Vladimir Putin (foto depositphotos)

di Claudio Paudice

C’è un altro gas, non meno strategico del metano, sul quale Vladimir Putin potrebbe presto mettere le mani, metaforicamente parlando. La sua importanza spiega meglio di tante analisi militari e geopolitiche l’accanimento russo sul sud dell’Ucraina, dal Donbass a Mariupol (e forse fino alla Transnistria), tracimato nel bombardamento a tappeto che va avanti da giorni sull’acciaieria Azovstal, a Mariupol.

Si tratta del neon, un gas nobile presente in atmosfera in quantità ridottissime, per circa lo 0,007%, tipico per la sua incandescenza rossastra. La sua produzione è strettamente legata alle attività industriali delle acciaierie, altamente concentrate nel sud del Paese invaso il 24 febbraio dalle truppe russe.

Anzi: ci sono due impianti siderurgici tra i più grandi al mondo, quello ormai tristemente noto di Azovstal e quello di Zaporizhstal, altra città dove le sirene risuonano quasi ininterrottamente. La zona è ormai famosa per le sue immense riserve di minerali e metalli, una delle più grandi nel sottosuolo europeo. Solo nel Donbass ci sono notevoli quantità di litio, oggi ricercatissimo dalla filiera industriale delle batterie elettriche, e poi tonnellate di manganese, il più grande bacino di titanio, ferro, grafite, carbone. La presenza di metalli critici e altri elementi chimici basta da sola a spiegare perché il Cremlino voglia consolidare la sua presenza nelle repubbliche separatiste autoproclamate.

E dopo lo stop alle forniture di metano a Polonia e Bulgaria per essersi rifiutate di pagare il gas in rubli, Putin ha dimostrato di non farsi remore nell’usare le forniture di materie prime – di cui Russia e Ucraina sono bacini ineguagliabili – come arma geopolitica contro i suoi avversari. Questo potrebbe accadere anche col gas neon, poco conosciuto ma indispensabile per la produzione di microchip impiegati in una lunga lista di beni tecnologici, da smartphone ai pc fino alle automobili, filiere dal valore di centinaia di miliardi di euro.

Il neon si ottiene dal frazionamento dell’aria, un’attività industriale svolta in larga parte dagli impianti siderurgici o nei loro pressi che la distillano per ricavare l’ossigeno utilizzato in diversi processi della produzione dell’acciaio, depurandola dall’azoto. Dal processo, pertanto, si ricava su scala industriale anche il gas neon, presente nell’atmosfera in quantità minori rispetto a ossigeno e azoto ma che non viene certo buttato. Come ha spiegato l’analista di Credit Suisse Zoltan Pozsar in una sua analisi del 29 aprile, naturalmente, più grandi sono le acciaierie più neon sono in grado di recuperare dalla distillazione dell’aria.

Successivamente viene venduto ad aziende che lavorano il neon: due dei cinque più grandi produttori sono le società Ingas e Cryoin, che pesano per circa la metà nella fornitura globale di neon ad alta purezza all’industria dei semiconduttori. La prima si trova a Mariupol, la seconda a Odessa, città portuale ancora non occupata ma bersaglio già di attacchi missilistici da parte russa. In pratica, secondo un rapporto di Moody’s, Kiev produce oltre il 50% di neon a livello globale. Detta diversamente, metà della produzione globale potrebbe finire sotto il controllo di Mosca. La società di consulenza sui materiali elettronici Techcet stima che l’industria globale dei semiconduttori abbia consumato nel 2021 circa 550mila metri cubi di neon, e circa 350mila metri cubi sarebbero stati prodotti dai due stabilimenti ucraini.

Come ha spiegato di recente anche il Wto, “la produzione di semiconduttori dipende in misura sostanziale dal neon fornito dall’Ucraina. Le interruzioni nella fornitura di questi input potrebbero colpire i produttori di automobili in un momento in cui l’industria si sta appena riprendendo dalla carenza di semiconduttori”. Senza neon quindi non si producono microchip, con effetti a cascata lungo tutte le filiere produttive connesse.

Ingas e Cryoin hanno bloccato le attività a causa del conflitto. Secondo gli analisti del settore, allo stato attuale ci sono riserve di neon per massimo sei mesi, pertanto se la guerra dovesse dilungarsi la filiera dei chip si arresterebbe. Perché il neon viene impiegato nelle macchine litografiche che azionano i laser ad alta precisione che incidono i wafer di silicio nella realizzazione dei chip. Come spiega Pozsar, infatti, i chipmaker usano il gas come un tampone per tenere sotto controllo la lunghezza d’onda della luce emessa dai laser nel processo litografico. Non sorprende perciò che i produttori di semiconduttori rappresentano circa il 75% della domanda globale di neon.

I chip, impiegati tanto nell’elettronica tanto nell’industria dell’automotive, pagano una notevole carenza da quando il Covid ha mandato in subbuglio tutta la filiera, come l’HuffPost ha scritto più volte. Con l’avvento della pandemia, le case automobilistiche hanno tagliato le loro stime per la produzione di autoveicoli. Le società di chip hanno quindi dirottato i loro sforzi verso l’elettronica di consumo, di pari passo con l’incremento della domanda durante la fase dei lockdown. Le persone rinchiuse nelle loro abitazioni hanno infatti acquistato meno auto e più telefoni, apparecchi e pc per lo smart working o la didattica a distanza. Con la fine dei lockdown e la ripresa della domanda globale, auto incluse, i chip-maker non sono stati in grado di soddisfare il boom di richieste arrivate dalle aziende di automobili che speravano, una volta terminato il periodo delle chiusure, di recuperare rapidamente i loro ritmi produttivi. Non è stato così e tutte le più importanti case hanno visto una produzione in calo e a singhiozzo per tutto il 2021, con interruzioni che hanno imposto più volte fermi alle linee .

Il mercato globale dei semiconduttori vale oggi più di 500 miliardi di euro – una cifra che dovrebbe raddoppiare entro il 2030. L’Europa rappresenta il 10% della produzione mondiale, rispetto al 24% nel 2000 e al 44% nel 1990. Negli ultimi vent’anni, in altre parole, Bruxelles ha dormito mentre Usa nella progettazione in Silicon Valley e nell’area di San Diego, e l’Asia nella fabbricazione e nel design consolidavano la loro presenza lungo la catena del valore. Oggi, ha avvertito Deloitte, il settore dell’automotive – che per inciso rappresenta circa il 6% di tutta la forza lavoro Ue e vale intorno al 7% del suo Pil – “rischia di subire un ulteriore duro colpo dalla situazione geopolitica in Ucraina”, dopo quello assestato dalla pandemia.

Per recuperare il gap, la Commissione Europea ha lanciato di recente l’European Chips Act, col quale punta a raddoppiare la sua presenza nel mercato dei chip entro il 2030, portandola al 20%. Una strategia già prima della guerra apparsa agli esperti del settore piuttosto velleitaria, anche a causa dell’esiguo dispiegamento di risorse, una manciata di miliardi contro i maxi-investimenti americani e orientali. Motivo per cui presto l’European Chips Act potrebbe essere carta straccia. La Cina con Smic e Huawei, Taiwan con Tsmc e la Corea del Sud con Samsung rappresentano in tutto poco meno del 60% della produzione globale, e se si aggiunge il Giappone si sfiora l′80%. Con l’acuirsi delle tensioni militari e il rischio che un elemento vitale per la generazione di chip possa finire sotto il controllo russo, le incognite si moltiplicano. Come sul gas e sul petrolio, anche sul neon l’Europa rischia di pagare il conto più salato, ma gli effetti di una ulteriore strozzatura si sentiranno anche negli Stati Uniti, che dipendono in via quasi esclusiva da Ucraina e Russia per le loro esigenze di neon, e a Taiwan, il più grande produttore globale di chip per conto terzi. Già dopo l’invasione della Crimea il prezzo del gas nobile aumentò del 600%. Ma ora il panorama geopolitico da allora è profondamente mutato: se si sovrappone la cartina delle aree già occupate al sud (o nelle mire) dall’esercito di Mosca alla mappa delle acciaierie ucraine, si vedrà che combaciano quasi alla perfezione. Col rischio che Putin possa, presto o tardi, aprire un altro fronte del gas nella sua guerra all’Europa.