Papa Francesco (foto depositphotos)

di Franco Manzitti

L’ultimo colpo di scena è stata la sua comparsa al Suq, grande manifestazione inter razziale, organizzata nel cuore di Genova, tra cucine fumanti di cibi esotici, spettacoli africani, grandi magazzini super etnici, organizzata da una attrice famosa del teatro zeneise, Carla Peirolero. In maniche di camicia (nera), solo una glabra croce di ferro sul petto, a dimostrare il suo mestiere, il frate vescovo di Genova, padre Marco Tasca, veneto, 65 anni, salito sul soglio genovese due anni fa, per scelta improvvisa di papa Francesco, ha fatto la sua irruzione in questo super festival etnico che Genova celebra da molti anni per dimostrare la grande apertura della città porto, il rispetto verso tutte le culture. E anche verso le religioni che trovano patria nella ex Superba, che aveva moschee perfino sui moli del porto e nell’anno mille era la stazione di partenza per le Crociate verso il santo Sepolcro da conquistare con il ferro e con il fuoco.

Veder arrivare il successore di cardinali -principi come Giuseppe Siri, mancato papa per quattro conclavi nel secolo XIX, o di cardinali potenti, come Tarcisio Bertone, già segretario di Stato o come Dionigi Tettamanzi, grande pastore o come Angelo Bagnasco, il suo diretto predecessore, per dieci anni presidente Cei (dove ora siede l’eroe di Francesco, Matteo  Zuppi) , tutti cardinali di porpora sempre vestiti, dalle croci d’argento, dagli anelli scintillanti e lo zucchetto sempre ben calzato e la mitria impugnata, con l’incedere solenne e super scortato, nel Suq è stato un po’ uno choc per quella parte di Genova abituata al formalismo liturgico difeso da millenni e forgiato in una tradizione solida e rigorosa.

Tasca che è rigorosamente arrivato in taxi nel variopinto mercato super razziale, perchè ha da subito rifiutato autisti, macchine di scorta, sbarcando come un passeggero qualsiasi, voleva “significare” la sua presenza come segno di grande apertura, l’ennesimo rispetto a quella tradizione stabile e formale.

D’altra parte se si vuole un esempio forte di come Francesco stia cambiando dal basso la sua chiesa non si può che venire a Genova, fino a pochi anni fa capitale di quel tradizionalismo, sempre insignita della berretta cardinalizia da secoli e secoli, considerata sede arcivescovile destinata a un ruolo chiave in tutta la chiesa romana e che ora si capovolge giorno per giorno.

Come Francesco, il padre Marco Tasca appena unto con le insegne di vescovo ha rifiutato tutte le insegne del ruolo a partire dalla sede arcivescovile nella Curia storica, un grande palazzo a fianco della cattedrale imponente nel cuore dei caruggi genovesi, scegliendo di vivere in un convento dell’ordine dei suoi frati francescani, dove h attrezzato due celle, una per dormire, l’altra per studiare. Non solo. 

Ha praticamente chiuso la sede di lavoro all’ombra di quella cattedrale, sbarrando gli austeri corridoi e le sale addobbate con i ritratti dei suoi predecessori e allestendo un piccolo tavolino nella sala d’ingresso, dove ricevere le visite di questuanti, ma anche delle cosiddette autorità, facendo capire che lo stile di ricevimento era completamente cambiato. 

Poi è passato alle misure più sostanziose , rivoluzionando gerarchie e ruoli di una curia che aveva l’impostazione siriana a quaranta anni e passa dalla fine del regno del cardinale-principe. Ha nominato tre vicari episcopali, con competenze diverse e rivoluzionarie, di fatto riducendo il ruolo di tutto l’apparato e costruendo uno schema un po’ simile a quello di Francesco, con gli otto cardinali del suo governo ristretto.

Poi recentemente ha completamente rivoluzionato la mappa delle parrocchie, cambiando quasi trenta parroci un po’ per innescare una rivoluzione, un po’ per coprire i vuoti vocazionali che lasciavano le chiese senza preti e quindi molte parrocchie deserte. Così molti sacerdoti si sono sono trovati in carico più parrocchie e più chiese e molti hanno sofferto, tra gli stesi parroci trasferiti e tra i loro parrocchiani, strappi anche improvvisi e violenti dal proprio territorio, dal propri fedeli affezionati, magari per decenni e decenni. 

Un caso tra tutti, quello di don Valentino Porcile, il parroco di una chiesa chiave, una specie di icona in città per le sue battaglie, per il suo coraggio per le prese di posizione, spostato di qualche chilometro lontano dai suoi.

Aperta come una scatoletta di tonno, la ex curia di Siri assiste alla rivoluzione con sentimenti alterni, tra i conservatori che si arroccano nelle loro chiese, come san Carlo e santo Stefano, dove celebrano i riti tradizionali, con messa in latino e vespri all’antica o aprendosi alle novità, con la percezione che senza cambiamenti la chiesa è destinata a spegnersi o a ridiventare catacombale. Come fa il rettore del santuario della Guardia, monsignor Marco Granara, un ultraottantenne sacerdote di indomito coraggio che dal luogo culto della devozione alla Madonna lancia i suoi moniti contro le chiusure e le insensibilità di una tradizione che non vuole evolvere.

Genova diventa così un po’ pilota nel suo versante un tempo più tradizionale, quella della Chiesa roccaforte di principi intoccabili, rispetto alla grande rivoluzione che tra alti e bassi coinvolge la chiesa di Roma. 

Tra le minacce di scisma dei vescovi tedeschi, che vogliono a tutti i costi abolire il celibato dei preti e introdurre il ruolo delle donne nella celebrazione dei sacramenti e le chiusure sul sesso prima del matrimonio, che lo steso Francesco, molto a sorpresa rilancia. Tra le ordinazioni dei “viri probati”, preti -civili e sperimentati in Amazzonia, dove l’evangelizzazione è impossibile se non sfruttando la buon volontà dei coloni disponibili. 

Tra le inchieste bomba sulla pedofilia, che la Chiesa francese sforna denunciando decine di migliaia di casi. E che quella italiana ridimensiona a una ricostruzione più limitata, a partire dal 2000, sostenuta ancora recentemente dal neo presidente Cei, Matteo Zuppi, il vescovo di Bologna così vicino al papa.

Per la chiesa è l’anno zero. Per Genova, con quel frate vescovo che scende in maniche di camicia negli anfratti del porto a comprarsi il couscous nel magazzini del Suq, è una svolta vera.