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di Lorenzo Santucci

“Se hai un minimo di cuore, apri questi porti dell’Ucraina per sfamare i poveri”. Alla ministeriale dell’Onu, organizzata ieri a New York dagli Stati Uniti per partorire risposte concrete alla crisi alimentare internazionale, il capo del World Food Programme David Beasley va dritto al cuore della questione e si appella a Vladimir Putin. La mancata riapertura, ha sottolineato, equivarrà a “una dichiarazione di guerra alla sicurezza alimentare mondiale, con conseguente carestia, destabilizzazione delle nazioni e migrazioni di massa per necessità”.

La guerra rischia di gettare milioni di persone al di là della soglia di sicurezza alimentare, afflitti dalla scarsità di grano e fertilizzanti, ridotti a causa delle bombe che cadono sui campi ucraini, della siccità e dei problemi di approvvigionamento. Le ripercussioni si potrebbero far sentire per anni, ha dichiarato allarmato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, confermando gli “intensi contatti” con la Russia e altri Paesi chiave per arrivare a una soluzione. Senza, tuttavia, entrare nei dettagli dei colloqui, “perché le dichiarazioni pubbliche potrebbero minare le possibilità di successo”, ha aggiunto. Il momento, si intuisce, è delicato. Se nel 2020 oltre 153 milioni di persone si trovavano in una situazione di insicurezza alimentare grave, lo scorso anno erano aumentati di 40 milioni e altrettanti dovrebbero essere i nuovi affamati alla fine di quest’anno. La scarsità di carburante e fertilizzati, seguita da un naturale aumento dei prezzi, può avere ripercussioni economiche e sociali devastanti nei Paesi più poveri del pianeta. Sul tavolo ci sono diversi piani di salvataggio e tanti soldi per cercare di alleviare la fame, che potrebbero però non bastare a scalare la montagna che si ha di fronte.

L’ultimo report di Boston Consulting Group (Bcg) segnala che la causa della carestia globale che si prefigura non è la scarsa produzione del cibo, ma l’incapacità di distribuirlo e di stoccarlo in modo equo ed efficiente: la soluzione, quindi, coinvolge molti attori, dalle istituzioni internazionali ai singoli stati, dal mondo finanziario al settore privato, passando per il ruolo chiave delle ong e di tutto il settore sociale, “un’azione rapida e sinergica, senza la quale si rischia una crisi alimentare che andrà a colpire soprattutto le economie in via di sviluppo”. Secondo i dati della Banca Mondiale il prezzo del cibo al livello globale nel 2022 salirà del 23%, dopo essere lievitato del 31% già nel 2021.

Gli Stati Uniti hanno già dichiarato che faranno la loro parte. Ad aprile, la segretaria del Tesoro americano, Janet Yellen, si è incontrata con alcuni funzionari del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale – che è arrivata a stanziare 30 miliardi di dollariper i prossimi 15 mesi – per sollecitare i grandi del mondo ad escogitare una via d’uscita. Stesso obiettivo di quello che si è prefissato il segretario di Stato Antony Blinken che, oltre ad informare sugli ulteriori 215 milioni di dollari che Washington riserverà per l’assistenza alimentare, ha tessuto incontri a margine dell’incontro all’Onu proprio in questo senso.

Alla Call of Action, aperta a 35 Paesi divisi tra quelli più colpiti dalla crisi e quelli che potrebbero risolverla, ha partecipato anche il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio che ha ricordato l’importanza della diplomazia alimentare. “Il prezzo del grano sta continuando a crescere a causa dell’invasione russa e potrebbe salire del 20% entro la fine dell’anno, causando una perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie, anche quelle italiane”, ha ammonito il capo della Farnesina.

“Oggi qui all’Onu inizia un’azione serrata per permettere ai Paesi più in difficoltà di approvvigionarsi di derrate alimentare scongiurando rischi di instabilità, di implosione delle economie e di disordini interni”. L’Italia, da parte sua, ha annunciato altri cinque milioni di euro a favore della Food Coalition della Fao, che si vanno ad aggiungere ai dieci milioni già versati.

Non solo organi statali, ma anche diverse banche internazionali ed altri enti si stanno muovendo insieme per fornire “finanziamenti, impegno politico ed assistenza tecnica” a chi necessita di aiuto. L’Asian Development Bank ha stanziato 1,5 miliardi di dollari per 20 milioni di agricoltori africani, tra i più colpiti da questa crisi. Specie quelli del nord Africa, come l’Egitto, che contavano sul grano ucraino e russo per sfamare la loro popolazione. Prima del 24 febbraio, l’Ucraina esportava 4,5 milioni di tonnellate di prodotti agricoli ogni mese, che rappresentavano il 12% del grano mondiale, il 15% del suo mais e il 50% del suo olio di girasole.

Il problema però riguarda anche l’inflazione sui prezzi alimentari, in crescita ovunque ma con effetti non omogenei. Il pane è una delle prime fonti caloriche per gran parte della popolazione nordafricana e mediorientale, che si affidano agli aiuti statali per acquistarlo. Ora a mancare sono sia il pane sia i sussidi, che sempre meno governi continuano ad elargire. L’alternativa è cambiare dieta, come stanno facendo alcuni Paesi che si sono rifugiati nel riso. Il consumo mondiale nel 2022 toccherà quota 521 milioni di tonnellate, un record per gli ultimi dieci anni. A sorridere, logicamente, sono i maggiori produttori: come la “traballante” India, che a causa dell’inflazione (+8,38%) e delle temperature elevate che stanno compromettendo i raccolti ha bloccato le esportazioni di grano su cui il mondo invece confidava per sostituire quelle dall’Europa orientale.

Il rischio insicurezza avvolge infatti più regioni sparse nel mondo e per questo serve urgentemente un’azione collettiva. La Banca mondiale, allo stesso modo della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), della Banca interamericana di sviluppo e del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, sono pronte a investire nei prossimi mesi – forse anche anni, vista la portata dell’emergenza – decine di miliardi di dollari. Tutti dovranno contribuire. Lo ripeterà sicuramente la Yellen durante il suo viaggio in Europa – che ha escogitato delle corsie di emergenza per sbloccare le forniture di grano ferme nei porti ucraini – in vista del G7 dei ministri delle Finanze al via oggi a Bonn, in Germania. Da lì dovrebbe uscire un piano di aiuti diviso in due tappe, il “relief and reconstruction”, e che più in generale si occuperà degli effetti della guerra. Tra cui, naturalmente, quello alimentare.

Come per la negoziazione della pace (ancora troppo lontana), sembrerebbe che la realizzazione di questi piani finanziari dipenda dall’esito della guerra. Passa tutto, purtroppo, dal campo di battaglia e non si tratta soltanto di una contingenza geografica – i combattimenti più intensi si stanno svolgendo proprio in faccia al Mar Nero, da dove passa il traffico commerciale – ma di un’esplicita volontà del Cremlino. Con oltre 25 milioni di tonnellate di grano e altri cereali bloccati nei porti, Putin fa leva sulla fame per provare ad ottenere più potere negoziale. Poco più di una settimana fa il porto di Odessa è stato preso di mira dai missili russi, impedendo a qualsiasi carico di partire. “Non era mai successo dalla seconda guerra mondiale”, ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La presa di Mariupol, che dopo la resa dell’Azovstal è solo questione di ore, non può che aggravare questa situazione.

“La Russia sta conducendo questa guerra con altre armi terribili e potenti: fame e privazione. Bloccando i porti ucraini, distruggendo silos, strade e ferrovie, Mosca “ha lanciato una guerra del grano, alimentando una crisi alimentare globale” ha tuonato la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock. Nel frattempo il presidente russo parlava di raccolto di grano a livelli record per la Russia. Non solo, Il consigliere del Cremlino, Maxim Oreshkin osserva durante un Forum giovanile a Mosca che “la principale causa della fame nel mondo che si verificherà quest’anno sono le sanzioni economiche sconsiderate di Usa e Ue” che minacciano l’export di fertilizzanti e grano, ma comunque il presidente Putin aveva preparato la Russia alle conseguenze di una crisi alimentare globale già alla fine del 2021.

La sicurezza alimentare di gran parte del mondo, dunque, si sta scontrando con le mire imperialistiche di Putin, che intende collegare il Donbass alla Crimea ad ogni costo. Tuttavia, slegarsi da quelle forniture non è semplice, soprattutto se la risposta che servirebbe viene azzoppata dalle conseguenze dirette delle azioni di Mosca. Ad esser saltato è l’intero assetto, con i prezzi sempre meno alla portata di tutti, temperature da record che spingono alcuni Paesi al protezionismo per difendere i propri interessi e milioni di persone che hanno sempre più fame.