Michele Schiavone

 

Di Giovanna Chiarilli

Nonostante la cancellazione di una serie di incontri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, come le Assemblee plenarie e la tanto attesa Conferenza Stato-Regioni, sempre per motivi legati alla pandemia, i lavori e i progetti non sono certo mancati, anzi, dal racconto del Segretario generale, Michele Schiavone, gli impegni sono lievitati e, soprattutto, sono stati molto fruttuosi. 

Intanto, dopo aver ricordato all’attuale Presidente del Consiglio che “i connazionali all’estero, alla stregua dei nostri concittadini in patria, sono da tempo in attesa di una profonda svolta delle politiche di resilienza e di rilancio dell’Italia, volte a trasformarla e modernizzarla al fine di creare maggiori opportunità per l’occupazione, la formazione e l’istruzione, tali da far progredire le condizioni di un rafforzamento sostanziale della vita nel nostro Paese e nei consessi geopolitici”, Schiavone non ha mai fatto mancare di far sentire la voce del CGIE in ogni opportuna occasione. Ovviamente non poteva mancare la forte presa di posizione sull’opportunità di rinviare le elezioni dei Comites. Torniamo a parlarne, ma prima affrontiamo la questione della scarsa incidenza dei parlamentari eletti all’estero sulla vita politica, in generale, ma anche su questioni di stretto interesse dei loro elettori.

Da tempo, nonostante la presenza dei 18 parlamentari della circoscrizione estero, agli italiani all’estero stanno letteralmente togliendo “pezzi di Italia”… come il calcio su Rai Italia, tanto per citare uno degli ultimi, eclatanti schiaffi a chi vive all’estero… eppure, a far sentire la propria voce, il proprio sdegno, sono stati pochissimi: rassegnazione o indifferenza?

“Vorrei fare una premessa… io sono convinto che all’improvviso c’eravamo illusi di aver toccato il cielo con un dito, perché ancora fino a qualche mese fa, gli italiani all’estero avevano nelle stanze dei bottoni un proprio rappresentante nato e cresciuto in America Latina, e dunque un degno e rispettoso rappresentante, ma questo non ha portato i risultati sperati. Abbiamo sprecato una grande occasione perché mentre la politica italiana perde di rappresentatività e di credibilità, purtroppo il poco peso dei parlamentari della circoscrizione estero nelle decisioni ci pone di fronte all’irrilevanza, e quindi se non si verificherà un soprassalto di responsabilità ci avvieremo sulla strada del declino. Sappiamo che le esigenze delle nostre comunità sono altre, possono sembrare esigenze, interessi di nicchia, ma non lo sono affatto, perché la vita quotidiana all’estero ci mette di fronte a situazioni di cui occorre prendere consapevolezza e dare risposte, realizzare, penso in positivo, ma non è sempre così e allora per fronteggiare queste questioni occorrerebbe una unità di intenti, una unità di spirito, una metodologia di lavoro che in ogni modo assicurino almeno dei risultati concreti su alcuni temi e interessi, che passano dalla formazione all’assistenza ai diritti veri e propri. Se noi riflettiamo un attimo su questi obiettivi, ci rendiamo conto che gli interventi si riducono in parte a questioni prettamente elettorali; uno di questi casi si è verificato con l’aumento delle tasse per le pratiche della cittadinanza agli italiani all’estero. 

Ci rendiamo conto che in realtà occorre davvero uno spirito e un impegno aggiuntivo e decisivo che non possono solo ed esclusivamente essere esercitati dai Comites, dal CGIE e dalle Associazioni. Questo mondo, come ho già affermato in altre occasioni, ha bisogno di rigenerarsi e potrà farlo soprattutto se le sue istanze, le proposte vengono recepite e portate avanti in maniera sincronica anche da parte dei parlamentari eletti all’estero. Oggi assistiamo purtroppo ad un assenteismo di gran parte di questi eletti. Non possiamo non prendere atto di atteggiamenti controversi e diciamo contrastanti per semplici questioni di prestigio personale che vanno al di là del mandato conferito. E allora se gli italiani all’estero devono continuare a soffrire soprattutto perché non si hanno rappresentanti… diciamo forti, capaci, a questo punto bisognerà rivedere anche la presenza dei parlamentari esteri. Senza sottovalutare il fatto che qualcuno, da qualche anno ha cominciato, anche in maniera furbesca e opportunistica, ma io credo provocatoria, a pensare che con la riduzione in seguito al referendum che prevede 12 parlamentari esteri rispetto agli attuali 18, sia arrivato anche il momento di chiudere questa parantesi visto che in realtà non avrebbe portato i risultati sperati. Ma sappiamo anche che spesso sono gli uomini e le donne che fanno la storia, e noi ci aspettiamo che la storia degli italiani all’estero venga scritta da donne e uomini coraggiosi, intraprendenti e capaci e non da scaldasedie, perché a quel punto sono percepiti e risultano solo dei numeri, rappresentanti di loro stessi. Questa è sicuramente una lezione che dobbiamo tener ben presente per migliorarci, per scegliere meglio i nostri rappresentanti in futuro, per ritornare ad avere uno spirito di lavoro unitario che premi i migliori, e soprattutto che la delega non sia una delega in bianco a chi ci rappresenta, ma una delega per rispondere a programmi, iniziative e proposte che vengono dai territori. Dal mio punto di vista, questa è la storia degli ultimi 16 anni, da quando nel 2006 si sono presentati in Parlamento gli eletti all’estero, anche perché non è una questione di numeri, sappiamo che la rappresentanza dei Radicali in Parlamento al tempo di Pannella era talmente incisiva nonostante i pochi numeri che avevano, perché producevano iniziative, anche attraverso i referendum, ed erano riusciti a ritagliarsi uno spazio critico e di proposta, cosa che noi non abbiamo o non abbiamo più perché alcuni bravi parlamentari ci sono stati, mi riferisco a Franco Narducci, Claudio Micheloni, Gianni Farina, Fabio Porta, Marco Fedi, magari ne dimentico qualcuno… perché in realtà loro hanno portato avanti la sfida ed erano anche rispettati; oggi invece la questione è scaduta proprio per la mancanza di peso politico e di iniziativa. Questo deve farci pensare, innanzitutto, se nella circoscrizione estero debbano essere eletti candidati che risiedono effettivamente in Italia: questo è un problema che bisogna risolvere; inoltre chi ha il mandato di rappresentare gli italiani all’estero deve tener fede davvero all’articolo 54 della Costituzione per svolgere il suo lavoro con dignità, onestà e con impegno. Credo che questo sia il minimo che dobbiamo aspettarci da chi si presenterà a Roma.

Aggiungo che anche in fatto di elezioni dei Comites, ad intervenire sono stati una minoranza, e sempre gli stessi, degli eletti all’estero…n E a proposito di elezioni Comites, oltre all’opportunità di rinviarle, come chiede il CGIE per i motivi analizzati nel nostro precedente incontro, un altro tema molto dibattuto riguarda il sistema di voto, già sperimentato nelle ultime elezioni. Ma le varie scadenze previste (prima per iscriversi e poi per votare), rendono il tutto molto farraginoso… senza contare che la campagna informativa non è mai adeguata: come agire per evitare un’ulteriore emorragia di voti?

“Siamo consapevoli che i cittadini portatori di diritti debbano esprimerli ovunque essi risiedano, questo attiene anche alla partecipazione politica; non si capisce la ragione per cui per una parte della rappresentanza si debba usare un metodo di voto diverso da quello con il quale si partecipa alle elezioni del Parlamento nazionale. Oltre ad essere diseducativo e discontinuo crea anche una confusione perché la gente non riesce a seguire tutta l’evoluzione della politica italiana. Perciò servirà semplificare e favorire la partecipazione cercando di intervenire sulla parte normativa per aiutare a rafforzare i legami tra l’elettore e il cittadino. 

Per come è pensata la Costituzione italiana, siamo convinti che l’opzione del voto sia di per sé riduttiva del diritto, ed è anche la ragione per la quale ci stiamo impegnando per promuovere queste riforme e cancellare il decreto del 2014 che ha introdotto l’‘opzione inversa’, ovvero, bisogna esprimere l’intenzione di voto 45 giorni prima della data scelta per le consultazioni. All’epoca questa modifica per i Comites fu motivata dalla spending review che chiedeva sacrifici a tutti, ma oggi che l’Italia è in una fase di rilancio e deve mettere in campo le forze migliori, è giusto che nella consultazione vengano coinvolti tutti i cittadini per scegliere rappresentanze migliori. Non spetta all’economia, alla finanza ridurre il diritto e, soprattutto, come è successo, la partecipazione. Noi viviamo e agiamo in un regime democratico. Ricordo che nel 2004 al rinnovo dei Comites hanno partecipato il 34,1% degli elettori, invece nel 2015 la partecipazione, con l’introduzione di questa opzione inversa, è precipitata al 3,6%! Sono risultati negativi sia per la rappresentatività, sia per il modo in cui viene percepito e visto l’organismo, perché con questi numeri non sono considerati in maniera adeguata. A questo punto sarebbe utile, ed è l’impegno che stiamo promuovendo, ritornare all’universalità del voto per permettere a tutti gli italiani all’estero di utilizzare gli strumenti previsti da un Paese democratico qual è l’Italia. Perciò nelle ultime due assemblee, abbiamo chiesto ai parlamentari e al sottosegretario di cancellare l’emendamento del 2014 e di ritornare all’uso di una partecipazione universale. Non tutti hanno coscienza e consapevolezza di iscriversi a queste liste elettorali, sono liste, tra l’altro, da utilizzare solo ed esclusivamente per una sola tornata elettorale, mentre sappiamo che in quei Paesi che fanno uso di questa modalità, come gli Stati Uniti, i cittadini si iscrivono una volta sola, poi magari decidono di cancellarsi. Questo in Italia, nella circoscrizione estero non è previsto, allora è farraginoso e macchinoso questo sistema elettorale… devono iscriversi, inviare il plico con le schede votate, il tutto entro termini ben precisi. In pratica, si rischia di ridurre la partecipazione a pochi numeri”.

Entro quando bisognerà decidere sull’eventuale rinvio del rinnovo dei Comites o se mantenere la data già stabilita, ovvero il 3 dicembre?

“La discussione è aperta e c’è l’impegno dei Presidenti delle Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato, che hanno contatto i loro colleghi delle Commissioni Affari Costituzionali, a procrastinare la data per impraticabilità del voto a causa della diffusione della pandemia in altri continenti. Ricordo che l’indizione delle elezioni deve avvenire tre mesi prima della data scelta per permettere di avviare tutte le procedure del voto, per dar modo alla rete diplomatico-consolare di emettere i decreti e indire le elezioni nelle varie circoscrizioni, quindi, nel nostro caso, il 3 di settembre per votare il 3 dicembre prossimo. Lo slittamento sarebbe utile per permettere al Parlamento di approvare le leggi di riforma; a quel punto saremmo nelle condizioni di avere rappresentanti nuovi, con prerogative e soprattutto desiderosi di svolgere attività in linea con il mondo di oggi. Il rinnovo serve soprattutto a riposizionare questi organismi e a definire meglio il rapporto tra le istituzioni diplomatiche e la rappresentanza, cosa che in alcuni campi e aree del mondo è ancora offuscata se non vissuta e interpretata in condizioni di subalternità. Sono del parere che questo sia anche uno dei motivi che ci deve spingere a riformare e a rafforzare i Comites, perché negli ultimi anni l’emigrazione è raddoppiata nei numeri e tra i nuovi italiani all’estero c’è gente che politicamente ha maturato esperienza anche governativa nei Paesi esteri, nelle grandi strutture pubbliche e nel privato. Quindi, abbiamo a disposizione una classe dirigente perfettamente in grado di svolgere bene e meglio il lavoro che con grande fatica, e ottimi risultati, siamo stati capaci di produrre fino ad oggi nei vari territori di residenza. L’emigrazione italiana ha fatto passi da gigante, in alcuni Paesi abbiamo creato e prodotto qualità ed assunto dignitosamente anche ruoli da protagonisti.

Tra i prossimi appuntamenti cui il CGIE sta dedicando energie, la Conferenza Stato-Regioni: quali gli altri progetti in programma?

Intanto, proprio in questi giorni parlavo con un funzionario del Ministero degli Affari Esteri, perché la Conferenza Stato-Regioni deve essere finalmente programmata; a partire dal 1 luglio, vista la possibilità di spostarsi senza preclusioni, almeno in Europa, dobbiamo togliere il freno alla mobilità e riprendere le attività, e a partire dal mese di settembre possiamo cominciare ad organizzare un’assemblea plenaria e successivamente la Conferenza Stato-Regioni. Per quanto riguarda gli altri progetti in itinere sui quali sta lavorando il CGIE, uno di questi riguarda una collaborazione con RAI 3 per la produzione di cinque documentari sull’emigrazione italiana che saranno trasmessi nella prima settimana di settembre. In questi documentari si racconterà la nuova emigrazione in Europa, perché a causa delle ristrettezze sanitarie il regista non ha potuto raccogliere altre preziose testimonianze, come avevamo previsto, anche in Nord e Sud America. 

Presenteremo poi diverse pubblicazioni di ricerche e studi sull’emigrazione con le case editrici ‘Donzelli’ e ‘Il Mulino’, mentre si sta lavorando a definire la realizzazione di una piattaforma telematica per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese degli italiani all’estero e anche di aziende italiane che intendono promuovere attività commerciali sui mercati esteri.

L’anno scorso il CGIE a quindici giorni dall’Assemblea plenaria della IV Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE ha dovuto bloccare i preparativi per realizzarla; grazie all’uso di strumenti telematici continuiamo a organizzare centinaia di videoconferenze su temi vari e di diretto interesse per le politiche programmatorie degli italiani all’estero. Dall’inizio dell’anno ad oggi ne abbiamo registrato già una settantina. Abbiamo anche attivato un canale youtube per condividere le nostre attività, senza dimenticare la pagina facebook e il sito del CGIE che a breve sarà rinnovato.

Il CGIE è un organismo di pura rappresentanza delle comunità italiane all’estero, spesso supplisce alla disattenzione e alla mancanza di politiche attive per i residenti all’estero e per gli italo-discendenti, questo ruolo gli è riconosciuto da una legge dello Stato e lo esercita con coscienza, responsabilità e dignità. Mettere le nostre comunità in condizione di dialogare con il nostro Paese e inserirle nel discorso pubblico non è semplice, ma ci stiamo impegnando anche grazie all’uso degli strumenti che offre la nuova tecnologia digitale.