Da una decina di anni Dubai si è rivelata un porto sicuro per i boss della criminalità organizzata italiana, dove trascorrere latitanze di lusso e riciclare i proventi dei propri traffici. Anche quando venivano scovati dai nostri investigatori, rimanevano tranquillamente a piede libero grazie a trattati di estradizione non sempre perfetti e a una rete di complicità e corruzione di alto livello. Ma lo scorso mese di agosto potrebbe aver segnato un cambio di rotta nella collaborazione tra le forze dell’ordine di Italia e Emirati. Un segnale in tal senso viene da due operazioni di polizia che hanno portato a pochi giorni di distanza alla cattura di due superlatitanti campani: il boss del narcotraffico Raffaele Imperiale e il suo fedelissimo Raffaele Mauriello. Che i due si nascondessero a Dubai era noto a tutti da tempo, eppure fino ad ora nessuno era riuscito ad ammanettarli. Entrambi legati al clan camorristico Amato-Pagano, Mauriello deve rispondere di tre omicidi avvenuti durante la terza faida di Scampia, mentre Imperiale, considerato uno dei maggiori broker di cocaina al mondo, deve scontare una condanna per traffico di droga.

Il boss del narcotraffico – La figura chiave è proprio Raffaele Imperiale. Nato a Castellammare di Stabia il 24 ottobre 1974, Imperiale si nascondeva a Dubai sotto il falso nome di Antonio Rocco. Quando, giovanissimo, si occupava della vendita di bibite all’ingrosso, a Castellammare era conosciuto invece come “Lelluccio Ferrarelle”. Già a 22 anni, Imperiale si trasferisce in Olanda, dove rileva un coffe-shop e avvia la sua scalata al mondo del narcotraffico. Così i suoi soprannomi cambiano nel tempo: diventa “Lello di Ponte Persica”, nei primi anni di attività, “Lello ‘o parente”, negli anni della faida di Scampia, “Rafael Empire” per i narcos di mezzo mondo con cui arriverà a trattare enormi carichi di cocaina destinati a mezza Italia. Secondo i pentiti di camorra che hanno ricostruito la sua carriera criminale, in Olanda Imperiale comincia dal basso, spacciando marijuana e pasticche di exstasy. Ma ben presto passa a trattare la polvere bianca ed entra nel giro grosso, diventando il broker di fiducia degli scissionisti di Scampia, i boss Raffaele Amato e Cesare Pagano. Per loro conto va ad acquistare cocaina direttamente in Sud America. Crea una rete di fedelissimi per far arrivare la merce in Spagna, Olanda o Francia e da lì in Italia. Per farsi un’idea dell’entità dei carichi trattati da Imperiale, basti dire che nel 2013 all’aeroporto di Parigi furono sequestrati 1.330 chili di cocaina purissima su un volo di linea in arrivo da Caracas. Li trasportava Vincenzo Aprea, fedelissimo di “Lelluccio ‘o parente”. Imperiale ormai tratta direttamente con tutte le mafie del mondo. Diventa amico del ras cileno Richard Riquelme Vega, detto Rico, del boss olandese Ridouan Taghi, che gestisce tutti i traffici illegali che passano per il porto di Rotterdam, fa affari col narcos bosniaco Edin Gacanin, viene filmato al matrimonio del re della droga irlandese Daniel Kinahan.

Il patrimonio segreto e i quadri di Van Gogh – Quando nel 2016 scatta il mandato di arresto internazionale nei confronti di Imperiale, lui è già a Dubai. Secondo il pentito Carmine Cerrato, assieme a Pagano ed Amato ha acquistato decine di coffee-shop in Olanda e sta investendo in appartamenti da 20 milioni di euro l’uno negli Emirati Arabi. Conduce una vita sfarzosa, per un periodo alloggia nel più lussuoso hotel del mondo, il Burj al Arab, colleziona opere d’arte. I finanzieri che gli danno la caccia hanno calcolato che per la sua latitanza Imperiale spende 400mila euro al mese. Con le sue spese folli si era già fatto notare anni prima, quando fece arrivare dagli Usa alla Campania uno dei più famosi addestratori di cani statunitensi, beniamino dei vip di Hollywood, perché educasse il suo pastore tedesco: la parcella fu di centomila euro. Clamoroso il suo acquisto di due dipinti di Vincent Van Gogh rubati ad Amsterdam nel 2002, dal valore stimato di cento milioni di dollari. «Li comprai direttamente dal ladro, il prezzo era molto conveniente e io sono un appassionato d’arte», ha rivelato lui stesso in una recente intervista rilasciata da Dubai al quotidiano napoletano “Il Mattino”. In realtà, gli inquirenti sospettano che usasse i due Van Gogh come garanzia per le partite di droga ancora da saldare. Fatto sta che nel 2016, quando nessuno poteva ancora collegare Imperiale ai due dipinti rubati, i finanzieri napoletani fanno misteriosamente irruzione in una casa di campagna di alcuni familiari del boss e, sorpresa, trovano i quadri. I maligni sospettano che Imperiale abbia fatto ritrovare i Van Gogh in cambio di un aggiustamento della sua situazione processuale in Italia. Sul suo capo pesava una condanna a 18 anni di carcere per narcotraffico. Ma la Cassazione ha poi cancellato la sentenza e alla fine la pena per Imperiale si è ridotta a 5 anni, 10 mesi e 20 giorni. Il problema, ora, sarà farglieli scontare. Le pratiche per l’estradizione sono già partite da Roma alla volta di Dubai. Ma la rete di contatti costruita negli anni dal narcotrafficante è di altissimo livello: in passato le indagini su di lui hanno lambiti commercialisti di primo piano, diplomatici, alti funzionari arabi. Se è davvero cominciata una nuova stagione nei rapporti tra Italia e Emirati in materia di giustizia, lo si vedrà nei prossimi giorni. Se Imperiale e Mauriello saranno estradati rapidamente, potremo forse dire che è finito il paradiso dei superlatitanti italiani nel Golfo Persico.

Ma la caccia continua: Carbone e  Messina Denaro i prossimi target?

Dubai, crocevia di traffici illeciti, ospita non solo camorristi e malavitosi italiani, ma anche trafficanti di metalli preziosi africani, narcos talebani, contrabbandieri iraniani, mafiosi russi, ras nigeriani. Un fiume di denaro illegale alimenta l’economia della lussuosa metropoli araba. Dopo Imperiale e Mauriello, per gli inquirenti italiani il prossimo obiettivo è Bruno Carbone, tra i latitanti più pericolosi della camorra campana, condannato in patria a 20 anni di carcere per traffico internazionale di stupefacenti. In una villa sul litorale napoletano intestata all’ex moglie, nel 2018 furono sequestrati 240 milioni di euro in contanti. Solo una piccola parte delle disponibilità economiche di Carbone. Il quale è stato protagonista, un anno fa, di una vera e propria beffa per gli investigatori che sono sulle sue tracce. È accaduto proprio a Dubai, dove la polizia locale arrestò un uomo sostenendo che fosse appunto Carbone. Quando però gli investigatori italiani si presentarono sul posto, si trovarono di fronte un signore che non aveva niente a che fare con il camorrista ricercato: era tale Domenico Alfano, imprenditore napoletano nel settore della ristorazione. Forse è stato anche per evitare altre gaffes simili che quando il 4 agosto scorso la polizia ha ammanettato Raffaele Imperiale, ha tenuto segreta la notizia per due settimane.

Una altra primula rossa del crimine nostrano è stato segnalato più volte a Dubai: secondo alcuni si nasconderebbe negli Emirati Arabi anche il mammasantissima di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. La notizia è circolata a più riprese negli ultimi anni, è stata oggetto anche di una puntata del programma Rai  “Chi l’ha visto?”. Nel maggio scorso è stata rispolverata da un’inchiesta del settimanale “Oggi”. Ma gli esperti di mafia sono scettici sulla sua veridicità. Un padrino di Cosa Nostra non può allontanarsi troppo dal proprio territorio, sostengono, a meno di non perdere lo scettro del potere.

ANONIMO NAPOLETANO