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L’espressione fake news è un successo retorico di Donald Trump. Fu infatti il presidente amaricano a usare queste parole proprio in un tweet (irrecuperabile dopo che l’account @realDonaldTrump è stato sospeso) ma scritto nel giorno della sua elezione il 9 novembre del 2016, parole che ha da allora utilizzato per attaccare la stampa. La storia ci racconta che la diffusione di notizie false non è un fenomeno recente, ma affonda, secondo alcuni, addirittura nella storia dell’antica Grecia. La prima fake news della storia sembra essere stata una lettera attribuita al generale spartano Pausania, a causa della quale fu considerato colpevole di alto tradimento per la sua intenzione di tradire i greci e passare al servizio del re persiano Serse. Ma la lettera, pur verosimile, era un falso!

Proprio in questi giorni, la Grecia, quella moderna però, è tornata agli onori della cronaca. Che la libertà di stampa fosse sotto attacco in Grecia era cosa nota. Basta leggere questo preciso resoconto di Valigia Blu dello scorso ottobre. Con la ‘scusa’ di combattere le fake news, il governo ha approvato pochi giorni addietro una legge che darà un colpo mortale alla libertà di stampa. Un fatto denunciato già ad ottobre dal Media Freedom Rapid Response (MFRR), un meccanismo europeo che traccia, monitora e risponde alle violazioni della libertà di stampa e dei media in Europa.

“Riteniamo che la vaga definizione contenuta nel disegno di legge e le sanzioni punitive minerebbero la libertà di stampa e avrebbero un effetto intimidatorio in un momento in cui il giornalismo indipendente è già sotto pressione in Grecia”, afferma il MFPR nella sua nota del 12 ottobre e denuncia che il Ministro della Giustizia, Kōstas Tsiaras, aveva proposto degli emendamenti al nuovo codice penale (in particolare, all’articolo 191) che avrebbero limitato la libertà di stampa. Spiccano tra tutte le sanzioni per i colpevoli di diffondere “notizie false che possano destare preoccupazione o timore nell’opinione pubblica, o minare la fiducia del pubblico nell’economia nazionale, nella capacità di difesa del Paese o nella salute pubblica”.

Nel dettaglio: “Se l’operazione è stata eseguita ripetutamente attraverso la stampa o online, l’autore è punito con la reclusione di almeno sei mesi e una multa”, e anche l’editore o il proprietario di un mezzo di comunicazione responsabile andrebbe incontro alla prigione e a sanzioni pecuniarie. La giustificazione formale, addotta dal governo greco, è stata che la disinformazione mette, tra le altre cose, a rischio la lotta contro il COVID-19, ma il MFPR replica che le leggi restrittive che danno ai pubblici ministeri il potere di decidere cosa sia vero e cosa falso, provochino più danni che benefici. Gli emendamenti sono oggi diventati legge. E alle voci di protesta che si sono levate dall’opposizione e dal sindacato dei giornalisti dei quotidiani di Atene (ESIEA) –che la denunciano come troppo vaga– il Ministro Tsiaras ha risposto: “Il fatto che i nostri concittadini stiano morendo in questo momento perché alcuni li convincono a non essere vaccinati non dovrebbe essere affrontato dal sistema giudiziario?”

ESIEA ha già coinvolto in questa battaglia (persa in partenza) la European Federation of Journalists e l’International Federation of Journalists, e si appresta a rivolgersi al potentissimo (sic) Parlamento Europeo per aprire un dibattito sulla questione delle fake news. Perché persa in partenza? Perché le istituzioni europee poco hanno fatto, o forse possono fare, per altri episodi, ancora più gravi. Uno fra tutti il caso dell’assassinio del giornalista investigativo Giorgos Karaivaz, ucciso, nell’aprile di quest’anno, a colpi di arma da fuoco fuori casa, e da allora, nessun passo avanti è stato fatto nelle indagini. Quali sono state le reazioni da parte delle istituzioni europee a questa inerzia? Due tweet.

Certo le indagini nazionali su un omicidio sono una cosa, l’approvazione di una legge che sembra minare la libertà di stampa è un’altra. In questo secondo caso l’UE dovrebbe avere più margini di manovra, ma le reazioni dell’UE a evidenti infrazioni alla protezione dei diritti dell’uomo, appaiono spesso fiacche, o inconcludenti. Gli effetti pratici dei risultati della tanto sbandierata Relazione sullo Stato del Diritto negli Stati Membri, che passa in rassegna il sistema giudiziario, il quadro anticorruzione, il pluralismo dei media e altre questioni istituzionali relative al sistema di bilanciamento dei poteri, a oggi non ha sortito nessun effetto tangibile. Il problema è molto più vasto. Infatti, secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontières, che analizza lo stato della libertà di stampa nel mondo il giornalismo è meno libero, ma soprattutto, l’opinione pubblica si fida meno dei giornalisti.

In più di 130 dei 180 Paesi nel mondo, l’esercizio del giornalismo - “vaccino principale” contro la disinformazione - scrive RSF, è “totalmente o parzialmente bloccato”. In 73 la situazione è “molto grave”, e solo in 12, cioè il 7%, contro l′8% dello scorso anno, è “buona”. Christophe Deloire, direttore generale di RSF, inserisce, tra i fattori che hanno determinato un restringimento dello spazio di azione libera del giornalismo anche la pandemia, che secondo Deloire, è stata “un’opportunità colta al volo dagli Stati che sono stati in grado di limitare la libertà di stampa”. Povero Covid, ci mancava pure questa…

MARIELLA PALAZZOLO