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Cesare Pavese non smette mai di stupire. Lo scrittore piemontese, morto suicida nel 1950, continua a far parlare di sé a più di settant'anni dalla sua dipartita. Dopo aver trascorso alcuni giorni a Bocca di Magra, in Liguria, nell'ambiente degli intellettuali legati a Giulio Einaudi, periodo in cui conobbe la sua ultima amica, la "Pierina", alla quale indirizzò l'ultima lettera, il 27 agosto prese una camera dell'albergo Roma in piazza Carlo Felice a Torino, vicino alla stazione, e si suicidò ingerendo dieci bustine di sonnifero. Lasciò un fogliettino con le sue ultime parole: «Non fate pettegolezzi».

Era un autore noto in tutto il paese, lavorava alla Einaudi e godeva di un certo successo. Il suo suicidio resta ancora adesso un mistero. Per questo si cerca adesso di capire il personaggio Pavese. A ciò contribuiscono le sue lettere giovanili, comprese quelle inviate da Brancaleone, in terra calabra, cui era stato confinato come oppositore del regime fascista. Queste missive sono ora edite dalla casa editrice L'Orma dal titolo "Non ci capisco niente" (61 pagine, 7 euro). Un dossier che esamina i suoi tormenti e i suoi dubbi, fin dall'età giovanile. Così scrive Federico Musardo nella prefazione: «Come tutti i fabbricatori di miti... aveva una sua compattezza tematica e stilistica... nascondendo vastità quasi insondabili».

E ancora: «È stato scrittore solo per la solitudine dei propri occhi, e poi anche per gli amici più stretti e i confidenti più intimi». Tra questi ultimi c'è da annoverare Italo Calvino, fresco di laurea, alle prime esperienze come narratore e all'ufficio stampa della casa editrice, la Einaudi, che gli pubblicò il suo primo romanzo, "Il sentiero dei nidi di ragno" ambientato nella sua Sanremo. All'inizio Pavese tenta la via della poesia, ma è nel 1941 che arriva il suo primo romanzo, "Paesi tuoi". Nel 1943, dopo l'8 settembre, Torino venne occupata dai tedeschi e anche la casa editrice venne occupata da un commissario della Repubblica sociale italiana. Pavese, a differenza di molti suoi amici che si preparavano alla lotta clandestina, si rifugiò a Serralunga di Crea, piccolo paese del Monferrato, dov'era sfollata la sorella Maria e dove strinse amicizia con il conte Carlo Grillo, che diventerà il protagonista de "Il diavolo sulle colline".

A dicembre, per sfuggire a una retata da parte dei repubblichini e dei tedeschi, chiese ospitalità presso il Collegio Convitto dei padri Somaschi di Casale Monferrato dove, per sdebitarsi, dava ripetizioni agli allievi. Leggeva e scriveva apparentemente sereno. Il 1º marzo, mentre si trovava ancora a Serralunga, gli giunse la notizia della tragica morte di Leone Ginzburg, avvenuta sotto le torture nel carcere di Regina Coeli. Il 3 marzo scriverà: «L'ho saputo il 1º marzo. Esistono gli altri per noi? Vorrei che non fosse vero per non star male. Vivo come in una nebbia, pensandoci sempre ma vagamente. Finisce che si prende l'abitudine a questo stato, in cui si rimanda sempre il dolore vero a domani, e così si dimentica e non si è sofferto». Nel dopoguerra riprese il suo ruolo alla Einaudi, si iscrisse al Partito Comunista, avviò un'intensa attività letteraria che culminò con la vittoria del Premio Strega che ricevette nel giugno del 1950 per "La bella estate". Poi la depressione, gli amori mancati e il suicidio. Tra le lettere giovanile ecco comparire già il suo male di vivere: «L'estate mi ammazza. Io non concludo più nulla. Sono morto, morto. Neanche i bei pensierini di una volta (quest'inverno), quelli sai, pum pum, non mi vengono più a rallegrare colla loro intensità lirica gli aristocratici ozi laboriosi di supremo rappresentante di questa schifosa società monarchico borghese capitalistica...W la rivoluzione».

L'interesse per Pavese ci porta a scoprire Bianca Garufi, la donna che più ha contato per lui dal punto di vista creativo. E' uscito per la prima volta il loro carteggio per merito di Mariarosa Masoero che, avvalendosi della confidenza ottenuta in vita dalla donna, ha potuto disporre delle carte postume e in particolare delle lettere, mettendo a frutto per il ricco apparato di note il suo talento investigativo. Ne è nato un libro, "Una bellissima coppia discorde" edito da Olschki, (162 pagine, 20 euro).

Il carteggio prende avvio dal 1945, a ridosso del «magnifico autunno» che vide nascere a Roma l'amore tra Cesare Pavese e l'avvenente siciliana, e si chiude nel 1950, con accenti di placata lontananza. Il loro fu un rapporto intellettuale: «Hai un modo di dire le cose - scrive Pavese - che fa venire in mente i graffiti preistorici: qualcosa di tranquillamente familiare e insieme mitologico». È quasi il preannuncio del comune interesse per il mondo delle origini, che troverà espressione nei "Dialoghi con Leucò". La donna lascerà intendere di avere ispirato il primo di essi, "Le streghe": «Ti dicevo ogni tanto di prenderti Circe e di manipolarla a piacere».

La manipolazione letteraria arriva a identificare Bianca con l'antica maga, a prestare le sue fattezze all'Artemide della Belva: «Una magra ragazza selvatica.... Con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro».

L'editrice Archinto ha invece dato alle stampe "Lettere a Ludovica", una raccolta che pubblica per la prima volta le lettere inedite indirizzate a Ludovica Nagel – segretaria editoriale dell'Einaudi tra il '45 e il '46 – da Cesare Pavese, Natalia Ginzburg e Felice Balbo, che trovano in lei un'amica con cui confidarsi e un aiuto per le loro necessità anche pratiche. Tre persone molto legate tra loro scrivono all'amica comune, anche se la destinataria rimane avvolta nell'ombra. Sono amicizie nate alla fine della guerra, nelle stanze della sede romana della casa editrice Einaudi. Attraverso le lettere vediamo queste amicizie proseguire negli anni o interrompersi tragicamente.

Chi legge un epistolario diventa, per interposta persona, l'interlocutore di chi scrive. La voce sarcastica e amara di Pavese che dice addio poco prima di togliersi la vita; la sollecitudine affettuosa e dolente di Natalia Ginzburg; la passione comunicativa di Felice Balbo che ragiona di Simone Weil, arrivano alla reale destinataria e da lei giungono sino a noi a raccontarci, oltre l'intreccio di vite, che cosa è stata la letteratura del secondo dopoguerra.

di Marco Ferrari