di Claudio Paudice

Mariupol è caduta in mano ai russi, Berdyansk pure. Entrambe affacciano sul mare d’Azov. Ma sotto il controllo dell’esercito di Vladimir Putin son finite anche Kherson e Mykolaiv sul mar Nero. Mentre Odessa è circondata da una cintura di mine che impedisce alle navi di entrare e, soprattutto, di uscire. Dopo il gas, anche il grano è diventata ormai un’arma nel variegato arsenale a disposizione di Vladimir Putin per condurre la sua guerra economica, parallela a quella militare, mossa all’Europa in risposta alle sanzioni decise dall’Occidente per l’invasione dell’Ucraina.

Da Davos, in Svizzera, dove si tiene il World Economic Forum, il World Food Program dell’Onu ha lanciato l’allarme: “Non consentire subito l’apertura dei porti ucraini significa dichiarare una guerra alimentare globale” che mette a rischio “400 milioni di persone”, senza tenere conto dell’impatto della guerra sulla prossima semina. Da giorni si sommano gli allarmi per le esportazioni di grano dai due Paesi in conflitto che insieme rappresentano circa il 30% dell’export mondiale di grano.

Nello specifico la Russia pesa per il 18% e l’Ucraina per l’11%, dati aggiornati al 2019. La situazione potrebbe precipitare nel giro di 5-7 settimane se non verrà consentito al grano di uscire dai porti del sud ucraino. Per questo l’Unione Europea sta tentando un cambio di rotta per dirottarlo verso le città europee del mar Baltico. Oggi un primo treno di prova è arrivato in Lituania. Ma molto dipenderà dalle reali intenzioni di Putin che, allo stato attuale, non lasciano ben sperare.

Secondo Bruxelles, Mosca sta rubando o distruggendo il grano ucraino: “Stiamo assistendo a come la Russia ha trasformato in armi le sue forniture energetiche. Sfortunatamente, stiamo vedendo lo stesso modello emergere nella sicurezza alimentare. Oggi l’artiglieria russa sta bombardando i depositi di grano in tutta l’Ucraina deliberatamente” mentre in altri casi “campi di grano sono stati bruciati”. Oppure, nelle zone finite sotto il controllo russo, “l’esercito sta confiscando le scorte e i macchinari”, ha detto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Di certo il Cremlino sta facendo pressioni sui suoi partner economici per introdurre dazi così da evitare la riesportazione delle sue materie prime.

Con i porti ucraini bloccati, l’unica via d’uscita è quella di aprire un corridoio “verde” per l’export. Lo ha chiesto già più volte il presidente Zelensky, l’Europa e la Gran Bretagna sono d’accordo, e ora lo auspica anche la Cina: “La comunità internazionale dovrebbe spingere per un cessate il fuoco tempestivo e fornire un canale per Russia e Ucraina per esportare grano”, ha detto il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi. La preoccupazione monta, tanto da aver fatto pensare in un primo momento a una operazione militare dei “volenterosi” con l’invio di navi da guerra britanniche ed europee per scortare quelle cariche di grano fuori da Odessa. Notizia per ora smentita dal governo guidato da Boris Johnson. Ma un modo per sbloccare lo stallo va trovato e alla svelta. Secondo la Coldiretti, dopo tre mesi di guerra, il costo a livello globale per l’aumento del prezzo del frumento, salito del 35%, è di oltre novanta miliardi di dollari, senza tenere conto degli effetti che a cascata si riversano su tutti gli altri prodotti alimentari connessi. “Le quotazioni del grano oscillano attorno ai 12 dollari per bushel (27,2 chili) determinando una situazione che nei paesi ricchi ha generato inflazione ma in quelli poveri provoca carestia e rischi di rivolte con ben 53 paesi a rischio alimentare secondo l’Onu”.

I Paesi più esposti sono quelli del Nord Africa. Attualmente sia in Tunisia, dove il 50% dei cereali arriva proprio dalla Ucraina, sia in Egitto è già in atto il razionamento del pane. In Libano i prezzi del pane sono aumentati del 70%. La causa principale è naturalmente il conflitto militare: attualmente risultano bloccate circa 25 milioni di tonnellate, la gran parte nello scalo di Odessa. Ma non aiuta il blocco dell’export deciso dall’India introdotto a causa della forte ondata di calore di questo periodo. Delhi esporta principalmente nei paesi vicini come Bangladesh, Nepal e Sri Lanka (già nel pieno di una gravissima crisi economica) ma col blocco delle esportazioni dal Mar Nero tutti guardavano al secondo produttore al mondo come sostituto nelle forniture. Prima dello stop, il Paese aveva annunciato per il 2022 esportazioni record pari a 10 milioni di tonnellate di grano.

Per affrontare la crisi mondiale del grano Kiev ha proposto di creare un’organizzazione internazionale dei principali Paesi esportatori di cereali. Il negoziato per creare un’alleanza sul modello dell’Opec è in corso, ha dichiarato il ministero ucraino della politica agraria e dell’alimentazione, “vogliamo che i principali esportatori globali di cereali, come Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Ucraina e Unione Europea, si uniscano per proteggere i loro interessi sul mercato globale”. Nel frattempo diversi indizi fanno pensare a furti di grano operati dall’esercito di Mosca. Un video pubblicato dalla Cnn mostra nuove foto satellitari del porto di Sebastopoli, in Crimea, in cui sembra che due navi russe carichino quello che si ritiene sia grano ucraino rubato. Le nuove immagini della Maxar Technologies, datate 19 e 21 maggio, mostrano le navi – la Matros Pozynich e la Matros Koshka – attraccate accanto a silos di grano, con il cereale che si riversa da un nastro in una stiva aperta. Secondo il sito di tracciamento navale MarineTraffic.com, entrambe le navi hanno lasciato il porto: la Matros Pozynich sta navigando nel Mar Egeo, affermando di essere diretta a Beirut, mentre la Matros Koshka si trova ancora nel Mar Nero. L’emittente sottolinea che è difficile sapere con certezza se le navi siano state caricate con grano ucraino rubato, ma la Crimea, annessa alla Russia, produce poco grano, a differenza delle regioni ucraine di Kherson e Zaporizhzhia, ricche di colture, immediatamente a nord.

Di certo l’Ucraina tra marzo e aprile ha esportato prodotti agricoli per un valore di 1,74 miliardi di dollari, un calo di 3,2 volte rispetto ai 5,68 miliardi di dollari guadagnati dalle esportazioni agricole tra gennaio e febbraio, ha rilevato l’Istituto ucraino di economia agraria. Prima della guerra Kiev esportava fino a cinque milioni di tonnellate di prodotti agricoli al mese attraverso i porti di Odessa e Mykolaiv, mentre oggi riesce a esportare solo 500mila tonnellate di grano in un mese a causa del blocco dei porti marittimi, una circostanza che ha comportato un calo di 1,5 miliardi di dollari dei proventi mensili delle esportazioni. Nei primi 10 giorni di maggio, l’export di grano ucraino è più che dimezzato rispetto allo stesso periodo del 2021, passando da 667mila a 300mila tonnellate.

Per questo si sta lavorando a una rotta alternativa per consentire al grano di uscire. Il primo treno merci con un carico dall’Ucraina è arrivato in Lituania attraverso la Polonia, al porto di Klaipeda. “Ci aspettiamo di ricevere un treno al giorno dall’Ucraina, ciascuno con un carico fino a 1.500 tonnellate di grano e altri prodotti agricoli”, ha detto il portavoce della compagnia ferroviaria Ltg Mantas Dubauskas, citato sul sito della Reuters. Tralasciando l’allungamento dei tempi e l’aumento dei costi di trasporto via ferro e via mare, il canale “verde” che anche la Cina sta chiedendo di aprire dovrà comunque essere “permesso” dalla Russia. “Benvengano gli sforzi dell’Ue e della Nato di trovare alternative per fare uscire il grano, su strada o ferrovia, ma la strada più semplice è finire la guerra e sbloccare i porti”, ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg a Davos. “Tocca a Putin rimuovere il blocco da Odessa”. Anche perché eventuali bombardamenti su infrastrutture e binari in territorio ucraino potrebbero far evaporare le speranze dell’Europa, che teme di pagare la crisi del grano sia in termini di inflazione sia, soprattutto, con l’aumento dell’immigrazione dal Nord Africa. “La crisi alimentare andrà ad influire sui flussi migratori. Sta già accadendo”, ha avvertito il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese intervenendo alla prima delle quattro tappe del Tour promosso da Alis, Associazione logistica della intermobilità sostenibile. “Nel nostro Paese al primo posto tra i nuovi arrivi ci sono proprio gli egiziani. È un problema di cui dobbiamo interessarci, e che l’Europa deve mettere al centro dei suoi programmi aiutando quei Paesi in cui la crisi alimentare finirà con il determinare povertà assolute”.

Ma che Mosca punti ad esasperare la crisi emerge anche dalle pressioni che sta facendo sui partner dell’Unione Economica Euriasiatica (EAEU) composta da Paesi post-sovietici come Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, oltre alla Russia, per imporre dazi così da evitare le riesportazioni del grano russo. La Bielorussia ha già bloccato l’export ma il Cremlino vorrebbe che tutti i membri introducano dazi e quote, come ha riportato il quotidiano Kommersant, secondo il quale Armenia e Kirghizistan stanno già lavorando a misure in linea con le indicazioni russe. Non il Kazakistan, ma a Bruxelles comunque hanno già ricevuto il messaggio: “Ora vedrete la diplomazia del grano. I russi stanno già dicendo ‘il nostro grano per i nostri amici'”, ha detto il capo della diplomazia europea Borrell.