L’OSSERVATORIO ITALIANO

di Anonimo Napoletano

 

 

La Spumador, una delle maggiori società italiane di bevande gassate, è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per un anno in quanto sarebbe sottoposta a infiltrazioni della ‘ndrangheta. Lo ha deciso la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano (giudici Roia-Tallarida-Pontani) al termine di lunghe indagini della Guardia di Finanza coordinate dal pm Paolo Storari. Non siamo in Calabria ma a Cermenate, in provincia di Como. Qui ha sede la prestigiosa società per azioni nata alla fine dell’800 con la produzione familiare di gazzose, diventata nel tempo un colosso specializzato in bevande gassate, succhi di frutta e anche acque minerali, da qualche anno controllato dal gruppo Refresco: oggi la Spumador fattura oltre 150 milioni di euro, ha 400 dipendenti e quattro stabilimenti di imbottigliamento con ventidue linee di produzione. 

Secondo l’accusa, esponenti della ‘ndrangheta trapiantati a Como costringevano da anni, con violenze e minacce, i vertici dell’azienda ad affidare tutte le commesse per i trasporti delle bibite a società da loro controllate. Una estorsione in piena regola, dunque, tanto che la Spumador ha chiesto anche di costituirsi parte civile nel processo contro gli ‘ndranghetisti, nel frattempo finiti in cella in un blitz della procura antimafia di Milano con 54 arresti scattati nel novembre del 2021. 

Ma secondo i giudici milanesi i dirigenti della società non avrebbero fatto niente per evitare queste infiltrazioni mafiose, continuate anche dopo l’arresto dei principali artefici delle minacce. Da qui il provvedimento dei giudici. L’intervento dell’amministratore giudiziario, il professore Alberto Dello Strologo, è scritto nel decreto, «ove possibile d’intesa con gli organi amministrativi della società», ossia affiancandoli, «dovrà essere finalizzato» ad «analizzare i contratti in corso nel precipuo settore di infiltrazione», il trasporto merci, da parte della ’ndrangheta, e «a rimuovere» quei rapporti con persone legate direttamente o indirettamente alle cosche.

Al centro della vicenda i fratelli Salerni, ritenuti boss della ‘ndrangheta, e la loro società “Sea Trasporti”. Secondo gli inquirenti i Salerni avevano ottenuto il controllo totale delle commesse di trasporto della Spumador «mediante reiterate condotte estorsive, aggravate dal ricorso al metodo mafioso, ai danni di dirigenti e dipendenti della committente, di fatto assoggettata al volere degli ‘ndranghetisti, che imponevano le loro condizioni economiche». I giudici hanno rilevato «una grave situazione di infiltrazione mafiosa nell’attività di impresa esercitata, perdurante dal 2018 sino ad oggi, che ha permesso a svariate società, riconducibili ad esponenti della ‘ndrangheta, di operare indisturbate nel tessuto economico, alterandone le regole della concorrenza e ottenendo così ingenti vantaggi». 

Tra il 2018 e il novembre 2021 (data degli arresti nella maxi inchiesta), spiega il Tribunale, c’è stato un «totale assoggettamento» alle «pretese estorsive avanzate dagli esponenti della famiglia Salerni con modalità tipicamente mafiose», e la direzione della Spumador sarebbe stata «pienamente consapevole», ma per lungo tempo è «rimasta inerte». 

E nell’affare milionario non ci sarebbero stati solo i fratelli Salerni con la loro “Sea Trasporti”, perché essi avrebbero anche partecipato «al “cartello” di imprese», insieme alle famiglie della ‘ndrangheta Palmieri e Stillitano, con le quali avrebbero monopolizzato «le commesse di Spumador» utilizzando pure altre due aziende e «continuando a ripartire i profitti complessivamente ottenuti (dal 2015 al 2019)» di oltre 1,1 milioni di euro. Ma la cosa grave, secondo la Procura, è che dopo i 54 arresti nel novembre 2021 nell’ambito dell’operazione “Cavalli di razza” contro la ‘ndrangheta lombarda, e il sequestro della “Sea Trasporti” da parte della magistratura, «la situazione non è mutata apparendo francamente inspiegabile» come Spumador da una parte «continui ad intrattenere rapporto con un soggetto che è diretta emozione della famiglia Salerni» e dall’altra «abbia interrotto ogni rapporto con la Sea Trasporti da quando è gestita dal commissario giudiziale» rivolgendosi ad altre aziende riferibili a soggetti vicini ai Salerni, tra cui Giampiero Crusco e la Grsa srl, società che proprio da novembre in poi ha avuto un «aumento esponenziale» degli importi fatturati alla Spumador. Per questo i giudici scrivono che le indagini «danno conto dell’oggettiva agevolazione prestata» dalla Spumador «in favore di soggetti appartenenti a contesti di ‘ndrangheta. È fuori di dubbio – sottolinea il collegio – che la direzione dell’azienda fosse pienamente consapevole dell’infiltrazione dei fratelli Salerni in contesti malavitosi». Ciononostante, i dirigenti societari avrebbero omesso di «assumere iniziative volte a rescindere i legami commerciali con tali soggetti».

Certo che dipendenti e dirigenti della Spumador avevano i loro motivi per avere paura della ‘ndrangheta, le minacce registrate nelle intercettazioni della Procura erano terribili. Si va dal «guarda che adesso vengo lì e sparo» all’«accendiamo un po’ di fuoco a uno là», dal «gli devo far passare un brutto quarto d’ora» al «gli faccio una faccia quanto un pallone». È lungo l’elenco di minacce di morte, di azioni incendiarie e di violenze perpetrate nei confronti di una serie di dipendenti e dirigenti dai fratelli Antonio e Attilio Salerni. Quattro anni fa ci fu anche una denuncia dei vertici dell’azienda in cui si parlava di «comportamenti intimidatori» e di aggressioni fisiche, come quella a un magazziniere, per «ottenere l’assegnazione di alcune tratte a discapito» di altre ditte concorrenti. «Si tratta – scriveva l’ad della Spumador – di minacce di morte e di fare stragi all’interno dell’ufficio». Un metodo che, tra i dipendenti, ha creato un «forte timore per la loro incolumità e, soprattutto per quella dei loro familiari», al punto da non dormire la notte o, come è capitato al direttore della logistica, da non riuscire più a parlare in quanto sarebbe stato «terrorizzato». 

Il risultato è stato che l’82% del fatturato della SeaTrasporti consisteva in commesse della Spumador. «Faccio 400mila euro all’anno (…) ho chiuso con 4 milioni e 8 di fatturato… stavo arrivando a 5 milioni», dice uno dei fratelli Salerni a proposito degli affari con la Spumador. A tutto questo ora dovrà mettere fine l’amministratore giudiziario.