di Ottorino Gurgo
È ormai questione di pochi giorni per l’inizio delle votazioni, ma l’elezione del successore di Sergio Mattarella è ancora tutta da scrivere. Le possibilità di giungere ad un accordo tra le forze politiche capace di consentire una soluzione rapida e condivisa per la scelta del nuovo presidente non si intravedono, per ora, all’orizzonte. Si può anzi dire che il dialogo non sia mai decollato.
Negli ultimi giorni, tuttavia, la decisione del centrodestra di proporre ufficialmente la candidatura di Silvio Berlusconi sembra avere, in qualche misura, smosso le acque.
Ci si domanda, comunque, se quella di Berlusconi sia una candidatura reale (con qualche possibilità di successo) o si tratti soltanto di una candidatura “dovuta”, destinata ad essere accantonata non appena si determinassero le condizioni che consentissero l’elezione di un presidente non di parte.
Il cavaliere di Arcore che pure nelle settimane scorse non ha lesinato sforzi di ogni tipo per dare un esito positivo alla sua candidatura, è però ora convinto di poter riuscire nell’intento soltanto se i suoi partner .(Lega e Fratelli d’Italia) gli garantiranno compattamente i loro voti. E, negli ultimi giorni, sembra essere affiorato in lui il dubbio di poter cadere in una “trappola” e di poter rimanere vittima del cosiddetto “fuoco amico”. Di qui una sua improvvisa riserva prima di accettare formalmente la candidatura.
In effetti una diffusa diffidenza sembra caratterizzare questa elezione presidenziale. Nessuno si fida di nessuno e in questo clima anche la proposta di Enrico Letta di avviare un dialogo per una soluzione condivisa che porti ad una candidatura comune e super partes, non ha, com’era prevedibile, riscosso molto successo.
Ciò induce a pensare che i tempi per giungere ad una soluzione siano destinati ad allungarsi.
Sembrava che il nome più accreditato per una soluzione quanto più possibile unitaria potesse essere quello di Mario Draghi. Ma, alla prova concreta, il trasferimento del presidente del Consiglio da Palazzo Chigi al Quirinale si va rivelando, in realtà, molto meno semplice del previsto soprattutto perché la sua elezione aprirebbe un problema tutt’altro che secondario: chi gli subentrerebbe alla guida del governo? E con quale maggioranza?
Salvini e Renzi sembrano, tra i politici, quelli che più di altri avvertono questa preoccupazione. Ma, in verità, la preoccupazione è soprattutto determinata dal timore che con Draghi al Quirinale si aprirebbero le porte a elezioni politiche anticipate che sia il leader della Lega, sia quello di Italia viva intendono evitare.
Salvini, che per lungo tempo le aveva auspicate, ha ora il timore di vedere la sua Lega superata da Fratelli d’Italia della Meloni; Renzi sa che, se si andasse al voto, l’attuale pattuglia di parlamentari del suo partito si assottiglierebbe notevolmente.
Insomma, la mancanza di una regia capace di indirizzare il comportamento dei partiti e la pochezza di questi ultimi e dei loro leader fanno ipotizzare tempi lunghi per trovare una quadratura del cerchio che consenta di eleggere un presidente, sia per creare le condizioni di un assetto politico nei mesi a venire.
Forse è proprio a causa di queste difficoltà che, negli ultimi giorni, nei palazzi romani della politica, ha assunto una certa consistenza la voce secondo cui le forze politiche potrebbero stipulare una sorta di “patto” per chiedere tutte insieme a Sergio Mattarella, che in tal caso si troverebbe in difficoltà a rispondere negativamente, di restare, sia pure temporaneamente, al suo posto.
Sarebbe, una simile iniziativa, una manifestazione di saggezza e di senso di responsabilità. Ma, detto in tutta franchezza, saggezza e senso di responsabilità non sembrano essere prerogative dei nostri partiti.
Ottorino Gurgo