Palazzo Chigi, sede della presidenza del Consiglio dei ministri (foto: depositphotos)

di Franco Esposito

Gli intrighi del Quirinale. Gli Onorevoli palesemente in fuga dal voto. E tre su quattro perdono la pensione. Semplice la causa: vanno in fumo i contributi per i neo parlamentari, se le Camere saranno sciolte prima del settembre 2022. La Lega è quella che rischia di più, è il partito con più matricole, il 92%. Fratelli d’Italia ne conta addirittura venti su ventidue al Senato.

Per chi suona la pensione, non la campana cara a Hemingway? Il sistema previdenziale per i parlamentari funziona così: la pensione dei neoeletti in questa legislatura scatta solo se dura più di quattro anni, sei mesi e un giorno, ovvero se supera la data del 24 settembre 2022, sessantacinque anni è l’età con la quale i neoeletti nel 2018 potrebbero ricevere la pensione parlamentare. Il numero dei neoeletti alla Camera è 446, parti al settantuno per cento dei deputati. Il numero dei neoeletti al Senatori è di 244, pari al settantasei per cento dei senatori di molti fattori politici. Ma andrà ad incrociarsi anche con un dato esistenziale da non sottovalutare.

Quasi tre parlamentari su quattro sono di fresca nomina, neo eletti, e quindi dovrebbero rinunciare non solo al lauto stipendio ma anche alla pensione. Se l’elezione del Capo dello Stato, sia chiaro, determinasse lo scioglimento delle Camere e elezioni anticipate nella primavera del 2022. Stiamo parlando di ben 690 Grandi Elettori sui 1007 totali che a febbraio sceglieranno il nuovo Presidente della Repubblica.

Gran parte dei neo eletti, nelle percentuali sopra esposte, vengono da occupazioni di profilo medio-basso e con retribuzioni assai più modeste rispetto a quelle garantite dalle indennità parlamentari. Va detto però che, in alcuni casi, una quota di questi soldi viene girata ai partiti di appartenenza.

Peserà il fattore pensione sulla compattezza del voto deciso dai gruppi? E se peserà davvero in quale misura andrà calcolata in funzione dei gruppi parlamentari che appaiono già oggi sfilacciati? Circa cento parlamentari fanno riferimento a formazioni minori e al Gruppo Misto. Nel quale, oltretutto, si distinguono una trentina di cani sciolti. Sta a significare che il puzzle praticamente è già servito.

I leader nazionali, da tempo, faticano a controllare i loro parlamentari in votazioni molto meno importanti di quelle per il Quirinale. I neo eletti sono numerosissimi in tutti i gruppi, ma a sorpresa – come detto – quello che potrebbe soffrirne di più è proprio la Lega di Matteo Salvini. I Cinque Stelle oscillano fra il settanta per cento di parlamentari alla prima esperienza alla Camera e l’ottantadue per cento al Senato

Ma come è messo il Partito Democratico? Intanto perse una notevole quantità di onorevoli nel 2018, ora ha una percentuale di neo eletti del quarantacinque per cento a Montecitorio e del sessantasei per cento a Palazzo Madama. Anche Fratelli d’Italia ha moltissimi neo eletti alla Camera, trentatre su trentasette. Una cosa appare certa, almeno in questo momento: nella corsa al Quirinale il futuro previdenziale di grandissima maggioranza è a rischio. Per 690 peones la catastrofe si materializzerebbe se si votasse prima del 24 settembre 2022. Ovvero prima dei quattro anni, sei mesi e un giorno che automaticamente garantiscono la rendita previdenziale ai parlamentari.

Dal primo gennaio 2012 non esistono più i vitalizi. Ovvero dall’entrata della legge Fornero. Da quella data ai parlamentari in carica viene assegnata una pensione sula base dei contributi versati purchè per almeno quattro anni e mezzo. L’assegno di circa 1.500 euro mensili scatta a partire dai 65 anni, se si viene eletti per due o più legislature. Ma se la legislatura si interrompe, il parlamentare vede sfumare anche i contributi versati, che in presenza di una retribuzione alta dopo quattro anni e passa ammontano a 50mila euro.

La domanda è inevitabile, alla luce del maturare di una certa condizione: quanti peones si trasformeranno in franchi tiratori decisi a barricarsi dietro la propria poltrona fino al termine della legislatura nel 2023? Una questione chiave, questa, in una delicatissima partita dove molti stanno già tirando la giacca a Mario Draghi. Il quale, ormai si sa, lo sanno anche le pietre di Palazzo Chigi, non muoverà un solo dito. Resterà immobile.

Non dirà, Draghi, sono disponibile “a fare il Capo dello Stato”. Né tantomeno dirà “no grazie”. Il più accreditato successore di Sergio Mattarella ha scelto la strategia attendista.

Il Quirinale resta dunque il grande intrigo e il grande mistero. Ma fino ad un certo punto.