Che cosa sa l'italiano medio dell'Aspromonte, a parte il fatto che Garibaldi vi fu ferito a una gamba? Poco, pochissimo, e forse le ultime generazioni, cui è stata risparmiata la retorica garibaldina, ignorano anche quest'unico fatto. Al punto che un “viaggio in Aspromonte” oggi può risultare quasi in un'esperienza esotica, se per tale si intende l'esplorazione di mondi, ambienti e culture la cui esistenza neppure si sospettava. Sì, c'è molto da scoprire e di cui sorprendersi in Aspromonte, la montagna continentale più meridionale d'Europa, per molti versi davvero un massiccio che non ti aspetti, una wilderness spesso di difficile accesso nonostante la breve distanza dalle spiagge ioniche e tirreniche e dalla stessa Reggio Calabria, dal suo famoso lungomare, dai visitatissimi Bronzi di Riace del Museo archeologico nazionale.

Eppure, incluso in un Parco nazionale dai mille volti (ben 65.645 ettari estesi su 37 comuni della provincia reggina), l'Aspromonte ha motivi di cui entusiasmare tanto gli escursionisti, gli sportivi, i geologi, i naturalisti, i birdwatcher, quanto chi predilige un turismo culturale di scoperta. Ecco alcuni spunti per esplorarlo.

UN PARADISO CULTURALE

Iniziamo proprio da quest'ultimo aspetto, da introdurre con una premessa etimologica: che cosa significa il termine “Aspromonte”? Facile, direte voi: trattasi di una montagna selvaggia, spesso inaccessibile, “aspra”. Dunque la parola vuol dire esattamente quel che vi si legge. Bene, la risposta è errata. “Aspromonte” significa “montagna bianca”, perché “aspro” in dialetto greco significa bianco. E bianco, per via delle aride pareti calcaree del suo impervio versante meridionale, il massiccio doveva essere apparso ai primi coloni greci che lo avvistarono dal mare aperto, dallo Ionio appena varcato.

Seminata da quei coloni, la cultura greca mise radici così profonde che a tutt'oggi i borghi più meridionali della penisola italiana costituiscono una sorprendente roccaforte grecanica, dove orgogliosamente si continua a parlare un dialetto derivato dal greco antico. Una visita nel curatissimo Museo della Lingua Greco-Calabra “Gerhard Rohlfs”, inaugurato a Bova nel 2016 per tutelare il patrimonio culturale di questa minoranza storico-linguistica, può essere un'introduzione assai utile alla questione. Il museo è dedicato al linguista tedesco che già un secolo fa dimostrò che la parlata dei borghi ellenofoni di Bova, Gallicianò e Roghudi risaliva niente meno che alla Magna Grecia e aveva resistito alla latinizzazione romana. Dopo di che, non si può mancare di perdersi per i ripidi vicoli di Bova, la “capitale” della Calabria Greca nonché un borgo certificato dal Touring con la Bandiera arancione, con le sue chiese e i suoi palazzi dominati dai resti del castello normanno.

Più a ovest, al di là del candido letto ghiaioso della fiumara Amendolea, l'isolato borgo di Gallicianò (frazione di Condofuri) è rimasto l'unico interamente ellenofono. Qui, nella chiesetta della Madonna di Grecia, si celebra la suggestiva liturgia bizantina in lingua greca. Gallicianò poi è anche il centro più importante della musica grecanica, quello dove vengono conservate e tramandate con maggior fedeltà le canzoni e la danze tradizionali. Le stesse che, in annate normali e senza virus, sono protagoniste in agosto del festival itinerante di musica etnica Paleariza (significa “antiche radici”), che fra Bova e Gallicianò, Pentedattilo e Brancaleone, offre un palcoscenico alle voci più interessanti della rinnovata musica greco-calabra, da Marinella Rodà a Fabio Macagnino.

UN PARADISO GEOLOGICO 

Grandi “piani” separati da ripide scarpate. Fiumare lunghe e immense a sud est, brevi e tortuose a ovest. E poi, enormi monoliti, gigantesche frane, terrazzi marini, affioramenti. In continuo sollevamento da 500 milioni di anni, l'Aspromonte con i suoi 89 geositi censiti è anche Geoparco, candidato da qualche tempo a far parte della rete mondiale dei Geoparchi Unesco. Ai sostenitori della candidatura piace paragonarlo a un gigantesco polpo che dalla cima del Montalto “distende i tentacoli a raggiera verso il mare, disegnando dorsali, creste e plateaux (terrazzi marini e continentali), cui si alternano profonde incisioni vallive, solcate da corsi d’acqua di natura assolutamente unica al mondo, le fiumare, le quali nella porzione sommitale dei bacini, incidendo fortemente le dure rocce del substrato cristallino-metamorfico, creano ripetute e spettacolari cascate”.

La più nota di queste effimere fiumare è la citata Amendolea, che impressiona in ognuno dei suoi 31 km: a valle, dove il letto si allarga a dismisura, solo apparentemente asciutto e tranquillo, ma sempre pronto durante una piena improvvisa a spazzar via ogni cosa sul suo percorso (come accadde a Roghudi Vecchia, oggi un villaggio fantasma che fa venire qualche brivido a chi si avventura fra o dentro le sue case abbandonate), ma anche a monte, dove l'Amendolea dà vita ai tre impressionanti salti delle Cascate Maesano, alte 80 metri e raggiungibili da monte, con un sentiero nel bosco.

E poi ci sono le altre meraviglie geologiche dell'Aspromonte: il profondo canyon della Fiumara La Verde, la cui gola può essere stretta tre metri o alta 250; la più grande diga in terra battuta d'Italia, quella che forma il lago Menta; le guglie calcaree delle Dolomiti del Sud, a nord di Monte Mutolo, paradiso dei freeclimber; la Vallata delle Grandi Pietre, nel comune di San Luca, dove dai fitti lecceti spuntano monumentali monoliti fra cui Pietra Cappa, il monolite più alto d'Europa; le Caldaie del latte, surreali mammellone rocciose lungo la strada per Roghudi, vicino alle quali si trova la curiosa Rocca del Drako, monolite che a nove visitatori su dieci ricorda la testa di E.T.. il simpatico extraterrestre protagonista del film di Steven Spielberg.

UN PARADISO BOTANICO

L'Aspromonte è come un'immensa piramide che precipita verso i mari che la circondano, la Costa Viola a ovest e la Costa dei Gelsomini a est. Nulla di strano dunque a trovarvi fitti boschi alle quote più alte e macchia mediterranea a quelle più basse. Ma la biodiversità vegetale qui è assai più complessa: influenzata da un'infinità di variabili (altitudine, latitudine, dislivelli, correnti termiche, prossimità con mari differenti), conta ben 1500 specie.

Se ne ha un'idea visitando l'Osservatorio della Biodiversità del Parco nazionale, a Cucullaro, una frazione di Santo Stefano in Aspromonte vicinissima a Gambarie (d'inverno la capitale sciistica dell'Aspromonte): qui fra l'altro, oltre alle piante e agli alberi tipici del parco, un'attrazione è lo stagno degli ululoni dal ventre giallo, minuscoli e rari anfibi appenninici. Le zone dell'Aspromonte possono essere talmente diverse da impedire di parlare di “un” suo paesaggio tipico. Lussureggiante il versante nord, arido quello grecanico. Castagni sul lato tirrenico, querce su quello ionico. Bergamotti a livello del mare, lecci alle basse quote, faggi e conifere (dall'abete bianco al Pino nero calabro) a quelle più alte. E poi ontani, pioppi e salici lungo le fiumare, fra le cui rocce aride si sviluppa il ginepro fenicio, mentre nelle zone umide e ombrose fra i 200 e i 400 metri del versante tirrenico alligna un fossile vivente, la Woodwardia radicans, felce bulbifera gigante che è un relitto del Terziario.

Ben venticinque sono gli alberi monumentali ufficialmente censiti nel Parco, dall’olmo campestre di San Lorenzo alla quercia ibrida di “Croce di Dio sia Lodato” a Samo, dal castagno di San Giorgio di Pietra Cappa al Tasso di Zervò (Santa Cristina), e via dicendo. L'ultima prova dell’elevato livello di biodiversità esistente nel Parco nazionale è venuta con la scoperta, nel 2019, di una quercia di oltre 560 anni che potrebbe essere la quercia più vecchia del mondo. Identificata da un team dell'Università della Tuscia nella faggeta vetusta di Valle Infernale, ha un fusto di due metri di diametro. Una piccola porzione di legno, analizzata con il metodo del radiocarbonio dal Cedad (Centro di fisica applicata. datazione e diagnostica dell'Università del Salento), ha dato il sorprendente risultato.

E infine, sull'Aspromonte sono stati identificati ben sei “boschi vetusti”, pochissimo influenzati dall'azione antropica, cinque dei quali in comune di San Luca (la fustaia di lecci di Mancuso, il bosco misto di Fetullà, i pini calabri di Acatti, la faggeta di Valle Infernale, il bosco di rovere di Pollia), oltre al bosco misto faggio-abete di Tre Limiti, fra Gambarie e la diga del Menta.

UN PARADISO FAUNISTICO

Straordinaria è la ricchezza faunistica del Parco nazionale dell'Aspromonte, fra i cui abitanti figurano il lupo (tornato recentemente), il gatto selvatico, roditori come il ghiro, il piccolo driomio (presente solo in Calabria e in Friuli) e lo scoiattolo meridionale dalla pelliccia nera, e poi la volpe, la faina, la martora, il tasso, la lepre. Dal 2011 sono stati reintrodotti 75 caprioli italici, che qui erano assenti da un secolo. E poi rettili, anfibi, coleotteri come la Rosalia alpina, farfalle come la minacciata Parnassius apollo. Rapaci stanziali come l'aquila reale (nella primavera 2020 è stata censita la quinta coppia territoriale) e come l'imponente gufo reale, al centro dal 2015 di un'attività di monitoraggio e tutela del Parco Nazionale dell’Aspromonte ma difficile da censire per la difficoltà estrema ad avvistarlo.

Ma a proposito di volatili l'Aspromonte è popolare fra i birdwatcher soprattutto in quanto luogo di passaggio obbligato per l'avifauna migratoria che ha disceso la penisola: qui gli uccelli giunti da nord possono recuperare le forze prima di varcare lo Stretto di Messina, spiccare il volo attraverso il Mediterraneo e approdare alle coste africane. "E proprio per vedere e contare i rapaci di passaggio il Parco nazionale ha realizzato la postazione “Santo Stefano-Sinopoli” per l’osservazione dei rapaci. Dalla sua struttura in legno sopraelevata, tra inizio agosto e inizio ottobre ogni giorno, in tutte le condizioni atmosferiche, i ricercatori registrano il passaggio di nibbi, pecchiaioli, falchi di palude, aquile minori e tante altre specie. Si è così arrivati a contare, nella stagione post riproduttiva, più di 27.000 esemplari di passaggio, fra i quali oltre 21.000 falchi pecchiaioli.

E forse solo in Aspromonte può accadere di osservare (come ci è capitato a metà settembre) un raro piviere tortolino sulla vetta del Montalto (ovvero il Monte Cocuzza, con i suoi 1956 metri la cima più alta dell'Aspromonte), proprio sotto la statua del Cristo Redentore. Adagiato nell'erba, il piccolo trampoliere era così stremato che si lasciava avvicinare sino a pochi passi. E quanto al Montalto, salirvi non è difficile: basta una breve passeggiata di un quarto d'ora su facile sentiero, e già si è in cima. Da lassù occorre sperare in una limpida giornata ventosa per apprezzare il panorama a 360 gradi sullo Ionio e il Tirreno, avvistando le Eolie e l'Etna. La stessa visuale che hanno i tanti uccelli che quassù raccolgono forze e coraggio prima di spiccare il volo verso l'orizzonte e la terra promessa che sanno esistere al di là del mare.

UN PARADISO SPORTIVO

Lo sci d'inverno, i percorsi a cavallo, il trekking praticamente tutto l'anno. Ma ultimamente l'Aspromonte ha puntato molto anche sulla mountain bike, con gli otto percorsi del Bike Park di Gambarie, adatti a ogni tipo di due ruote: per le All mountain i lunghi percorsi del Brigante e del Lupo; per le bici da XC i percorsi delle Fate, dello Scoiattolo e delle Pinete; infine, per le mtb da enduro, gli impegnativi percorsi Mancusa, delle Faggete e dello Stretto, quest'ultimo con pendenze che arrivano fino al 22,6%.

P.S.: ah sì, dimenticavamo: se proprio volete, nel bosco a 1200 metri slm in comune di Sant'Eufemia, ci sono anche il cippo e il mausoleo di Garibaldi, che da queste parti fu ferito e adagiato sotto un pino. Nessuno può garantire che l'albero del “Cippo” sia proprio quello, mentre il mausoleo non è certo il massimo della bellezza. Ma liberi di dare un'occhiata: quando sentirete intonare “Garibaldi fu ferito / Fu ferito in una gamba  / Garibaldi che comanda / Che comanda i bersaglier”, almeno potrete raccontare che voi lì ci siete stati.