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di Franco Esposito

Condannata in primo grado per appropriazione indebita. Ex governatore della Regione Lazio, attualmente deputata di Forza Italia, Renata Polverini era processo dal 2016, accusata di aver utilizzato a scopo personale, tra il 2013 e il 2014, una carta di credito prepagata che veniva ricaricata ogni mese da un conto del sindacato Ugl. Nove mesi di reclusione, pena sospesa, per la disinvolta ex governatore del Lazio, già leader nazionale del sindacato di destra.

Secondo i giudici, Renata Polverini era arrivata a spendere “un importo superiore di oltre 22mila euro (…) per impieghi di carattere strettamente personale”. Viaggi di diporto, borse, capi di abbigliamento e simili. Dovrà anche risarcire di 25mila euro la Confederazione Nazionale Ugl e per 5mila euro la Confintesa Fp. Entrambe si sono costituite come parte civile.

La sentenza del Tribunale di Roma è stata depositata il 29 dicembre 2021. Gli inquirenti ritengono che la carta di credito utilizzata da Polverini veniva ricaricata di 2mila euro al mese, su disposizione dell’allora segretario Giovanni Centrella, estraneo all’inchiesta. Come “precisato e ribadito” nel corso del processo da Centrella, addetto alla contabilità del sindacato.

La condanna di Renata Polverini non ha sorpreso in ambito politico. Tutti sapevano. I movimenti scomposti e avventurosi della deputata erano noti alla maggior parte dei parlamentari. I colleghi deputati hanno avuto sempre piena contezza delle magagne poste in essere da Polverini, da privata cittadina.

In realtà, le carte di credito erano due. La seconda da 3mila euro al mese era in uso all’ex dirigente Stefano Cetica, di Ugl, a processo anche lui, ma assolto per insufficienza di prove, in ragione del fatto che, all’epoca, ricopriva ancora un incarico all’interno del sindacato. Ruolo che giustificava ampiamente “il rimborso spese”. Cetica aveva effettuato numerosi prelievi in contante. “Non ci sono elementi probatori – scrivono i giudici – nei suoi confronti”. Malgrado la sua gestione dei fondi venga definita “allegra”.

Renata Polverini è difesa ora dall’avvocato Irma Conti. La legale intende chiarire con immediatezza che la sua assistita “non usò quei soldi, ricorriamo in appello”. Una tesi improbabile, alla luce di quanto emerge dalla sentenza. Vengono infatti elencate alcune spese personali che, secondo i giudici, “furono effettuate da Polverini a carico del sindacato”. L’acquisto di un capo di abbigliamento della griffe Max Mara, in via Condotti. “Il cui scontrino era stato abbinato alla “scheda cliente Polverini”. E spese “voluttuarie dal 4 luglio al 10 luglio 2913, in concomitanza della presenza di Polverini e Cetica a New York, dove si erano recati dichiaratamente insieme, per un viaggio di piacere”.

Stessa scena a Parigi, maggio e giugno 2013. Il meraviglioso vizietto dei viaggi di piacere a carico di una carta di credito sindacale. Renata Polverini ha sempre negato di aver utilizzato quella carta prepagata, affermando che era in uso a Cetica. A verbale ha dichiarato: “Centrella mi disse che aveva pensato a questo sistema per imborsare i vari responsabili del sindacato. La carta di credito non era nella mia disponibilità. Mi risulta che fosse nella sede di Ugl e a disposizione di Stefano Cetica, in quanto responsabile della struttura”.

All’epoca di queste dichiarazioni, Renata Polverini era difesa dall’avvocato Francesco Scacchi. “Non posso escludere – provò a giustificarsi la ex governatore regionale – che qualcuno abbia utilizzato la carta mentre si trovava in mia compagnia in qualche negozio. Escludo di averla utilizzata io”.

I giudici non hanno creduto a questa versione dei fatti. Neppure alle conclusioni argomentate dall’accusata. “Quello che sapevo era che Celtica utilizzava quella carta per rimborsare anche alcune mie attività a sostegno del sindacato”. Cetica ha confermato la versione di Polverini. Ma i giudici non ne hanno tenuto minimamente conto.

Ereditata la difesa dal collega Scacchi, l’avvocato Irma Conti annuncia di aver preparato un ricorso in appello di oltre cinquanta pagine. “Le prove non sono state correttamente valutate dal giudice di primo grado”.

Cetica, ovviamente, ha prodotto tutte le ricevute delle spese fatte per l’attività sindacale e per l’intero importo da Renata Polverini.

L’avvocato Irma Conti coltiva la certezza di poter ribaltare in appello la sentenza di primo grado. “Basti pensare come vi sia una prova in atti di una spesa fatta in farmacia addirittura riconducibile ad un codice fiscale non della Polverini”.

La difesa difende duro, come è giusto e corretto che sia. L’attacco dei giudici ha prodotto intanto una condanna a nove mesi di reclusione, aspettando l’esito dell’appello. Resta per il momento la figuraccia, in attesa che la sentenza passi eventualmente in giudicato. Tanto per non cambiare, la condanna riguarda una persona delle istituzioni. Deputata e già governatore regionale del Lazio. Fate vobis.