Di FRANCO MANZITTI

Tre anni e sei mesi dopo la tragedia, il processo per fare giustizia sulla strage del ponte Morandi a Genova è impantanato tra i giudici di Genova e la Corte di Cassazione. 

L’udienza preliminare con 59 indagati, tra dirigenti di Autostrade e papaveri ministeriali addetti a controllare la manutenzione di quel ponte, è iniziata a singhiozzo davanti a un Gup subito ricusato dagli stuoli di avvocati della difesa. 

 Celebrato sotto un tendone, allestito nel cortile dello storico palazzo di Giustizia per ragioni di distanziamento Covid, in tre mesi l’iter processuale ha solo contemplato l’ammissione delle parti civili, cioè dei soggetti che ritengono di avere subito danni per quel crollo del 14 agosto 2018.

 Erano quattrocento i pretendenti a vedersi riconosciuto quel diritto al risarcimento da stabilire con un successivo processo civile. Un lavoro complicato, quasi propedeutico giudiziariamente alle fasi che dovrebbero portare alla decisione del Gup di rinviare a giudizio o meno i 59 indagati che la Procura di Genova ha individuato in circa tre anni di inchiesta. 

Una delle inchieste più complicate della storia processuale italiana, con quel ponte spezzato, le sue macerie, gli indizi disseminati nel cemento corroso delle strutture, ma anche in decine di migliaia di files sequestrati per scoprire i rapporti tra i responsabili delle Autostrade, delle società di manutenzione e i dirigenti del Ministero dei Trasporti, cui toccava verificare con attenzione lo stato dei lavori sul ponte. 

Va ricordato che lo stesso architetto Riccardo Morandi, l’”autore” del ponte concluso nel 1967, fino alla data della sua morte nel 1989 raccomandava insistentemente di verificare lo stato della costruzione perché non  sapeva quale era la resistenza del cemento precompresso inventato per la prima volta in quella opera rivoluzionaria. 

E va ricordato che tra i files sequestrati sono emersi sconcertanti procedure di controllo nei dialoghi tra addetti che suggerivano, per esempio, di adottare il “modello sfilata miss Italia” per fare prima nei controlli. Significava dare una occhiata veloce alle campate, agli stralli, alle connessioni del Morandi, costruzione colossale lunga un chilometro e 100 metri, con le corsie a 60 metri dal fondovalle e gli stralli a 120 metri di altezza, secondo un disegno certamente spettacolare, tanto imponente e suggestivo da essere subito ribattezzato “il nostro ponte di Brooklyn”. Bastava un’occhiata?

La frenata   del processo che attende il giudizio della Corte di Cassazione sulla ricusazione del Gup  potrebbe far saltare il programma secondo il quale questa fase preliminare doveva essere conclusa entro l’estate e quindi scavallare il quarto anniversario dalla tragedia, un tempo già lungo rispetto alle attese di giustizia che sono sempre più urgenti. 

Se la Corte di Cassazione accoglierà la richiesta di ricusazione la Corte d’Appello dovrà indicare un altro giudice delegato a concludere la fase preliminare. E ci sarà un tempo nel quale il nuovo magistrato dovrà studiare una materia complicata per decidere chi finirà a giudizio. Il Gup è stato ricusato perché aveva partecipato a un’udienza di un altro processo parallelo, nel quale molti degli indagati per la strage del Morandi comparivano come sospettati nell’inchiesta sui pannelli fonoassorbenti della autostrada. La Corte d’Appello di Genova aveva respinto questa obiezione, ma il ricorso in Cassazione ha fatto fermare nuovamente tutto.

Il clima di attesa che serpeggia un po’ troppo in sordina sarebbe molto più teso se la Procura della Repubblica non avesse ottenuto la sospensione dei tempi della prescrizione, la grande mannaia che pende su uno dei processi più importanti nella storia giudiziaria italiana del Dopoguerra.  

In realtà i primi reati che potrebbero essere cancellati dallo scorrere inesorabile del tempo sono quelli di abuso di atti di ufficio. La scadenza per questo reato scatta nel 2023. Per i reati più gravi il tempo è maggiore, ma se l’andamento del processo è quello di questi primi mesi il rischio aumenta. 

E sarebbe uno scandalo senza precedenti, di fronte non solo ai parenti delle vittime, ma di fronte al concetto stesso di giustizia.

Intanto la Liguria continua ad essere paralizzata dai lavori autostradali di manutenzione innescati proprio dalle inchieste che il crollo del Morandi aveva acceso. A tre anni e mezzo di distanza dalla tragedia tutta la rete autostradale continua ad essere coinvolta da cantieri, chiusure anche pesanti, lungo percorsi che sono fondamentali anche per il traffico commerciale che è fondamentale sopratutto per i porti di Genova, La Spezia e Savona. 

E’ come se quel crollo terrificante avesse scoperchiato una situazione di totale degrado in un territorio dove le infrastrutture sono prevalentemente ponti e gallerie. 

Ci si può chiedere cosa sarebbe successo se in quel giorno del 2018 non fosse caduto all’improvviso il Ponte Morandi, smascherando uno stato di degrado tanto evidente ovunque. Oggi non c’è galleria o ponte autostradale che non sia coinvolto in opere di restauro, rinforzo. 

Certe gallerie restano chiuse per mesi per essere completamente ricostruite con la conseguente chiusure delle tratte relative. Il colpo per ogni tipo di traffico, non solo quello commerciale, è praticamente incalcolabile. 

Per arrivare nelle iperturistiche Riviere di Ponente e di Levante, per arrivare nei paradisi di Portofino, delle Cinque Terre, dell’estremo Ponente, verso la Francia e la Provenza, da Milano e Torino possono essere necessari tempi di percorrenza tripli, quadrupli rispetto ai tempi del pre incidente. Vuol dire sei, sette, otto ore e ovviamente il doppio nel viaggio di andata e ritorno. Una catastrofe. Ma non solo è una questione di tempi. La circolazione in questa situazione su una sola corsia o a corsie alternate è anche pericolosissima. 

Crescono gli incidenti, i morti.

Tutto questo va in qualche modo sul conto del processo che procede  a fatica perché l’esigenza di giustizia diventa sempre più forte e la responsabilità complessiva di chi con la sua condotta ha provocato un disastro simile negli anni, sfruttando le concessioni per arricchirsi, per aumentare i proventi e senza spendere per le manutenzioni, cresce e si ingigantisce.

Recentemente il vertice del gruppo Benetton, maggiore azionista di Autostrade, è cambiato e il nuovo leader è diventato Alessandro Benetton, una nuova generazione rispetto a quello al comando fino a ieri. La prima mossa del neo presidente è stato di ammettere di avere sbagliato con il Morandi, di non avere chiesto adeguatamente scusa dopo la tragedia, le 43 vite spezzate, il danno incalcolabile a Genova, alla sua struttura infrastrutturale. 

Le scuse non bastano, ci vuole molto di più. Altro che i 7 miliardi pagati dallo Stato alle società concessionarie nel momento della revoca.