Giuseppe Conte (foto depositphotos)

di Pietro Salvatori

È dovuto correre prima alla Camera e poi al Senato, Giuseppe Conte, per provare a tenere le redini di un partito imbizzarrito e che gli scalcia sotto la sella, un’ingovernabilità pressoché totale che fa mormorare assai gli alleati sulla credibilità di poter contare sui voti del primo partito in Parlamento nella corsa al Quirinale.

L’ennesimo pasticcio si è consumato ieri. Nella Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama andava in scena un voto sull’arcinemico Matteo Renzi. L’oggetto del contendere era la proposta di Forza Italia di sollevare un conflitto di attribuzione contro l’acquisizione, da parte dei pm fiorentini che indagano sul caso Open, delle chat e delle mail del leader di Italia viva. Un voto che in altri tempi sarebbe scivolato liscio nel mondo pentastellato, che avrebbe sonoramente bocciato la richiesta senza pensarci due volte. E invece, a sorpresa, i componenti 5 stelle della Giunta hanno seguito i colleghi del Pd: astensione. Una presa di posizione che ha dato il disco verde alle richieste del senatore di Rignano grazie ai voti del centrodestra.

Il telefono di Conte a quel punto è iniziato d impazzire: “Ma cosa diamine stiamo facendo?”, il tenore dei messaggi che ha ricevuto nei minuti successivi alla votazione. Il via libera definitivo, secondo i regolamenti del Senato, deve essere dato dall’aula, “e in quella sede voteremo contro”, ha provato a metterci una pezza il capo politico.

Chi lo ha sentito nelle ultime ore lo descrive furente per non essere stato consultato. Palazzo Madama, considerato un fortino fino a qualche settimana fa, è caduto sotto i colpi dei franchi tiratori, che hanno impallinato il suo candidato a capogruppo Ettore Licheri al quale è stata preferita Mariolina Castellone, considerata vicina a Di Maio. Ma nessuno nell’entourage del presidente poteva immaginarsi una situazione del genere. Dopo il voto l’entourage dell’ex premier ha iniziato a criticare nelle chat comuni i colleghi, che si sono difesi a spada tratta: “Parlate di cose che non conoscete, non veniteci a dare lezioni”.

Elvira Evangelista, una delle tre componenti M5s della Giunta, interpellata dall’Adnkronos, si difende a spada tratta: “Per decidere se mandare il caso alla Corte costituzionale al fine di risolvere queste questioni giuridiche, gli atti del fascicolo non erano sufficienti: mancavano i provvedimenti fondamentali dei Pm. Non c’era il decreto di perquisizione, non c’era il decreto di sequestro del telefonino da cui sono stati scaricati i WhatsApp di Renzi“. Una linea garantista che ha spiazzato molti dei colleghi, e che ha colto del tutto impreparato Conte. Che non era stato avvertito né tantomeno consultato da nessuno. La collega Agnese Gallicchio ammette senza problemi che per un confronto “non c’erano i tempi tecnici”. Una spiegazione che ha lasciato basiti i contiani di ferro. E così il professore pugliese è andato oggi a Montecitorio e a Palazzo Madama per vedere peones, blandirli, stringere mani, confrontarsi su attività parlamentari e difficoltà, “incontri già in programma”, spiegano, diventati ancor più necessari dopo l’ennesimo pasticcio.

“Ma ti pare che in queste condizioni Conte possa dare garanzie a Letta o a chi per lui sui voti per il Colle?”, si chiede con una certa retorica un big del partito. Il Movimento del nuovo corso sbanda vistosamente. Qualche giorno fa Conte ha convocato una sorta di gabinetto di guerra, i vicepresidenti, i ministri, qualche componente della compagine di governo. L’obiettivo proprio quello di fare il punto sul Quirinale. Un punto abbastanza inconcludente, a dar retta a uno dei presenti che spiega allargando le braccia che “ne abbiamo parlato, ma una strategia vera al momento non c’è”. L’incontro ha d’altronde sollevato un vespaio di polemiche interne, come ormai di consueto per qualunque mossa del nuovo capo politico. Accuse di non coinvolgere i parlamentari, malumori sulla mancanza di una strategia chiara, timori di essere fagocitati dalle decisioni altrui. In particolare, soprattutto alla Camera, i capannelli dei parlamentari si riuniscono e si sciolgono tutti con lo stesso refrain: “Noi non ci muoviamo, Letta farà una proposta e la dovremo seguire, con le conseguenze che tutti conosciamo”. Che non sono altro che un’ulteriore frantumazione del gruppo, né si vede al momento una soluzione affinché ciò non avvenga.

I segnali di fumo inviati a Berlusconi sono un altro elemento di destabilizzazione, mentre a Roma rimbalzano le voci che Beppe Grillo spinga per mandare Mario Draghi al Quirinale, segnali che preoccupano la war room pentastellata. D’altronde i sospetti che l’ex premier voglia andare al voto nel 2022, per fare tabula rasa e ricostruire le liste con uomini di fiducia, un M5s forse più piccolo ma più facilmente controllabile, con l’ambizione di farne l’ago della bilancia in un Parlamento dai numeri ridotti per il taglio dei parlamentari.

La prospettiva è che, a meno di colpi di teatro imprevedibili, sulla pelle del Colle si consumi una vera e propria conta interna nel partito, con conseguenze ad oggi inimmaginabili. Per Conte, anzitutto, per il Movimento come comunità, anche, ma soprattutto per le sorti del prossimo inquilino del Quirinale.