(Depositphotos)

di Cristofaro Sola

Una leggenda metropolitana vuole che, alle elezioni amministrative, i ballottaggi siano la bestia nera del centrodestra. I risultati della scorsa domenica lo confermano. Sconfitta ampia e senza attenuanti nelle principali sfide del secondo turno. Sono crollate roccaforti del centrodestra come VeronaCatanzaroMonza. Disfatta resa ancor più bruciante dal fatto che non abbia vinto il centrosinistra per suoi meriti ma, banalmente, il “campo variegato” teorizzato da Enrico Letta si sia trovato a fare risultato grazie al suicidio politico della parte avversa.

Si dirà: la coalizione ha perso perché si è disunita. Non proprio. Non v’è dubbio che vi sia stata una componente di disaffezione al voto, causata dalla litigiosità dei partiti e delle leadership del centrodestra. Ma è una parte del problema. L’altra verità è che la coalizione, che sulla carta godrebbe del consenso maggioritario del Paese, non lo riesce a capitalizzare nelle urne perché presenta un’offerta nelle candidature territoriali assolutamente insufficiente. Non si deve avere memoria corta. Ricordate lo scorso anno come finì a Milano e a Roma? Le candidature del centrodestra, totalmente starate, spianarono un’autostrada alla vittoria delle sinistre.

Si prenda oggi il caso Verona. Federico Sboarina, sindaco uscente appoggiato da Fratelli d’Italia Lega, viene battuto dal “civico” di sinistra, Damiano Tommasi, con un pesante 53,40 per cento contro il 46,60 per cento. All’unisono, i commentatori asseriscono che la sconfitta abbia una causa precisa: il netto rifiuto di Sboarina all’apparentamento, al secondo turno, con Flavio Tosi, giunto terzo al primo turno con il 23,86 per cento dei voti. Tosi si era presentato alla guida di una coalizione “civica” di moderati, sostenuta da Forza Italia e da Italia Viva, spaccando il fronte del centrodestra. Fatti due conti, la sentenza: se ci si fosse apparentati la vittoria sarebbe stata certa. Ne siamo sicuri? Davvero questi politici pensano che la volontà popolare sia contenibile in una somma aritmetica? Ciò che sorprende non è la sconfitta di ieri ma il fatto che, in una città storicamente di destra, il sindaco uscente, transitato in corso di mandato da Lega a Fratelli d’Italia, abbia raccolto al primo turno un modesto 32,69 per cento. Di norma, se un amministratore locale avesse onorato al meglio il suo mandato gli elettori sarebbero stati lieti di confermargli la fiducia al secondo giro, anche mettendo da parte le proprie convinzioni ideologiche e culturali. Cosa che è accaduta a Genova, dove la vittoria di Marco Bucci è stata piena già al primo turno, con un consenso che ha superato il perimetro del centrodestra. Tosi o non Tosi, i veronesi hanno voltato le spalle al sindaco, evidentemente perché non lo hanno ritenuto idoneo per un secondo mandato.

L’esempio ci consente di approcciare il primo punto dell’analisi critica sul centrodestra: l’insufficienza di una classe dirigente da proporre, a tutti i livelli istituzionali, ai cittadini. Si tratta dell’annosa questione dei partiti leaderistici. Va bene che vi siano Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E dietro di loro, cosa c’è? Al momento, nulla che faccia sperare nell’avvento di una nuova classe dirigente all’altezza della missione di cambiare verso al Paese. La politica non può fare ciò che vuole, non può proporre chiunque, deve tenere conto del sentimento del proprio elettorato.

Il caso Catanzaro grida vendetta dall’alto dei cieli. Il capoluogo calabrese è stato governato per diciotto anni da Sergio Abramo, sindaco di centrodestra entrato in totale sintonia con la città. Abramo ha operato bene. Lascia i conti in ordine; il sistema della raccolta dei rifiuti è funzionante; la programmazione dei fondi del Pnrr è in linea con il timing fissato dal Governo; sono state attivate tutte le linee di finanziamento previste per gli enti locali. Una situazione idilliaca per il centrodestra. Trovare un accordo per garantire una continuità con l’amministrazione uscente avrebbe dovuto essere un gioco da ragazzi. Invece, i dirigenti locali dei partiti coinvolti hanno combinato un disastro. La prima enunciazione della famosa “Legge di Murphy” recita: “Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo“. Esattamente ciò che è accaduto a Catanzaro. Lo chiediamo senza intenti polemici a quelli della Lega e di Forza Italia che hanno sostenuto Valerio Donato: ma come si fa a candidare in nome e per conto di una grossa parte del centrodestra una persona, umanamente e professionalmente stimabilissima, che fino a qualche giorno prima della fase elettorale era un esponente del Partito Democratico? Occorre rispetto per gli elettori, per le loro convinzioni ma anche per le loro storie e le loro radici politiche. Si obietterà: a Verona come a Catanzaro e come in altre realtà gli errori sono dipesi dalle scelte locali. E le leadership nazionali? Dov’erano? A cosa servono se non riescono a far ragionare i propri quadri intermedi? Questo è un serio problema politico. Si spera che il centrodestra vinca nel 2023, ma può mettere in campo personale politico in grado di tenere l’azione di Governo?

Questo dubbio introduce il secondo elemento d’analisi del risultato elettorale. Lo abbiamo chiarito: il Pd ha prevalso, ma non ha vinto. Il trionfatore indiscusso di questi ballottaggi è stato il partito dell’astensione. Numeri da spaventare. Nei 59 comuni chiamati alle urne del secondo turno e monitorati dal sistema informatico del Ministero dell’Interno l’affluenza complessiva è stata del 42,20 per cento, in calo di circa 12 punti percentuali rispetto al primo turno. Domenica hanno votato quattro elettori su dieci aventi diritto. Siamo a numeri da crisi della democrazia rappresentativa. E non si dica che è colpa del caldo se i cittadini disertano la cabina elettorale. È una giustificazione da repubblica delle banane. I partiti, tutti, dovrebbero aprire una seria riflessione sul perché di una disaffezione tanto ampia. È vero che il centrodestra sconta un’idiosincrasia congenita verso il verso il sistema elettorale a doppio turno.

Paradigmatica, in tal senso, la sconfitta di Monza. Al primo turno il candidato del centrodestra, Dario Allevi, ha raccolto 20.891 voti (47,12%) contro i 17.767 voti (40,08%) ottenuti dallo sfidante, Paolo Pilotto, del centrosinistra. Cosa è successo domenica? Pilotto ha incrementato il consenso del primo turno di 540 preferenze. Risultato finale: 18.307 voti. Allevi, invece, ha perso per strada, rispetto al primo turno, 3.446 preferenze. Risultato finale: 17.445 voti. È di palmare evidenza che tra i due non vi sia stato travaso di consensi. Allora, che fine hanno fatto gli elettori di Allevi? C’è una sola spiegazione plausibile se si esclude quella della gita ai laghi: al primo turno la candidatura a sindaco è stata trainata dalle liste collegate. Al ballottaggio, dove ciò che conta è il giudizio sulla qualità e sul programma del candidato primo cittadino, Allevi non ha scaldato gli animi. Più in generale: quando un elettore è deluso dalla persona che dovrebbe amministrare la città e non trova soddisfazione nell’offerta programmatica dello sfidante, si astiene. Scelta discutibile quanto si vuole, ma legittima. Almeno in condizioni ordinarie.

Tuttavia, quando lo stato complessivo del Paese deperisce per effetto delle crisi economiche, sociali e geopolitiche che si susseguono, l’astensione assume il carattere di un avvertimento forte alle classi dirigenti e preannuncia la possibilità che la protesta, prima canalizzata nell’alveo delle regole democratiche, possa tracimare e invadere la piazza. Abbiamo la netta sensazione che il 60 per cento di diserzione dalle urne di domenica si spieghi, in gran parte, con il desiderio dei cittadini, provati dall’incapacità del sistema di potere di offrire risposte appaganti ai loro bisogni, di mandare un messaggio chiaro alla politica su cosa potrà accadere in un futuro prossimo qualora la condizione delle famiglie italiane e delle imprese non dovesse tornare entro margini di sostenibilità. Ragione per la quale si archivi pure questo brutto risultato della politica rimediato in coda a una primavera che è stata terribilmente problematica sotto molteplici aspetti, ma si metta mano a un serio ragionamento sul che fare da domani in avanti perché il quadro complessivo del Paese tenga e non vada in malora, piuttosto che accapigliarsi per chi sarà il gallo che dovrà fare per primo chicchirichì dall’alto di un mucchio di macerie.