di Giulia Belardinelli

La questione del grano bloccato nei porti ucraini a causa della guerra d’invasione scatenata da Mosca ha diverse dimensioni. Accanto ai rischi per la sicurezza alimentare di molti Paesi, soprattutto in Africa e in Medio Oriente, c’è la necessità economica dell’Ucraina di far ripartire le esportazioni. A questi aspetti si aggiunge la cosiddetta geopolitica del grano: ovvero l’utilizzo di materie prime alimentari – come appunto i cereali – come strumenti di influenza geopolitica e terreno fertile per la propaganda russa.

È un tema – quello degli impatti globali della guerra sulla sicurezza alimentare – di cui si parla sin dalle prime fasi della guerra, ma che negli ultimi giorni è diventato sempre più centrale. Mario Draghi lo ha sollevato durante il suo incontro con Joe Biden alla Casa Bianca. “Dobbiamo chiedere alla Russia di far partire il grano bloccato nei porti ucraini”, ha dichiarato; Biden si è detto d’accordo: “Ci sono milioni di tonnellate ferme, rischiamo una crisi alimentare in Africa”. Oggi in conferenza stampa, Draghi torna sul tema, segnala che è stato affrontato nei colloqui alla Casa Bianca, parla di “pericolo di crisi alimentare e umanitaria” e auspica che lo sblocco dei porti e del grano ucraino sia “un primo esempio di dialogo tra le due parti per salvare decine di milioni di persone nei Paesi più poveri”.

La Commissione europea proporrà nelle prossime ore un piano per aiutare l’Ucraina a riprendere le sue esportazioni alimentari, aggirando via terra il blocco russo del Mar Nero. Il commissario europeo per l’Agricoltura Janusz Wojciechowski ha annunciato il “piano d’azione” all’apertura di una riunione dell’agenzia alimentare delle Nazioni Unite in Polonia, affermando che l’Ue deve controbilanciare la distruzione deliberata dell’agricoltura ucraina da parte della Russia espandendo i canali di esportazione. “È necessario organizzare corridoi alternativi per l’esportazione, in particolare per il grano e il mais perché l’Ucraina ha molte scorte”, ha detto Wojciechowski a Politico.eu, primo a riportare la notizia. “Vogliamo garantire catene di approvvigionamento alimentare per l’Europa e il resto del mondo”. “La soluzione principale sono i corridoi verso i porti [della Polonia] del Mar Baltico”, ha affermato, citando Danzica e Gdynia.

Un tale sforzo – ha sottolineato Wojciechowski – serve anche a respingere i tentativi di Mosca di presentarsi come un attore umanitario che si prodiga per sfamare popolazioni in difficoltà. “Questa è la propaganda russa. Stanno distruggendo intenzionalmente il potenziale [agricolo] ucraino […] e il prossimo passo sarà quello di mostrarsi come i salvatori del mondo”.

Purtroppo, il meccanismo è già partito, come dimostrano le parole pronunciate oggi dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, secondo cui i problemi legati all’approvvigionamento di cereali nel mondo dipendono esclusivamente dalle “sanzioni illegali dell’Occidente” e dalla “mancanza di cooperazione” da parte di Kiev. Nel mondo capovolto della propaganda russa, la colpa è del governo ucraino che si rifiuta di cooperare con gli occupanti per facilitare la partenza delle navi cariche di cereali bloccate nei porti. Non solo: Mosca accusa Kiev di aver piazzato mine nei suoi stessi porti, impedendo alle navi di partire.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sollevato la questione in modo molto chiaro rivolgendosi ai deputati maltesi, sensibili almeno quanto quelli italiani al campanello d’allarme dell’immigrazione di massa. “Se non possiamo esportare grano, orzo, girasole e olio di semi di girasole, significa che alle persone in Nord Africa e in Asia mancherà il cibo e i prezzi aumenteranno. Prossimamente potrebbe esserci una nuova situazione di caos e una nuova crisi migratoria. E penso che gli effetti di questa crisi si possano sentire fino a Malta”, ha aggiunto.

In Ucraina la guerra militare è sempre più intrecciata a quella del grano. Come riporta oggi il Wall Street Journal, funzionari ucraini della ricca regione agricola di Zaporizhzhia accusano la Russia di rubare prodotti agricoli ucraini (grano, ortaggi e semi di girasole) per portarli in Crimea, la penisola che Mosca ha annesso illegalmente nel 2014. L’Ucraina ha denunciato altri furti russi nel settore alimentare. Alla fine di aprile, i funzionari della regione di Zaporizhzhia hanno affermato che le forze russe avevano rilevato un’azienda agricola nella città di Kamianka-Dniprovska e sequestrato 61 tonnellate di grano. E non è tutto: gli agricoltori ucraini hanno accusato le forze russe di aver rubato o distrutto le loro attrezzature, inclusi trattori e camion, e di aver minato la loro terra in quello che considerano un tentativo deliberato di azzoppare il redditizio settore agricolo ucraino.

Gli effetti di questa guerra del grano non possono che essere globali, e le ricadute geopolitiche. L’Ucraina e la Russia – vale la pena ricordarlo – sono entrambe gigantesche esportatrici di cibo verso Paesi dipendenti dalle importazioni in Africa e Medio Oriente, ma l’attacco della Russia via terra e via mare ha lasciato milioni di tonnellate di grano ucraino bloccate in silos incapaci di lasciare le navi bloccate sul Mar Nero, che tradizionalmente rappresentava almeno l’80% delle esportazioni alimentari dell’Ucraina.

“Quasi tutti i Paesi della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) sono dipendenti o dalla Russia o dall’Ucraina o da entrambe per i rifornimenti di risorse alimentari di base come i cereali”, ricorda ad HuffPost Silvia Colombo, ricercatrice del NATO Defense College e dello IAI, specialista della regione. “Paesi come l’Egitto, la Tunisia, il Libano sono estremamente esposti dal punto di vista economico: hanno al loro interno un mix di importazioni di cereali di cui circa il 50% proviene da Russia o Ucraina”. A proposito di Egitto, martedì il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che carichi di grano ucraino rubato hanno raggiunto il Mar Mediterraneo su navi battenti bandiera russa dirette in Medio Oriente. La scorsa settimana l’Egitto ha respinto due navi russe che trasportavano grano ucraino rubato, ha riferito al Wall Street Journal Ruslan Nechai, incaricato d’affari ucraino in Egitto.

“Molti Paesi della regione Mena hanno un aumentato fabbisogno di importare cereali, in particolare grano, perché al loro interno non sono in grado di soddisfare la domanda, nonostante abbiano una buona base agricola”, sottolinea Colombo. “È il caso, ad esempio, del Marocco, che sta vivendo in questi mesi una fase di crisi agroalimentare legata a una stagione estremamente secca”. Questi problemi sono aggravati dall’aumento dei prezzi del petrolio, che se per alcuni Paesi – v. Algeria e Libia – può essere un vantaggio, per altri è un colpo tremendo, che arriva in una fase post Covid già difficile di suo. “Il mix formato da difficoltà economiche precedenti, un mercato estremamente volatile e problemi di mancanza di commercializzazione di risorse alimentari rappresenta un intreccio estremamente pericoloso per la sostenibilità di questi Paesi, nell’ottica delle ripercussioni interne”, sottolinea la ricercatrice. “Sono già comparse delle allerte secondo cui giugno, per molti di questi Paesi, sarà l’ultimo mese in cui le scorte di cereali saranno sufficienti per soddisfare i bisogni interni”. Vale per l’Egitto, la Tunisia, il Libano, la Siria, che è in una situazione disperata con 13,9 milioni di persone che soffrono la fame ogni giorno. In Mauritania si parla già di carestia, anche in conseguenza di un inverno molto caldo. “Queste allerte segnalano che c’è un rischio abbastanza imminente di un’instabilità interna legata a nuove forme di protesta o sollevazione popolare. È chiaro come questa instabilità possa avere un risvolto negativo anche per l’Europa, con nuove ondate di rifugiati non solo climatici ma in questo caso anche a causa dell’insicurezza alimentare”.

Questo discorso aiuta a comprendere l’atteggiamento attendista o pragmatico di molti Paesi dell’Africa e del Medio Oriente nei confronti della guerra russa in Ucraina, un elemento emerso in diversi contesti, dai voti all’Onu alla mancata adesione alle sanzioni occidentali. A queste popolazioni non interessa da dove arriva il grano: quello ucraino e quello russo ha lo stesso sapore. “I governi della regione sono ben consapevoli del fatto che le loro popolazioni non sono marcatamente pro-Ucraina, per tutta una serie di motivazioni che riguardano tanto la posizione stessa di Kiev rispetto, per esempio, al conflitto israelo-palestinese, quanto un equilibrio globale più ampio che vede molti di questi Paesi identificarsi più con un modello russo o cinese rispetto a un modello occidentale, soprattutto dal punto di vista politico”, spiega Colombo. “Essendone consapevoli, vogliono evitare che questa sia l’occasione per creare nuove tensioni o nuovi squilibri interni. Le popolazioni dell’area non sono particolarmente favorevoli all’approccio occidentale di sostegno anche militare all’Ucraina: lo vedono come un azzardo che può condurre a ulteriore instabilità. Molti lo considerano un approccio imperialista e temono che un giorno possa riguardare anche loro. C’è una narrativa filorussa che copre un’analisi più attenta delle responsabilità e dei rischi di questa situazione di difficoltà legata alle risorse alimentari”. Mentre si ingegna per far ripartire le esportazioni ucraine di cereali, anche questo è un tema che l’Ue dovrà affrontare, nell’urgenza di una strategia politica verso il suo vicinato sud.