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Franco Esposito

Come un film. Non la rapina del secolo e neppure qualcosa di simile. Ma un audace colpo nel cuore di Firenze, non lontano da Palazzo Vecchio. L’incursione dei soliti ignoti tra i cunicoli. Poi via con un bottino di 500mila euro. In fuga nelle fogne con i gioielli. Come un film, ma è pura realtà. Il furto messo a segno nella serata di sabato. I ladri sono entrati nella gioielleria attraverso un buco nel pavimento. Un colpo preparato evidentemente nei minimi particolari. 

La vittima è la gioielleria Gold&Florence di via Por Santa Maria. La strada nel cuore di Firenze, che dall’angolo di Ponte Vecchio va al Lungarno Acciaiuoli fino a piazza Mercato Nuovo. Gli autori ladri non improvvisati; professionisti che non hanno esitato a calarsi nelle fogne, e a camminare nel reticolo di conduttore. Fino a sbucare nel negozio dopo aver sollevato il tombino delle fogne biologiche che si trova dietro il bancone della gioielleria. Un colpo preparato nei minimi particolari.

La fuga percorrendo la stessa via, ovviamente all’incontrario. L’ammontare della refurtiva? La stima fornita dalla polizia è di 400-500 euro. Catenine, anelli, ciondoli e monili in oro, I ladri hanno portato via tutto ciò che stava nelle due vetrine del negozio, Non toccata la cassaforte. 

Gli inquirenti possono contare, a mo’ di piccolo vantaggio, sull’orario in cui sarebbe avvenuto il furto. L’allarme al Gold&Florence è suonato alle 21:30. I vigili abbandonano la posizione in viaPor Santa Maria, dopo non aver notato nulla, Niente che potesse far pensare ad un colpo in atto. I ladri se ne sono andati dopo essersi ripuliti. Non potevano uscire in strada imbrattati e con gli autorespiratori impiegati per lavarsi dai miasmi, 

Un bandone esterno, non a maglie, copre la vetrina di Gold&Florence. Bisognerebbe alzarlo, visto che così è a posto. Dall’interno non sono filtrate luci di torcia. E sembra quindi impossibile che i ladri abbiano operato al buio. Svuotati tutti i contenitori stracolmi di ori, hanno trascurato la cassaforte. E qui nasce spontanea una domanda: la scelta di lasciar perdere la cassaforte o il tentativo fallito di aprirla? I ferri del mestiere sarebbero stati abbandonati sul pavimento della gioielleria. 

La scoperta del furto è in tutti sensi strettissima parente dello sceneggiato di un film. La polizia ha avuto contezza del furto domenica mattina alle 10:00. Si è accorta di tutto, della spiacevole visita-incursione di un gruppo di professionisti del furto una commessa della gioielleria. Sollevata la saracinesca, si è immediatamente ritratta. Insopportabile l’odore proveniente dall’interno. 

Il pavimento imbrattato dai liquami, E tutto intorno, le pareti danneggiate , gli scaffali sottosopra. Guidati dalla dottoressa Maria Assunta Ghizzoni, gli agenti sono andati immediatamente alla ricerca delle telecamere interne, Sarebbero state portate via anch’esse dai ladri, attenti a tagliare tutti i fili. La polizia si è riservata di visionare i filmati delle telecamere esterne lungo il tracciato di borgo SS:Apostoli, via Lamberiesca, via delle Terme, via Vacchereccia. 

La polizia intende avvalerrsi in ogni mezzo per risalire agli autori dell’audace colpo ed eventualmente procedere al recupero della refurtiva. Operazione questa che si presenta molto complicata. Scarse le possibilità di successo. La polizia si è attivata anche per avere l’ausilio di tecnici in grado di infilarsi nelle fogne. Lo scopo è di procedere alla corretta ricostruzione della via sotterranea seguita dai ladri. Gli inquirenti sono alle prese con un dubbio: i ladri sono riusciti ad entrare nella gioielleria da un luogo aperto o chiuso? 

Inquietante il furto alla gioielleria, messo a segno a un sospiro da Ponte Vecchio, ancora di più la notizia di provenienza pisana. La Torre Pendente sarebbe finita nel mirino della mafia. Sarebbe accaduto nel periodo più buio della storia d’Italia. Trent’anni fa, quelli delle stragi di Capaci e via D’Amelio, che costarono la vita ai giudici Falcone e Borsellino. Simboli della lotta alla mafia, furono barbaramente uccisi da Cosa Nostra. 

Negli stessi anni, la mafia avrebbe messo la mani anche sulla Torre di Pisa. “Un attentato alla Torre o ai templi di Selinute o il progetto di disseminare la riviera romagnola di siringhe infette per danneggiare il turismo in Italia”. Questi i progetti di Cosa Nostra. L’ha raccontato l’agenzia Ansa e l’hanno ripresa molti quotidiani italiani: riportate la parole pronunciate dal pm Gabriele Paci nel corso della requisitoria nel processo al super latitante Matteo Messina Denaro. 

Il capo mafia è accusato di essere uno dei mandanti dlele stragi di Capaci e via D’Amelio, condannato all’ergastolo nel 2020. La rivelazione-ricostruzione è opera del collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera. Matteo Messina Denaro, sulla scorta dell’esperienza del padre, aveva acquisito una cultura sommaria in materia di opere d’arte. Giovanni Brusca, poi, chiese a Totò Riina l’autorizzazione a parlare con Messina Denaro per verificare il reperimento di opere d’arte da utilizzare come merce di scambio nella trattativa. Ci fu una frenata, la trattativa non decollò. Si arenò. Dagli incontri venne fuori la frase “pensa che succede se cade la torre di Pisa”. Frase poi attribuita, a quanto pare, a Brusca o a Nino Gioè, morto suicida in  carcere nel 1993.