di Giovanna Chiarilli

Come afferma l’On. Francesca La Marca in questa dichiarazione rilasciata a Gente d’Italia, ormai è inutile piangere sul latte versato… infatti è inutile continuare a ricordare che in molti avevano chiesto il rinvio delle elezioni dei Comites, che in tanti hanno “implorato” l’annullamento dell’opzione inversa e di aspettare l’approvazione della legge… ormai bisogna fare i conti con questo circa 4% di elettori desiderosi di partecipare, di far sentire il proprio peso sulle sorti della comunità, e vogliamo essere ottimisti e pensare che voteranno davvero tutti!

In ogni caso, il vero “dramma” con cui fare i conti, resta l’assenza, l’indifferenza del mondo politico, resta l’amaro per quello che avrebbe potuto e non ha fatto. Anche il CGIE ha richiamato alle proprie responsabilità Governo e Parlamento che hanno totalmente ignorato i continui appelli per annullare tutti gli ostacoli che hanno portato a questi risultati.

Ma, come si sta evidenziando, ancora più palese e preoccupante, è la mancanza di conoscenza di questi organismi di rappresentanza: un reale contatto, fiducia, consapevolezza del loro ruolo.

Concetti che ribadisce anche l’On. Francesca La Marca che interviene nel dibattito scaturito dopo i primi risultati degli iscritti all’Albo degli elettori che potranno votare, ed è bene ricordare che le schede saranno valide solo se arriveranno entro il 3 dicembre. “La percentuale di iscritti all’Albo elettorale del 3,76% rispetto agli eventi diritto (in cifre assolute circa 178.000 persone rispetto a 4,7 milioni di potenziali elettori) è un dato preoccupante, ma non inaspettato. Tante voci, nell’ambito del CGIE e tra noi parlamentari eletti all’estero, si sono levate per avvertire che, a causa della pandemia, non c’erano le condizioni migliori per una partecipazione diffusa, che non c’erano risorse sufficienti né tempo adeguato per fare una campagna informativa degna di questo nome, soprattutto che era opportuno avere più tempo per modificare la norma sull’obbligo di preiscrizione, che è un vero nodo scorsoio al collo di una normale partecipazione al voto.

Niente. Si è preferito andare avanti. E già nel momento di una decisione improvvida e incauta abbiamo avvertito: ‘Nessuno poi venga a piangere sul latte versato’ o, peggio ancora, si faccia avanti con il dito puntato chiedendo i motivi di un fallimento annunciato.

Sarebbe, comunque, non onesto intellettualmente ignorare un dato di fondo che ormai non si può far finta di non vedere: il limitato accreditamento dei COMITES rispetto alle comunità che dovrebbero tutelare. Quanti ne conoscono l’esistenza, quanti partecipano alle sue iniziative, quanti si sentono realmente da essi rappresentati? Si tratta, beninteso, di interrogativi che possono essere fatti per ogni livello di rappresentanza, il che dovrebbe portarci ad interrogarci seriamente sul modo come rilanciare l’intero sistema e rafforzare tutta la catena, senza limitarsi a saldare solo qualche anello”.

Questo risultato che riguarda i Comites, dovrebbe rappresentare un campanello di allarme anche per le prossime consultazioni, e quelle politiche, in pratica, sono dietro l’angolo. Quale giustificazione verrà utilizzata se, anche in questo caso, la percentuale dei votanti risulterebbe al di sotto delle aspettative?

Intanto, ci si pone la domanda su quanta credibilità, quale legittimità potranno avere i Comites del dopo 3 dicembre, sempre in considerazione di una scarsa attenzione-partecipazione della comunità per cui dovrebbero impegnarsi.

“Finché ci sarà una legge dello Stato che ne prevede l’esistenza e il funzionamento – continua La Marca – dovrà esserci un impegno di lealtà istituzionale nel farli funzionare meglio possibile. Restano sul tappeto, poi, con evidente urgenza e direi ormai drammaticità, due esigenze: la prima è quella di eliminare la cosiddetta ‘opzione inversa’, che si è rivelata ripetutamente il vero collo di bottiglia nel quale la partecipazione va ad arenarsi. La seconda consiste nella necessità di dare ai COMITES compiti e risorse perché possano uscire dallo stato di pura sopravvivenza in cui li hanno ridotti e possano sviluppare iniziative reali di sostegno e orientamento alle comunità. Soprattutto in questa fase postpandemica in cui la condizione dei connazionali meno attrezzati residenti all’estero è peggiorata e le prospettive di coloro che continuano a partire sono diventate più incerte.

Insomma, se non saranno messi nella condizione di vivere e di fare bene il mestiere che la legge gli assegna, è difficile che possano aumentare la loro credibilità presso coloro che devono rappresentare.

Non sarebbe male, inoltre, pensare anche ad uno sforzo straordinario di comunicazione da parte del Ministero degli esteri, rivolto alle nostre comunità nel mondo, per fare in modo che i COMITES siano meglio conosciuti e le loro funzioni esemplificate e presentate con concreti riferimenti alle questioni esistenti in ciascuna circoscrizione consolare.

È necessario, comunque, cogliere questa occasione per riproporre il ragionamento sull’intera filiera della rappresentanza. A dicembre tocca ai COMITES, in primavera al CGIE e dopo un anno, con la scadenza della legislatura, alla decimata pattuglia parlamentare. Non si può assistere senza reagire a questa progressiva riduzione del peso della rappresentanza degli italiani all’estero staccando oggi una foglia, domani un’altra, come se si trattasse di pulire un carciofo. La classe dirigente italiana deve decidere se è nell’interesse del Paese, soprattutto in fase come questa di necessaria internazionalizzazione, avere rapporti organici con la sua sempre più ampia comunità all’estero. E se la risposta sarà positiva, deve decidere coerentemente di pagare, in termini normativi e di risorse, il prezzo che il perseguimento di un tale obiettivo richiede.”