena tra i sanpietrini del triangolo compreso fra via del Plebiscito, piazza Grazioli e piazza del Collegio romano, con i giornalisti che si appostavano ovunque, anche all’uscita secondaria del palazzo, nella speranza di intercettare l’ospite di turno e l’indiscrezione da flash d’agenzia. Quando fonte della notizia, involontaria, non era lo stesso Berlusconi, durante le riunioni con notabili di partito troppo poco riservati dal diffondere ai quattro venti sfoghi e parole dette in libertà dal capo. La residenza del leader di Forza Italia si divideva in vari settori: l’abitazione, gli uffici, le stanze dove lavoravano il compianto Paolo Bonaiuti e il suo staff, la “zona Letta”, occupata spesso dall’uomo più fidato per il Cavaliere, il Mattinale e il famigerato “Parlamentino”, una sorta di piccola Camera anche per la sua conformazione, dove si riunivano i vertici del partito per le riunioni più importanti. Era durante queste riunioni che cominciavano i guai, a causa di qualche parlamentare che lasciava il cellulare “acceso” a beneficio dei cronisti amici, con il risultato di vedere in tempo reale sulle agenzie ciò che si discuteva là dentro. Difficile, a quel punto, smentire le notizie. Come avvenne nel 2011 quando, a pochi giorni dai ballottaggi per i sindaci di Milano (Letizia Moratti) e Napoli (Gianni Lettieri), Berlusconi commentò sconfortato alcuni sondaggi non proprio positivi: “Abbiamo sbagliato i candidati”. Neanche tre minuti e la frase era già sulle agenzie, con i due interessati che montarono su tutte le furie. Bonaiuti, con il sottoscritto (ero capo ufficio stampa di Forza Italia) al seguito, si precipitò dai cronisti che avevano dato la notizia per invitarli al bar e, davanti a un caffè, cercare di smentire una notizia che lui stesso sapeva essere vera e i giornalisti stessi sapevano che egli sapeva. Il tutto tra l’ilarità generale e la consapevolezza dell’inutilità di quel caffé. Quanti pulmini con i vetri oscurati sono entrati in quel cortile di palazzo Grazioli, per accompagnare ospiti che non dovevano essere visti o per accogliere invitati a serate conviviali. E quante volte ne sono usciti, per portare Berlusconi verso qualche appuntamento riservato e segretissimo, al Bagaglino, come avvenne almeno in un’occasione, o a fare una passeggiata tra gli antiquari di via dei Coronari (in questo caso il segreto durava lo spazio di pochi minuti). Perché quando il corteo presidenziale di auto usciva in tutto il suo fulgore, veniva seguito da un codazzo di cronisti in scooter e moto, che non si sarebbero mai fatti seminare. Giorno e notte c’era sempre qualcuno a presidiare, oltre, ovviamente, i carabinieri. E l’attività s’intensificava nelle settimane che precedevano le candidature o nei giorni che seguivano una vittoria o una sconfitta elettorale. All’indomani delle Politiche del 2006, perse per 24mila voti, comparvero le ragazze campane di “Silvio ci manchi”, capeggiate da Francesca Pascale, che invitavano il presidente a non mollare. Dopo il trionfo del 2008, via del Plebiscito era impraticabile per le auto, a causa del popolo di Forza Italia che si radunava ogni giorno sotto quelle finestre, per festeggiare, mentre i giornalisti non perdevano una mossa, una visita, nel tentativo di raccogliere indizi sulla squadra di governo che doveva formarsi. Nel novembre del 2013, per la prima e ultima volta, davanti a palazzo Grazioli si tenne anche una drammatica manifestazione. Silvio Berlusconi, a causa della condanna definitiva, era appena stato fatto decadere da Senatore e migliaia di persone si ammassarono sotto un palco eretto in fretta e furia, dal quale il leader di Forza Italia ringraziò commosso il suo popolo. La differenza fra i 25 anni di ieri e oggi è stridente. Le urla di giubilo, di commozione, di rabbia dei fan, quelle dei fotografi e dei cameraman che litigano fra loro per avere uno scatto migliore, i giornalisti che si accalcano intorno a Berlusconi circondato da una corona di microfoni, la ragazza che si vuole dare fuoco se non vede il presidente, vigili e carabinieri che a stento riescono a mantenere un po’ d’ordine, autoblu posteggiate alla bell’e meglio sui marciapiedi, capannelli di uomini delle scorte, la vita che pullula frenetica ad ogni ora del giorno e della notte, ha lasciato il posto alla desolazione, al silenzio. Qualcuno direbbe alla calma. Ma è una calma triste, la consapevolezza di uan quarto di secolo di storia italiana che ha traslocato, probabilmente per non trasferirsi da nessuna parte.