di Alfonso Ruffo*
Nei giorni convulsi delle trattative politiche e delle votazioni in Parlamento per la scelta nel nuovo Presidente della Repubblica i fatti di cronaca minore sono destinati inevitabilmente a passare inosservati. Capita così di restare interdetti e meravigliati alla notizia riportata dal Mattino della rimozione a tempi di record dell’osannata statua di Diego Armando Maradona, con tutto il basamento, fuori dello stadio che adesso porta il suo nome.
Che cosa è accaduto? È accaduto che la scultura – in bronzo, alta complessivamente 4 metri, donata al Comune di Napoli dall’artista Domenico Sepe – era stata esposta al pubblico il 25 novembre scorso, primo anniversario della morte del campione, per non deludere i tifosi che l’aspettavano con ansia (salvo poi perdersi in polemiche per stabilire dove dovesse stare il pallone, sul piede destro come appare o sul sinistro preferito).
È accaduto inoltre che la sera dello stesso giorno il monumento è stato imbracato sollevato e trasportato in un deposito perché all’occupazione del suolo mancavano alcuni permessi del Genio Civile. Dunque, l’istallazione risultava abusiva e a rigore di legge non avrebbe potuto occupare lo spazio destinato allo scopo nemmeno per le ore concesse. Ma Maradona è Maradona e Napoli è Napoli. Sicché almeno per il tempo della festa il monumento si è potuto vedere e toccare.
È accaduto infine che una volta ricondotta al coperto, la statua non è più uscita. E sono più di due mesi che la pratica burocratica che avrebbe dovuto svincolare l’opera dedicata al Pibe de Oro e consentirle di riconquistare il posto che l’era stato assegnato resta bloccata da qualche parte “negli appositi uffici”. Quale sia il motivo dell’incaglio non è chiaro. Si sa solo che per mettere a posto carte che avrebbero dovuto essere già pronte passano invano le settimane.
Niente di nuovo, si dirà. La lentezza per questo tipo di adempimenti è ben nota. Manca sempre qualche documento, qualche parere o qualche firma perché un qualsiasi processo amministrativo possa dirsi compiuto. E c’è sempre un usciere, un impiegato, un dirigente che nicchia, rinvia, non assume responsabilità. Se accade anche con Maradona e la scultura che lo immortala vuol dire che il mal costume è più forte anche della forza del mito.
Il fatto è che nel caso in questione l’oblio dell’impegno assunto è grave più in sé che per le conseguenze che provoca sulla società. Certo, i tifosi si mostrano delusi. I social potranno ospitare le reazioni innervosite degli affezionati. Il Comune vorrà correre ai ripari per non risultare bugiardo. Ma, tutto sommato, il danno prodotto dall’inerzia pubblica è principalmente d’immagine con minime ripercussioni nel mondo dell’economia e del lavoro.
Il campanello d’allarme, però, dovrebbe suonare per tutti. Stando così le cose, con quale spirito ci avviamo ad affrontare le sfide del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)? Se il comportamento dei decisori, dai gradi bassi a quelli alti, continua a essere questo appena osservato sarà molto difficile che i progetti prescelti, per quanto indovinati, possano produrre gli effetti desiderati. Difettiamo in molti campi, nell’esecuzione più che nel resto.
Va bene eleggere un Capo dello Stato “istituzione e di alto profilo” qualunque cosa questo significhi – e ci mancherebbe altro… – ma il successo o meno di una comunità di fronte alle prove che deve superare dipende alla somma delle buone volontà e degli sforzi di ciascuno. Nessuno escluso. Offende la sorte della scultura di Maradona per la mancanza di tatto e impegno. Preoccupa perché è lo specchio di una realtà che ci condanna.
*Alfonso Ruffo
Direttore Il Denaro