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Sono i tre satrapi del momento, i tre califfi fuori tempo e fuori di testa. Ha cominciato a friggerli il New York Times, a ruota subito il quotidiano britannico Times.

E sulla graticola sono funiti lo zar Putin, il suo cameriere bielorusso Lukashenko e il nordcoreano Ciccio Kim (Copyright Dagospia). Non li hanno graffiati i compagni di merenda come Maduro (Venezuela), Raisi (Iran), Assad (Siria) o il gattone cinese Xi Jinping.

Temporeggia per ora  il poco cavalleresco Erdogan (la Turchia  è membro della Nato ); chiederà di fare il mediatore. Ma vediamo i tre guasconi.

Ha ragione Brecht, come osserva lo scrittore ferrarese Roberto Pazzi :“il ventre della Bestia è sempre fecondo”. Putin un primato lo ha già centrato: è l’uomo più odiato del pianeta. Ha le mani come Brecht, cioè lorde di sangue. Inevitabile, farà là stessa fine. Shakespeare gli riserva la decapitazione dopo un furioso duello. Il politologo e saggista romeno (naturalizzato statunitense) concorda. Dice che lo zar è atteso da un “nuovo Afghanistan”. Insomma che l’Ucraina “sarà la sua tomba”. Dunque non ci resta che aspettare.

Il padre-padrone della Bielorussia, in sella dal 1994, ha giurato che il suo Paese “non prenderà parte ad operazioni di combattimento in Ucraina”. Così almeno riferiva l’agenzia TASS, agenzia di stampa ufficiale russa (5.000 dipendenti ).

Ma subito dopo “The Kyiv Independent” (giornale online ucraino con anche una redazione a Roma) lo sbugiarda. Il resto l’ha fatta con un referendum-farsa con cui il 65% della popolazione ha detto sì alla fine della neutralità nucleare del Paese. Figurarsi.  E il satrapo può restare in carica fino al 2035. Col referendum hanno ora via libera in Bielorussia armi nucleari e truppe russe. La frittata è completa.

Lo fa per restare nel giro dei dittatori. Martedì primo marzo ha lanciato ‘un proiettile non identificato “ così almeno hanno detto i militari di Seul. Un proiettile verso il Mar del Giappone. L’ottavo dall’inizio dell’ anno. Ha dato la sua disponibilità a scendere in campo. E Kim Jong-un, già che era sul pezzo, ha incolpato gli USA di “prepotenza e arroganza”. Aggiungendo: “Questa è la fine del regno degli Stati Uniti“. A Washington hanno fatto gli scongiuri.