di Ugo Magri

 

L’ultimo treno è passato, Giuseppe Conte l’ha perso. Gli si era presentata un’occasione unica per salutare il governo: un tema alto e nobile quale può essere la pace contrapposta alla guerra. Rifiutando di spedire cannoni all’Ucraina, il Movimento cinque stelle avrebbe cavalcato la voglia di quieto vivere che alberga nel nostro Paese. Chisseneimporta di quell’antipatico di Zelensky. L’Occidente non è innocente, lo ripete anche Papa Francesco. Russia e Ucraina per noi pari sono. Ecco: dicendo ciao a Draghi, come gli suggeriva Marco Travaglio, Conte avrebbe interpretato questi malumori. In caso di voto anticipato sarebbe andato fortissimo. Ai piani alti si è temuto veramente che potesse provarci, forzando sulla mozione parlamentare; hanno tremato quando il presidente del Consiglio è stato lì lì per perdere la pazienza. Ma arrivato al dunque Conte si è sciolto nella sua irresolutezza: salgo o non salgo sul treno della crisi? E se poi l’Europa, l’America, la Cia me la faranno pagare? Il capostazione ha fischiato, gli sportelli si sono chiusi, l’Avvocato del popolo è rimasto lungo il binario con la valigia in mano. Adesso hai voglia ad aspettare una nuova occasione.

Mollare un governo, specie se di emergenza, richiede argomenti robusti. Questioni decisive. Battaglie vitali. Quella contro il termovalorizzatore a Roma non la è per niente. Qualora il sindaco Roberto Gualtieri lanciasse la sfida del referendum proposto dai Radicali, l’80 per cento dei quiriti preferirebbe bruciare la monnezza piuttosto che darla in pasto ai cinghiali. Farne il pretesto per una crisi di governo sarebbe politicamente suicida. Abbiamo l’inflazione al galoppo, le bollette alle stelle e, per giunta, una pandemia mai doma. Se Conte togliesse la fiducia a Draghi, anziché applaudirlo l’Italia chiamerebbe la neuro. Dovrà piegarsi di nuovo. Stesso discorso vale per Salvini.

Pure Matteo vorrebbe prendere il largo, nemmeno lui disdegnerebbe di trascorrere qualche mese all’opposizione per recuperare i voti fuggiti dalla Meloni. Minaccia di sfilarsi dopo l’estate se, nel frattempo, Draghi non avrà soddisfatto le sue pretese. Probabilmente il premier qualcosa concederà, perché è uomo di mondo e la vita tutto un dare-avere; ma pure se Mario mostrasse il suo lato più dispettoso, e non mollasse un bel nulla, Salvini farebbe fatica a scatenare la crisi motivandola con questioni non proprio epocali tipo le cartelle del Fisco, la riforma del Catasto, “quota 41” per i pensionamenti o addirittura le concessioni ai balneari. Contenderebbe a Renzi l’insegna dello sfasciacarrozze. Verrebbe accusato di sabotare gli equilibri per conto del suo amico Lavrov. Gli si rivolterebbe contro la Lega pragmatica dei territori, dei presidenti di Regione, dei sindaci. Farebbe a Giorgetti il favore di mandarlo in vacanza, ma perderebbe un ministero strategico e un po’ di amici nelle aziende. Che il Capitano sia tentato di sganciarsi pare plausibile; che poi ci riesca, è da vedere. I numeri ci sarebbero a prescindere da Salvini. L’ha rimarcato Renato Brunetta nell’intervista al direttore della “Stampa” Massimo Giannini: dopo la diaspora dei Cinque stelle, Draghi è molto più saldo. Pallottoliere alla mano, potrebbe governare senza grillini e forse addirittura senza la Lega grazie ai “cani sciolti” del Parlamento che farebbero qualunque giravolta pur di durare qualche stipendio in più. Nulla impedirebbe a Draghi di governare fino a metà marzo 2023, quando terminerà la legislatura, e poi altri due mesi in attesa che il popolo si pronunci, in pratica ancora un anno. L’incognita è se lui ne avrà voglia; il vero punto interrogativo non è se Conte gli farà uno sgambetto, o se Salvini tenterà nuovi azzardi dopo il Papeete: la vera domanda è se Draghi sarebbe disposto a continuare comunque, perfino con una maggioranza raccogliticcia di “desperados”, prestandosi a fare da bersaglio dei populisti. Qui le certezze sfumano e si entra nel campo minato. Chi passa le giornate col premier lo vede sereno. Concentrato quanto ci si aspetta che sia. A ragione soddisfatto del ruolo, anche internazionale. Con l’addio di Angela Merkel e con un presidente francese azzoppato, Super Mario ha assunto virtualmente la leadership continentale. Sul treno per Kiev è stato lui a tracciare la rotta. Sul tetto al prezzo del gas è convinto che presto gli daranno ragione. Oggi come oggi il suo “ego” può dirsi appagato. Ma se Conte o Salvini rompessero l’incantesimo su cui si regge il governo, e lo specchio dove il premier si riflette venisse incrinato, non è affatto detto che Draghi resterebbe aggrappato alla poltrona. Potrebbe approfittarne per chiuderla lì, in bellezza, con un grande vaffa all’indirizzo dei populisti. I quali lo sanno, e perciò non osano sfidarlo.