Foto: dinobuzzati.it

DI MARCO FERRARI

Per uno strano destino, l’addio di Jaques Perrin coincide con il cinquantennale della scomparsa di Dino Buzzati. Era stato l’attore francese a dare il volto dell’ufficiale Giovanni Drogo, protagonista della sua lunga, sterile attesa nella fortezza Bastiani, l’ambientazione che fa da sfondo alla vicenda narrata nel libro di Buzzati, “Il deserto dei tartari”, uscito per la prima volta nel 1940. Dino Buzzati Traverso (San Pellegrino di Belluno, 16 ottobre 1906 – Milano, 28 gennaio 1972) è stato uno scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista, scenografo, costumista e poeta italiano. Fin da studente collaborò al “Corriere della Sera” diventando poi cronista, redattore e inviato speciale del quotidiano milanese. Entrò in redazione poco più che ventenne, nel 1928, per restarci tutta la vita. Oltre al lavoro di cronista, scandagliò con il passo del racconto angoli oscuri dell’esistenza, come nella famosa inchiesta sui misteri d’Italia, diventata poi una raccolta postuma dei suoi pezzi dedicati ai fenomeni di parapsicologia, in cui dà voce a storie strane e in cui esplora gli androni dimenticati della provincia italiana. Le soffitte polverose delle case, le ombre dei giardini, tutti quei luoghi in cui può sentire «il senso del tempo, il senso di tutti quelli che sono vissuti prima di me e sono lì, il senso del domani che non si sa cosa sarà», scriveva. Restò sempre molto legato alle sue origini, la Valle di Belluno, sopra cui incombono i profili selvaggi e le forme insolite delle Dolomiti. La sua montagna diventa custode di misteri, si popola di creature magiche e ha il potere di accendere la vena fantastica perché riunisce in sé il sentimento di grandiosa bellezza e il sentimento di paura, come avviene dentro “Il segreto del Bosco Vecchio”, omaggio all’infanzia dell’autore e allegoria di un’umanità ancora incontaminata, portato al cinema da Ermanno Olmi nel 1993 con un’indimenticabile interpretazione drammatica di Paolo Villaggio. Per onorarne la sua memoria, Mondadori ha dedicato un volume Oscar Cult allo scrittore "delle storie dipinte". Un'edizione unica, in cui il testo de “Il deserto dei Tartari” è accompagnato dalla riproduzione di materiali inediti e dal trattamento cinematografico scritto dall'autore, definito il “Kafka italiano”. Autore di un grande numero di romanzi e racconti surreali e fantastici, viene considerato, insieme a Italo Calvino, Tommaso Landolfi e Juan Rodolfo Wilcock, uno dei più grandi scrittori fantastici del Novecento italiano. Il cinquantenario della morte permette di ritrovare un autore di grande perizia artigianale, senz’altro da riscoprire, e la sua opera più rappresentativa, del tutto peculiare e inimitabile, come “Il deserto dei tartari”, una sorta di unità di misura per l’intera sua produzione. Come spesso accade quando un libro acquisisce una vita autonoma e staccata da quella del suo autore, diventando persino più popolare se non addirittura, come in questo caso, proverbiale, c’è un prima e c’è un dopo. Il libro stesso fa da spartiacque, inducendo spesso a ignorare quella sostanziale continuità che in Buzzati va ravvisata. Buzzati consegna il manoscritto al fraterno amico Arturo Brambilla nel gennaio del 1939, affinché lo giri all’editore Rizzoli. Il libro viene poi pubblicato nel 1940 in una collana diretta da Leo Longanesi, ottiene subito un grande successo di pubblico e sarà poi tradotto in tante lingue, essendo letto fin dall’inizio in chiave esistenziale e fortemente allusiva. Se è vero che il titolo originale era semplicemente “La fortezza” e che fu cambiato dall’editore per evitare qualunque riferimento alla guerra in cui l’Italia si stava avventurando, è anche assodato che il testo non avrebbe comunque consentito di ravvisarvi alcuna allusione a fatti di attualità, men che mai bellica. Non è sfuggito insomma come il concetto di “fuga del tempo”, cioè l’invecchiamento che avviene mentre si vive o si vegeta nell’attesa di un evento che modifichi tutto, fosse da Buzzati mutuato e trasfigurato dall’osservazione quotidiana del proprio tran-tran come redattore del “Corriere della Sera”. Buzzati tramuta il suo giornale nell’avamposto militare della fortezza Bastiani, così come i colleghi giornalisti, separati dalla realtà quotidiana dalle loro isole-scrivanie, si trasformano in soldati di un oscuro esercito e le lunghe notti di veglia passate in redazione in cerca di notizie nella sempre più defatigante attesa del nemico. Del resto, la capacità di creare metafore non banali accompagna tutta l’opera di Buzzati: quella principale del Deserto si ha quando Drogo, malato, è rinviato in città e i tartari arrivano davvero, ma lui si rende conto del fatto che la vera battaglia è quella che dobbiamo combattere contro la morte. Prima c’era stato un altro romanzo nel 1933, “Bàrnabo delle montagne” con protagonista il paesaggio dolomitico. Del resto, Buzzati era anche un valente alpinista, segno della volontà di mantenere un rapporto con le proprie radici. Anche con “Il segreto del bosco vecchio” rivisitava il rimpianto per l’armonia perduta fra uomo e natura, sostituita ormai da un rapporto di sfruttamento affaristico. Nel 1945 poi pubblicò “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, con suoi disegni, un libro per bambini ma anche un apologo per gli adulti, tanto da riprendere alcune delle tematiche già affrontate nei libri precedenti. Nel dopoguerra pubblica le storie raccolte in “Paura alla Scala” e l’anno dopo dal volume di appunti, frammenti e brevi prose “In quel preciso momento”. Di una serie di nuovi racconti è composto “Il crollo della Baliverna” del 1954, cui faranno seguito nel 1958 “Esperimento di magia” e “Sessanta racconti”, nel 1966 “Il colombre” e infine nel 1971 le storie crepuscolari, segnate dal tema della morte, raccolte sotto il titolo “Le notti difficili”.