di Paola Emilia Cicerone

Dimagrire è relativamente facile. Il difficile è mantenere i risultati raggiunti, tanto che in genere si calcola che solo il 20% di quanti hanno seguito una dieta riesca a non riprendere peso in breve tempo. Spesso le cose vanno diversamente: si comincia una dieta in vista della fatidica “prova costume”, pianificando per qualche mese sacrifici resi più accettabili dai risultati ottenuti. E poi si torna alle vecchie abitudini, per stanchezza, o per la frustrazione di vedere l’ago della bilancia che non scende più.

Che cos’è l’effetto yo-yo – “È un problema molto sentito”, commenta Livio Luzi, ordinario di Endocrinologia presso l’Università degli Studi di Milano e direttore del Dipartimento di Endocrinologia, Nutrizione e Malattie Metaboliche del Gruppo Multimedica. Si tratta di quello che in genere si definisce “effetto yo yo”: “Lo vediamo succedere spesso: i pazienti seguono una dieta e perdono peso, a volte anche molto, poi lo riprendono con gli interessi, e la cosa si ripete due, tre volte, finché non rinunciano”, spiega Luzi: “Non abbiamo percentuali, ma sappiamo che, anche per le diete che garantiscono perdita di peso, sono pochi i pazienti che dopo un anno mantengono i risultati raggiunti”.

Dimagrire: un obiettivo a lungo termine – Il problema è che gli obiettivi si raggiungono a lungo termine: “Molte persone con obesità arrivano in ambulatorio di dietologia in primavera, per rimettersi in forma prima delle vacanze, ma se hanno impiegato anni a prendere quei chili di troppo non possono pensare di perderli in tre mesi, esistono tempi fisiologici per sintetizzare e “demolire” il grasso”, ricorda Luzi.

Senza contare che è normale dimagrire meno dopo i primi successi, e anche riacquistare un po’ di peso se si comincia a fare attività fisica. Ma difficilmente gli studi sulle diete si protraggono abbastanza a lungo da evidenziarlo. “La fase iniziale di una dieta, in cui si perde peso, è motivante, si sente di avere raggiunto un obiettivo”, aggiunge Daria D’Alia, psicoterapeuta cognitivo comportamentale presso l’Istituto A. T. Beck di Roma, esperta in disturbi dell’alimentazione: “Il momento difficile viene dopo, per questo è importante perseverare, accettando anche le inevitabili ricadute e ripartendo”.

Lo studio che spiega il meccanismo di ripresa dei chili perduti – A spiegare questo meccanismo arriva uno studio da poco pubblicato su una rivista autorevole come Obesity: i ricercatori della California Polytechnic State University hanno analizzato, grazie al machine learning – un sistema di intelligenza artificiale che migliora le proprie prestazioni in base all’analisi dei dati – l’esperienza di seimila donne che ce l’hanno fatta, riuscendo a mantenere per più di tre anni i risultati ottenuti grazie a un popolare programma dietetico, WW International, precedentemente noto come Weight Watchers.

Non farsi scoraggiare – Obiettivo dei ricercatori: capire quali sono i meccanismi che permettono di mantenere una dieta e definire interventi in grado di aiutare chi deve perdere peso. Un’analisi dettagliata del vissuto delle partecipanti ha fatto emergere una parola chiave, “perseveranza”, la capacità di superare i momenti di crisi e di non farsi scoraggiare quando si cede alla tentazione: “È proprio questo l’atteggiamento mentale su cui lavoriamo noi psicologi: è importante accettare l’idea che ci possano essere ricadute e ripartire da lì”, spiega D’Alia. A confermare quello che scrivono le partecipanti alla ricerca rispondendo alle domande degli psicologi: “Perdere peso è un obiettivo a lungo termine, bisogna andare avanti giorno per giorno, continuare a monitorarsi. E imparare a non interpretare un momento di debolezza come una sconfitta”.

Non parlare di dieta ma di stile di vita – Il fatto è che oggi è il concetto stesso di dieta a essere superato “anche se sappiamo che il regime che funziona meglio a lungo termine è una dieta mediterranea leggermente ipocalorica”, chiosa Luzi.

Ma più che di dieta si dovrebbe parlare di cambiamento dello stile di vita, che non riguarda solo l’alimentazione ma diversi elementi, come il sonno o lo stress. E, soprattutto, l’attività fisica che è fondamentale, più del calcolo delle calorie. Uno dei pochi studi disponibili sui risultati di dieta a distanza di mesi, pubblicato nel 2009 su Obesity, segnala l’attività fisica tra i principali fattori in grado di garantire il mantenimento dei risultati ottenuti: si trattava di pazienti diabetici, quindi con una motivazione forte, ma resta comunque un’indicazione significativa.

No agli approcci troppo drastici – Il rischio altrimenti è quello del “tutto o nulla”; qualche anno fa gli psicologi della Drexel University hanno seguito per due anni un gruppo di persone a dieta, con l’obiettivo di capire chi sarebbe riuscito a mantenere i risultati raggiunti: ne è emerso che una notevole variazione nella perdita di peso nelle prime settimane di dieta corrispondeva a un risultato meno soddisfacente a lungo termine. E altri studi confermano che un approccio eccessivamente drastico alla dieta tende a essere seguito da un periodo di disinibizione che porta a recuperare il peso perduto.

“Chi sgarra e si lascia tentare da un dolce o da un pranzo festivo pensa di aver fallito e abbandona la dieta”, ricorda Luzi. Come se aver ceduto a un alimento goloso vanificasse i risultati ottenuti, mentre l’obiettivo non dovrebbe essere quello di dimagrire rapidamente puntando sul sacrificio, ma di ristrutturare le proprie abitudini alimentari, concedendosi anche qualche strappo: “D’altronde questa estremizzazione è un atteggiamento tipico di tutte le dipendenze, e l’obesità è di fatto una dipendenza da cibo”, ricorda Luzi.

Scoprire che cosa si nasconde dietro l’aumento di peso – Chi riesce a non mollare lo fa per non perdere i risultati raggiunti, rinunciando a sentirsi meglio, fisicamente e psicologicamente. Ma è importante intervenire sui fattori che stanno dietro l’aumento di peso, e tra questi l’inattività fisica ha un ruolo importante. Ma a essere in difficoltà è anche chi vive in un ambiente obesogeno: “Spesso le persone fortemente sovrappeso vengono da famiglie in cui tutti mangiano troppo, o frequentano compagnie di persone sovrappeso”, prosegue Luzi. “In questo caso il fatto di perdere peso può essere percepito dagli altri come una specie di tradimento”.

Il segreto per superare le difficoltà è ammettere che la ricaduta può esserci, e va accettata. “Colpevolizzarsi non serve, è utile invece lavorarci costruttivamente, per capire cosa è andato storto”, precisa D’Alia: “Ricordando che alla radice dei problemi di alimentazione c’è il rapporto con il proprio corpo, il cibo viene dopo”.

E proprio il corpo è al centro delle motivazioni che hanno spinto le partecipanti allo studio a mettersi a dieta. “Le stesse motivazioni espresse dalle mie pazienti”, nota la psicologa. Un corpo che genera disgusto o vergogna, che impedisce di muoversi senza provare dolore o fastidio. A questo si aggiungono problemi di salute, ma anche problemi sociali. Viviamo in una società che propone ogni tipo di alimenti come gratificazione, ma al tempo stesso mangiare poco è un mito, un obiettivo cui tendere. Conclude D’Alia. “Per questo è importante aiutare le persone a godere del cibo in maniera sana, far capire loro che non è un veleno, ma neanche il modo per consolarsi quando siamo giù”.

Parola d’ordine: perseverare. L’esperienza di seimila donne – “Il momento più difficile di una dieta è l’inizio, e non ho nessuna intenzione di passarci di nuovo: è quello che mi dico quando ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento per mantenere i risultati ottenuti”, è la testimonianza di una delle partecipanti a uno studio realizzato dagli psicologi della California Polytechnic State University. Che hanno usato la tecnologia per raccogliere le esperienze di oltre seimila donne seriamente in sovrappeso che sono riuscite a mantenere per tre anni i risultati ottenuti seguendo un programma dietetico della WW (Weight Watchers).

L’indagine è stata realizzata attraverso domande aperte che hanno permesso, forse per la prima volta, di ascoltare le loro paure, le motivazioni e gli ostacoli che hanno dovuto affrontare. “Bisogna imparare a non vedere gli errori, i momenti in cui si sgarra, come fallimenti”, dicono in molte: “Si fallisce solo quando si smette di provare”.

La parola d’ordine è “perseveranza”: “Gli alti e bassi sono inevitabili, bisogna guardare agli obiettivi a lungo termine”, si legge nello studio pubblicato su Obesity. E poi ancora, rimanere motivate, monitorare quotidianamente la propria alimentazione, tenere costantemente presenti i vantaggi della perdita di peso, e all’occorrenza tornare con la mente alla situazione iniziale, per concentrarsi sui progressi che hanno permesso di stare bene con sé stesse. Per capire cosa significhi “stare bene” basta leggere le motivazioni che hanno spinto le partecipanti a mettersi a dieta. Prima di tutto problemi di salute, come diabete o patologie cardiovascolari, ma anche il desiderio di essere più attraenti, le insistenze dei familiari o del medico curante o semplicemente la voglia di cambiare.E una volta raggiunto l’obiettivo, i risultati più apprezzati sono il ritrovato benessere, più energia e una maggiore autostima, anche se in qualche caso possono emergere problemi come le reazioni inaspettatamente negative di qualche conoscente o la necessità di spendere per comprare vestiti nuovi. Pur nella ricchezza dei dati lo studio ha dei limiti, come ammettono gli stessi autori: a partecipare sono quasi solo donne istruite e di classe sociale medio elevata, motivate dal fatto di investire in un programma a pagamento, certo non il gruppo sociale che ha maggiori problemi di sovrappeso. Senza contare che tra gli autori ci sono due dipendenti di WW, anche se il potenziale conflitto d’interesse è correttamente esplicitato nel testo.