PORTOFRANCO

di Franco Manzitti

 

 

E ora pover’uomo? Mi viene in mente una delle espressioni più usate da Luigi Pirandello, il grande autore siciliano, se penso alla traiettoria politica di Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, erroneamente chiamato Governatore, ex delfino di Berlusconi, ex direttore Mediaset, ex leader del movimento dei presidenti di regione nella fase più calda della pandemia, ex fondatore di “Coraggio Italia” e di “Cambiamo”, movimenti centristi con la pretesa di organizzare un blocco centrale nello schieramento italiano così in decomposizione, ex fedelissimo di Matteo Salvini, che celebrava con lui le sue vittorie-boom, ex amico di Matteo Renzi, con cui studiava acrobatiche alleanze, ex amico del sindaco di Venezia Roberto Brugnaro, co fondatore di “Coraggio Italia”, ex amico di Giorgia Meloni, ex amico di Edoardo Rixi, leader leghista ligure che gli cedette il posto di candidato alla presidenza della Regione Liguria, regalandogli sette (per ora…) anni di supergoverno ligure e un balcone mediatico che ha sfrutatto senza soste……ex…..ex

Insomma questo simpatico e magniloquente leader regionale, oggi cinquantaduenne, sposato con Sara,giornalista a Mediaset, senza figli, uno dei personaggi più esposti mediaticamente in questi anni, anche grazie alla sua fulminante e disponibilissima eloquenza, si è andato a ficcare politicamente in un vicolo cieco, che condiziona un po’ tutto lo scenario politico non solo ligure, ma anche italiano.

Buttatosi senza paracadute nell’estate del 2019 nell’operazione “Coraggio Italia” con una mega riunione al teatro Brancaccio di Roma, dopo avere fidelizzato una quarantina di parlamentari, Toti si era trovato spiazzato dalla caduta in mutande da bagno di Matteo Salvini all discoteca Papeete.

Pensava di diventare la ruota di scorta del suo sodale Matteo, coprendogli il Centro dello schieramento italiano e magari ci scappava pure un ministero, in un governo per il quale il capo leghista aveva chiesto i fatali “pieni poteri”….

Ma il tonfo aveva non solo disarcionato il leghista, ma spiazzato anche Toti, che era rimasto in mezzo al guado. E’ a quel punto che l’ex direttore di Mediaset ha incominciato decisamente le sue grandi manovre al Centro per organizzare una forza che riempisse il vuoto.

Sono arrivati il governo Conte Bis, con il Pd alleato e sopratutto la grande crisi della pandemia, con il ruolo dei presidenti di Regioni sempre più importanti in quei drammatici mesi del febbraio, marzo, aprile, maggio 2020.

In quel periodo il ruolo di Toti è cresciuto sopratutto come presidente della Regione con una evidenza mediatica fortissima non solo in Liguria, ma in tutta Italia. Le manovre politiche si sono un po’ ridotte davanti alla Grande Emergenza, ma sicuramente l’uomo ha guadagnato in popolarità in una pioggia di interviste, di comparsate televisive.

Si stava anche andando verso la scadenza elettorale regionale, rinviata dal giugno 2020 al settembre, per evidenti ragioni pandemiche. E in questo caso Toti ha stravinto, confermandosi presidente per il secondo mandato consecutivo e riportando la vittoria più netta della storia della Destra in Liguria contro il giornalista del “Fatto Quotidiano”,  Ferruccio Sansa, alfiere del centro sinistra, spazzato via con la percentuale più bassa della storia repubblicana per la sinistra genovese e ligure.

Sulle ali del successo bis il presidente si è sentito sempre più forte nel deliberare mosse ardite al centro dello schieramento nazionale.  Lo aspettavano cinque anni di regno ligure e dopo? Toti ha intravisto per se stesso quell’orizzonte nazionale e ha incominciato a tessere la trama, equilibrandosi tra le emergenze pandemiche sempre incombenti e le nuove alleanze.

Ha tenuto per sé un po’ esageratamente anche le deleghe della Sanità e del Bilancio e escluso dalla sua maggioranza Forza Italia, facendo infuriare sopratutto la Lega e Berlusconi.

Ma era chiaro che l’uomo stava guardando altrove. Allora è nato l’asse Genova-Venezia con il sindaco Brugnaro e l’allargamento del progetto centrista con l’adesione di personaggi, come Paolo Romani e Gaetano Quagliarello, figure di spicco di Forza Italia.

Sono incominciati i dialoghi con Matteo Renzi, ancora più fitti quando Italia Viva ha giocato il suo ruolo di regista nella caduta del Conte Bis e , quindi, nell’arrivo di Mario Draghi.

Poi le sequenze del film che Toti voleva girare si sono accelerate come in un soggetto alla Ridolini perché quel dialogo al Centro ha incominciato a diradarsi, nonostante il numero dei soggetti che si ammucchiavano, da Carlo Calenda a Più Europa di Emma Bonino.

Le incalzanti emergenze, politiche, economiche, dal PNRR alle grandi manovre per il Quirinale hanno un po’ polarizzato tutto  e la partita centrale  è diventata sempre più difficile da giocare.  Intanto i rapporti a Destra si sono praticamente frantumati con prese di posizione anti Toti, soprgatutto in Liguria sempre più dure, da parte di Rixi e anche di Salvini che ingiungevano al presidente ligure “di mollare l’osso”, cioè di rinunciare almeno ai suoi assessorati.

Manco per idea. Toti ha tirato dritto verso il centro, beccandosi anche accuse dirette di tradimento e addirittura il sospetto che si stesse muovendo verso il nemico giurato, cioè il PD.

Il presidente non ha mosso neppure un sopracciglio davanti ad una clamorosa campagna di stampa contro di lui, compresa in otto puntate quotidiane, sul giornale “Domani” dell’imprenditore Carlo  De Benedetti, dove si raccontavano i finanziamenti sospetti a Toti, dipingendolo come un terminale di grandi giochi finanziari e di potere anche attraverso la sua società “Change”, una specie di cassaforte del suo movimento.

Rotta l’alleanza  con la Lega, mantenuti gli equilibri di giunta per pura forma e incassata pure la prima sconfitta elettorale in Liguria a Savona, dove nel settembre 2021 il centro sinistra aveva finalmente vinto il Comune con l’avvocato Paolo Russo, di nobile schiatta democristiana, Toti ha incominciato a misurare il suo isolamento.

Eppure ha retto il ruolo, grazie anche al sistema di potere costruito tra la sua regione, il Comune di Genova con Marco Bucci, oramai in piena campagna elettorale e con il presidente dell’Autorità portuale di Sistema, Paolo Signorini, creatura politica di Toti e del suo gruppo di potere.

Ma lentamente intorno a lui ha incominciato a crescere quel vuoto sempre più spinto. Nessun contatto a Destra e sfilacciati i rapporti al Centro con in più la abbastanza clamorosa rottura con Brugnaro, il sindaco veneziano che ha disconosciuto l’alleanza.

A questo punto dove va Toti? Sembra che di colpo fosse tornata attuale l’ipotesi “proibita” di un terzo mandato in Regione, dove le prossime elezione sono nel 2026, quindi lontane. Ma è scattato subito lo sbarramento di Edoardo Rixi, l’uomo faro della Lega a Genova e in Liguria, che ha pronunciato un preventivo e altisonante: “Niet”.

Sbarrata questa strada, evanescente l’ipotesi di un conglomerato al centro, la nuova strada per il popolare presidente ligure è allora tutta da immaginare. Certamente la politica sta cambiando e cambierà ancora di più in un mondo squassato da epidemie, da questa guerra che sviluppa trasformazioni geopolitiche epocali. Cambieranno sistemi elettorali e anche i partiti-movimenti, si apriranno strade e se ne chiuderanno altre.

Ma Toti, che ha rullato bene in questi anni di squilibri vertiginosi, oggi non ha una prospettiva certa. Domani……. Chissà.

E intanto, ultimo dettaglio, il giorno dopo la riunione della Destra ad Arcore nella villa di Berlusconi, il presidente ligure si è lamentato perché non lo avevano neppure invitato. Ma non stava giocando al centro?