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Di Enrico Prinondini

Smart working, un lavoratore su due lo boccia. Un anno da soli ha logorato. Il contatto umano è fondamentale, insostituibile. Perché uno sguardo vale più di mille discorsi. Dunque c’è da scegliere il meglio delle due esperienze. Molto è cambiato, niente sarà più come prima. C’era da aspettarselo: un anno da soli, distanti, ha logorato un lavoratore su due. Insomma lo Smart working, così com’è, ha funzionato a metà. Lo sostiene la ricerca della Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Ma rassegniamoci, c’è stato un cambiamento epocale. È stato “Il nostro 11 settembre “ricorda lo storico Giovanni De Luca. “La società cambierà in modo radicale dopo la pandemia”. E aggiunge: “Non avremo più memoria del passato: spazio e tempo sono ormai fuori controllo “. Avvisa il sociologo Vanni Codeluppi, docente alla Iulm di Milano:” Quando l’emergenza sarà rientrata certo torneremo a viaggiare, a goderci mostre e concerti, a fare sport. Ma lo faremo in modo diverso. La vita non sarà più la stessa, dovremo imparare a convivere con il virus, adeguandoci “. Tutti concordano – anzi ne sono sicuri – che torneremo ad avere relazioni sociali perché siamo fatti per vivere insieme agli altri. La distanza è dunque una questione a termine. Dobbiamo prepararci al mondo del lavoro che verrà. La pandemia è uno spartiacque che segnerà cambiamenti permanenti. Smart working in digitale Primo fra tutti quello della digitalizzazione. Questo periodo per molti ha significato lavorare sempre da remoto, spesso con tecnologie o strumentazioni non adatte. E la situazione potrebbe prolungarsi ancora per la società di servizi o per ruoli di servizio. Che fare, allora? Occorre prepararsi. Piaccia o no la sperimentazione dello smart working si tradurrà in una modalità stabile e più diffusa. Pertanto in primo luogo è necessario allenarsi ad una vera flessibilità intesa come capacità di modificare i propri schemi comportamentali e cognitivi. Serve, è anzi indispensabile. C’è da affrontare una situazione nuova. Occorre prepararsi ad un nuovo approccio al lavoro. L’industria italiana non perde tempo. Ora è più digitale. Il 41% punta deciso sull’innovazione. Mancano però i tecnici. Servono figure adeguate. Certi modelli produttivi sono da rivedere. Non pochi scompensi sociali sono da colmare. Per ripartire non basta l’impegno, occorre un nuovo modo di lavorare e studiare. Servono nuove competenze lavorative, un grande processo di nuova alfabetizzazione per acquisire ciò che il mercato chiede. Queste innovazioni non fanno perdere posti di lavoro. Al contrario, la disoccupazione sarà enorme se non si attiveranno queste innovazioni con opportuni investimenti. Come ben sa il premier Draghi che ha a disposizione 221,5 miliardi tra Recovery Fund ( 191,5 ) e Fondo investimenti ( 30 ) per quello che ha definito “intervento epocale“. Vittorio Colao, ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale ha garantito che “entro il 2026 l’Italia sarà cablata”. E poi ha aggiunto alle commissioni di Camera e Senato:” Investiremo almeno 40 miliardi. Questa è una grande opportunità per i giovani e la Pubblica Amministrazione “. Si preannuncia un cambiamento profondo per le nostre vite. Il futuro è già qui.