di Maria Pia Terrosi

Abbiamo parlato molto dei problemi, adesso stanno spuntando le soluzioni. Che il mare si stia riempiendo di plastica è noto: ogni anno ce ne buttiamo dentro 8 milioni di tonnellate. Meno note sono le nuove tecnologie e i nuovi prodotti che offrono un’alternativa nel segno dell’economia circolare: dalla barca a vela costruita con rifiuti plastici al riciclo delle reti disperse; dalle case in 3D in plastica riciclata alle mascherine anti covid sempre frutto del recupero dei materiali.

Soluzioni che ormai non possono più essere rinviate. Lo dimostrano i numeri. Secondo un recente rapporto del Wwf nelle acque del pianeta si sono ormai accumulati tra 86 e 150 milioni di tonnellate di plastica. Se si continua di questo passo, da qui al 2040 raddoppierà la quantità di plastica in circolazione e triplicherà quella che finisce negli oceani.

Con l’inevitabile aggravarsi dell’impatto ambientale. La plastica infatti danneggia gli ecosistemi degli oceani, aumenta l’acidificazione delle acque e si scompone in microparticelle che vengono ingerite dagli organismi marini finendo nella catena alimentare. Non solo. Un recente studio condotto dall’Università di Amsterdam ha scoperto microparticelle di Pet nel sangue di 22 persone. Tutte fortunatamente in ottima salute, ma resta da capire se e come la presenza di queste microplastiche nel corpo umano possa influire sulla salute e quali conseguenze si potranno verificare a medio e lungo termine.

Il riciclo della plastica non è dunque un’opzione ma una scelta indispensabile per abbassare l’impatto ambientale, sanitario ed economico. I dati mostrano che fino al 90% della plastica potrebbe essere riutilizzata. Attualmente invece circa l’80% dei rifiuti plastici finisce in discarica e solo una piccola percentuale viene riciclata.

Comunque, anche se i trend globali rimangono sfavorevoli, i primi dati in contro tendenza già emergono. Secondo l’ultimo Rapporto sull’economia circolare in Italia pubblicato pochi giorni fa dal Circular Economy Network, nel 2020 in Italia il riciclo della plastica ha evitato il consumo di 470 mila tonnellate di materie prime e l’immissione in atmosfera di 829 mila tonnellate di CO2 equivalente. Un dato non sufficiente, ma incoraggiante anche perché si moltiplicano aziende e start up che stanno sperimentando con successo processi innovativi per dare una seconda vita alla plastica.

Ecco alcune delle esperienze innovative più recenti.

Beluga: quando il riciclo aumenta le performance – Un primo esempio è rappresentato da Beluga. Lunga quasi 3 metri e dotata di una vela di 4,5 metri quadrati, è la prima barca a vela al mondo realizzata con rifiuti plastici. Presentata alla Milano Design Week a settembre 2021 da Caracol e NextChem – società di Maire Tecnimont specializzata nel campo della chimica verde e della transizione energetica – Beluga ha uno scafo in monoscocca costituito da polimeri riciclati e fibra di vetro.

Si tratta di un esempio innovativo di riciclo, anzi di upcycling, cioè di riqualificazione funzionale di un materiale proveniente dal circuito del riciclo. A dimostrazione del fatto che la plastica riciclata può essere impiegata anche in applicazioni molto performanti: Beluga è una deriva utilizzabile nelle regate, capace di resistere alle più forti sollecitazioni in mare.

Nel caso di Beluga poi la sfida è stata duplice. Non solo usare plastica riciclata ma farlo all’interno di un processo di stampa molto innovativo: la barca è stata realizzata da Caracol utilizzando stampanti 3D alimentate dai granuli di plastica riciclata MyReplast. Una soluzione decisamente più sostenibile rispetto ai tradizionali metodi usati per la produzione di scafi che vedono l’impiego di stampi che generano scarti di vetroresina, materiale ancora difficilmente riciclabile.

La stampa 3D è infatti una tecnologia che lavora per addizione e non per sottrazione: ha il vantaggio di produrre una quantità ridotta di scarti ed è efficiente in termini di emissioni. Numerosi progetti di uso riguardano lo sviluppo di tecnologie in grado di utilizzare plastiche riciclate, ovvero lavate e sminuzzate in forma di frammenti, poi trasformate in granuli e infine in filati, per alimentare queste stampanti.

Riciclare le reti fantasma – Le reti disperse o abbandonate costituiscono una percentuale significativa dei rifiuti plastici dispersi in mare. Secondo alcune stime, le attrezzature per la pesca rappresentano il 46% dei rifiuti presenti nel Great Pacific Garbage Patch, l’enorme accumulo di rifiuti galleggianti nel Pacifico.

Secondo un rapporto realizzato da Fao e Unep nel 2009, ogni anno in tutto il mondo vengono abbandonate o perse dalle 640.000 alle 800.000 tonnellate di attrezzi da pesca (reti, cordame, trappole, galleggianti, piombi, calze per mitilicoltura). Sono le reti fantasma che uccidono milioni di pesci, mammiferi, tartarughe, grandi cetacei e persino uccelli. Una volta intrappolati, gli animali non possono più muoversi e muoiono. Si calcola che le reti fantasma catturino circa il 5% della quantità di pesce commerciabile mondiale.

Proprio per ripulire gli oceani da queste pericolose trappoli uno studente di Design Innovation dell’australiana Victoria University ha messo a punto una tecnologia in grado di trasformarli in granuli utilizzabili in una stampante 3D. Obiettivo: ricavarne oggetti che aiutano a godere della bellezza del mare: sedie, sdraio, pagaie, ma anche box per la nidificazione per pinguini.

Qualcosa di simile accade anche in Grecia. Nel villaggio di Galaxidi, The New Raw – uno studio di architettura olandese – ha allestito il suo laboratorio mobile di stampa 3D. Anche in questo caso l’obiettivo è trasformare le reti plastiche disperse in mare in filamenti colorati, con cui stampare oggetti di design e arredo. Il progetto ha coinvolto pescatori locali e subacquei che direttamente recuperano le attrezzature da pesca abbandonate sul fondale marino.

Le piastrelle che imitano le mangrovie – Ricreare un habitat marino simile a quello naturale è l’obiettivo di Living Seawall. Si tratta di una struttura installata nel porto di Sydney composta da 50 piastrelle esagonali che imitano l’intreccio naturale delle radici di mangrovie. Sono in grado di attirare fauna e flora marina e ripopolare gli argini della costa di biodiversità.

Le piastrelle – realizzate con cemento, plastica riciclata e un compost di materiali prelevati dal fondale marino – avranno anche effetti positivi sulle acque del porto essendo puntellate di piccoli fori ideali per ospitare ostriche e molluschi che svolgono funzioni di filtro e depurazione. Una prospettiva di miglioramento rispetto alla situazione attuale: oggi in oltre la metà delle coste della baia di Sydney sono stati realizzati muraglioni artificiali del tutto inadatti a ospitare organismi marini, una scelta che ha provocato una forte perdita di biodiversità.

Il Living Seawall è il risultato di una collaborazione tra Volvo, Sydney Institute of Marine Science e Reef Design Lab. L’intervento verrà monitorato per i prossimi 20 anni così da valutarne l’efficacia sia in termini di incremento della biodiversità sia di miglioramento della qualità delle acque.

Da bottiglia a bikini – Capi di abbigliamento 100% Certified Ocean. E’ quello che assicura Sea Threads, azienda che, utilizzando i rifiuti plastici dispersi in mare, produce abbigliamento performante da mare. Ogni maglietta è realizzata usando mezzo chilo di rifiuti plastici. In particolare l’azienda collabora con organizzazioni locali e governative attive in Indonesia, area dalla quale proviene una larga parte della plastica dispersa negli oceani.

Esclusivamente costumi da bagno sono invece realizzati da Batoko, un’azienda inglese che li confeziona utilizzando i rifiuti raccolti dagli oceani. Per ogni costume sostenibile servono in media 11 bottiglie di plastica: finora complessivamente Batoko ha riciclato una quantità di plastica equivalente al peso di 220.000 bottiglie. I tessuti utilizzati derivano da rifiuti di plastica in polietilene tereftalato (Pet) che vengono raccolti, lavati, smistati, triturati, fusi, estrusi e poi filati.

Rimanendo nel settore abbigliamento, Phoenix produce sneakers stampate in 3D utilizzando 7 bottiglie di plastica per ogni scarpa. In pratica le bottiglie vengono triturate quindi fuse in un filamento che viene utilizzato in una stampante 3D per realizzare la parte superiore della scarpa.

Quattordici case in un mese – Basterà un mese per realizzare nel sud della California 14 case prefabbricate stampate in 3D utilizzando plastica riciclata. A progettarle Azur Printed Homes, un’azienda statunitense che con la stampa 3D punta a cambiare l’intero settore edile. Oltre a consentire il riciclo di una notevole quantità di rifiuti plastici, le Azure Printed Homes hanno altri vantaggi.

Attraverso la stampa 3D, Azure afferma di poter costruire il 70% più velocemente e con il 30% in meno di costi rispetto ai tradizionali metodi di costruzione. Inoltre, prevede per questi moduli abitativi bollette energetiche ridotte grazie alla combinazione di diversi fattori. Tra questi: elevati livelli di impermeabilità dell’edificio e l’uso di tecnologie a basse emissioni di carbonio, tra cui pompe di calore e pannelli solari.

Mascherine: la new entry dei rifiuti – Le mascherine sono la new entry dei rifiuti plastici. Secondo l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, ogni giorno complessivamente vengono gettati via 3,4 miliardi di mascherine. Molte finiscono negli impianti di incenerimento, ma spesso sono disperse in ambiente.

Per gestire questa grande quantità di rifiuti il Dipartimento di Scienza applicata e tecnologia del Politecnico di Torino ha sviluppato un processo per trasformare le mascherine usate in nuovi oggetti, utilizzando la stampa 3D.

Un primo esperimento è stato condotto con l’aiuto delle scuole di Mondovì. Le mascherine chirurgiche usate dagli studenti sono state raccolte e sanificate, quindi sminuzzate e macinate. Il materiale ottenuto è stato fuso ottenendo un granulo utilizzabile nelle stampanti 3D per produrre vari oggetti.