di Gilberto Corbellini

 

Tra qualche anno, non molti se siccità e guerra nel granaio d’Europa perdurano, importeremo il frumento OGM per fare il pane, la pasta e la pizza. Ed eviteremo forse che anche il costo del cibo, dopo quello dell’energia, lieviti eccessivamente. Importiamo circa 2.2 milioni di tonnellate di grano duro e il doppio di tenero, mentre ne coltiviamo per circa 8 milioni di tonnellate.

Per rispondere al problema siccità che tocchiamo con mano in questi giorni, in Argentina hanno inventato e stanno coltivando dal 2020 una nuova varietà, geneticamente migliorata, di frumento, con maggiore resistenza allo stress idrico e resistenza al glifosato. È il risultato della cooperazione tra enti pubblici e l’impresa Bioceres ed è già stato approvato per la coltivazione anche in Brasile, Paraguay, Australia e Nuova Zelanda, oltre ad aver avviato negoziati con diversi altri paesi, tra cui il Canada (da cui acquistiamo larga parte del grano importato), e, udite udite… la Russia. Come si comporteranno Europa e Italia? Decideranno di autorizzarlo per l’importazione, così come già fanno per soia e mais che importiamo massicciamente dagli stessi paesi, o magari capiamo che di fronte a siccità e malattie (nell’attuale raccolta si stima un calo che può arrivare al 20%) converrà anche coltivarne un po’? Autorizzando quindi anche la coltivazione di questo evento o magari di altri eventi che la ricerca italiana può avere a disposizione.

L’Unione Europea, sul tema OGM, da due decenni con una mano fa e con l’altra disfa. Si consente l’importazione e il consumo di decine alimenti e mangimi geneticamente modificati, approvati in base alla direttiva 1829/2003, mentre con la direttiva 2001/18, e diverse normative da questa derivata, si vieta la coltivazione di quegli stessi OGM con cui appunto nutriamo gli animali da allevamento e quindi anche noi, con un forte impatto sulle nostre aziende non più competitive per costi, impatto e qualità di prodotto.

I prodotti OGM importati sono controllati quasi come i farmaci, e i dossier con le richieste di importazione sono valutati da un’agenzia per la sicurezza alimentare, EFSA, che ha sede a Parma, e che corrisponde a livello europeo all’EMA, l’agenzia per i farmaci che ha approvato anche i vaccini anti-covid. Se EFSA riceve una notifica con richiesta di coltivazione (2001/18) applica una valutazione estesa su rischio impatto ambientale, sistemi agricole e salute alimentare. Se invece la notifica è per l’importazione (1829/2003) applica una valutazione solo per la sicurezza alimentare. In entrambi i casi il risultato della valutazione scientifica effettuata da EFSA corrisponde ad un parere (positivo o negativo) che viene trasmesso alla commissione che decide (la votazione politica) se approvare o meno la notifica. Il paradosso di questi anni è che EFSA ha sempre dato parere a favore per l’autorizzazione di notifiche sia per importazione sia per coltivazione. A livello di commissione, però, le importazioni hanno sempre raggiunto la maggioranza e quindi sono approvate (cioè importiamo), mentre le coltivazioni sono sempre state bocciate, su base politica – ideologia contro il parere scientifico!

Il sistema regolatorio non è troppo differente da quelli di altri paesi, come Argentina o Brasile, ma là, diversamente dall’Europa e soprattutto dall’Italia, le valutazioni tecnico-scientifiche sono rispettate dai decisori politici.

Quindi gli OGM ci vanno bene importati e che siano coltivati da altre parti. Non si comprende il senso logico di dire che qualcosa è sicuro per la salute e l’ambiente, anche di migliore qualità o più conveniente, ma che non lo vogliamo comunque coltivare, per dei pregiudizi ideologici, e preferiamo che lo coltivino altri, sviluppando pratiche innovative e più sostenibili, e ce lo vendano. Un tempo circolava ottimismo in abbondanza per un futuro che guardava al passato, mentre oggi gli scenari catastrofici che si stanno disegnando consiglierebbero di introdurre un po’ più di libertà nel sistema.

Sono vent’anni che sviluppiamo una legislazione bizantina e forse incostituzionale contro la coltivazione di OGM, manco fossero il male assoluto, che nega la libertà d’impresa agli agricoltori, ed è irrazionalmente protezionistica a supporto di pratiche agricole del tutto legittime, chiamate “biologico”, ma che non dovrebbero essere imposte come dogmi sovietici. Se l’UE approva tramite EFSA prodotti OGM e se ci sono le prove che le coltivazioni da cui derivano quei prodotti sono sicure anche per l’ambiente oltre che per la salute, perché gli agricoltori non sono liberi di usare tecnologie fondate sulla scienza? Perché non lasciare scegliere agli agricoltori, tutti, sulla base delle loro preferenze? È diffusa la paranoia contro le multinazionali e i brevetti, ma cosi non si fa altro che favorire proprio le multinazionali che decidono dove e cosa conviene coltivare, tanto poi sanno che i prodotti ce li vendono al prezzo che stabiliscono loro.

Vista l’attuale situazione di emergenza si potrebbe verificare quali tipi di mais, soia ed altro importiamo di più perché già approvati per la 1829/2003, chiedere alle aziende di integrare i dossier con i dati sulla valutazione impatto ambientale e agricolo (già disponibili dalle approvazioni che hanno ottenuto in altri paesi) e presentarli per l’autorizzazione alla coltivazione. Se ci fosse la volontà politica si potrebbe giungere ad una veloce approvazione permettendo ai nostri agricoltori di coltivare quanto siamo costretti a importare. Ci si sta ingegnando per immaginare tecnologie e strategie utili a garantire una sicurezza energetica per il prossimo futuro. Domanda: perché lo stesso non si fa per l’agricoltura e si assecondano inverosimili narrazioni ispirate da pregiudizi tecnofobici.

Per vent’anni è stata incolpata la politica o le normative esistenti ma anche imprese, scienziati e agricoltori hanno delle responsabilità. Se si può approvare l’importazione e se ci sono stati casi come il mais MON810 dove alcuni agricoltori friulani si sono visti riconoscere il diritto di coltivare OGM, il problema è anche che le aziende non sembrano avere interessa a notificare coltivazioni tecnologicamente innovative, né i ricercatori sembrano motivati a notificare sperimentazioni in campo con piante geneticamente ingegnerizzate. Le associazioni degli agricoltori potrebbero a loro volta fare più pressioni politiche per arrivare all’approvazione delle notifiche da parte dell’autorità competente nazionale (Ministero Ambiente/Transizione Ecologica) per la sperimentazione in campo e dalla commissione per la coltivazione, quando vengono pubblicati i pareri positivi di EFSA.

Torniamo al frumento. Parliamo di una delle tre basi principali dell’alimentazione mondiale, insieme al riso e al mais. Il mais è in gran parte OGM, il riso ogm è già commercializzato e si sta scavando percorsi complessi di mercato. Oggi sono una trentina le piante che sono state geneticamente migliorate con metodi biotecnologici. Fermare il mais ogm sul bagnasciuga del pregiudizio irrazionalista è stata una caporetto economica per l’Italia: importiamo mais OGM (così come soia) per tutte le nostre filiere DOP, cioè quelle i cui prodotti sono commercializzati come “ogm-free”, mentre gli agricoltori italiani devono coltivare mais geneticamente scadente. Forse sarà meno facile importare il frumento OGM con cui faremo pasta e pizza, costringendo i nostri agricoltori a seminare grano che soffrirà sempre di più per la siccità e le malattie parassitare. Siamo stati tra i primi, negli anni Cinquanta, a fare la mutagenesi del frumento con radiazioni e ottenere un prodotto eccellente come il Creso. Ora, grazie all’insipienza della classe politica e all’assistenzialismo dirigista della Politica Agricola Comunitaria, siamo tagliati fuori dalla ricerca mondiale e con il nostro sistema di produzione in profonda crisi.

Il frumento OGM argentino non è stato pensato per aumentare le rese, che nel caso del grano storicamente sono cresciute a dismisura anche solo con le tecnologie della Rivoluzione Verde (incroci e mutagenesi, fertilizzanti, insetticidi, irrigazione e meccanizzazione), ma per rispondere alla sfida della siccità, delle malattie e della sostenibilità. Il frumento HB4, questo il nome, ha dimostrato nelle prove in campo che resiste alla siccità e consente pratiche di coltivazione cosiddette “rigenerative”, che non richiedono lavorazione profonda del terreno e quindi hanno un basso impatto di emissioni di carbonio. I ricercatori hanno calcolato che la coltivazione di grano HB4, che è anche resistente al glifosato, su un terzo dell’area coltivata a grano in Argentina, può ridurre le emissioni di gas serra fra il 34% e il 51%, rispetto a prima. Gli agricoltori argentini negli ultimi anni osservavano impotenti i raccolti appassire e morire. Coloro che già coltivano HB4 su alcune di decine migliaia di ettari di superficie, nelle stesse o peggiori condizioni di siccità, li guardano prosperare e sopravvivere.