(foto depositphotos)

di Alessandro Camilli

Che in Italia si consumi un sacco, proprio un sacco, di cocaina è cosa notoria e assodata da anni, decenni. Che uso e consumo di cocaina sia “trasversale” tra generazioni, ceti sociali, territori è altrettanto nozione consolidata. Che il consumo e l’uso siano in qualche modo “consustanziali” a determinate occasioni e coordinate sociali (la disco, la festa anche privata, la spiaggia…) sorprende tanto quanto il sole che tramonta ostinatamente ogni giorno. Che consumo e uso di cocaina (mica solo quella ma qui parliamo solo di striscia e sniffo) siano anche abitudini private che non disdegnano uffici e luoghi di lavoro si ammette meno volentieri ma così è. Però, anche in  questo bagno di realtà, le immagini che sono arrivatedalla metro di Milanoe dalla strada di un quartiere-movida di Roma raccontano qualcosa di nuovo, di maledettamente nuovo. In fondo non inatteso, ma nuovo sì.

I volti, i gesti, l’agire tutto dei giovani che si fanno la striscia e poi la sniffano nel vagone della metro e l’agire, i gesti e le espressioni sul volto dei giovani che fanno altrettanto sul cofano di una macchina in una pubblica via e di giorno non raccontano di una trasgressione. Non la vivono, non la fanno come tale. Mostrano con tutta evidenza di non sentire di trasgredire nulla. Mostrano uno striscia e sniffo pubblico. Pubblico ma non sfacciato, non nelle intenzioni di chi lo pratica. Uno striscia e sniffa libero non perché ribelle o suicida ma perché vissuto e messo in mostra e atto come ovvio. Uno striscia e sniffa pubblica perché…perché no? Uno striscia e sniffa come gesto naturale. Questo c’è in quell’agire, in quei gesti, nella postura fisica e mentale di quei giovani. Che devono, nella società in cui vivono, sniffato strisce di sub cultura più dannose ancora delle strisce di cocaina.