di Antonio Buttazzo

La guerra in Ucraina vista da dentro l’Ucraina. Petro Lazarchuk, studioso di relazioni internazionali (e agricoltore di prodotti di qualità) ricorda quel 24 febbraio del 2022, quando il suo Paese è stato invaso dai russi.

“Sono rimasto scioccato, come tutti. Il primo pensiero è stato come proteggere la mia famiglia nella grave situazione che si andava profilando. È stata dura, soprattutto i primi tre giorni, mai avrei potuto pensare che i nostri vicini ci attaccassero.

“Qui a Leopoli, Lviv, mancava il cibo, non si dormiva, avevamo poca acqua. Avevano attaccato in grande stile, non sapevamo cosa pensare. Tuttavia non ho mai pensato di andare via dall’Ucraina, ero certo che ci saremmo difesi. Questo noi stiamo facendo”.

Perché Putin ha attaccato l’Ucraina?

 

Putin lo ha fatto perché non può sopportare una Ucraina libera e indipendente. Lui è ossessionato da questa idea.

Non vedo nessuna razionalità nelle sue azioni. Dolore, sofferenza e morte sono le principali voci dei suoi prodotti di esportazione.

In Europa molti pensano che i russi avessero i loro buoni motivi per intervenire, si trattava di liberare un popolo oppresso da un Governo filo-nazista…

 

Putin non aveva nessun motivo fondato per invadere l’Ucraina. Tutto quello che dice la sua propaganda è falso. Totalmente falso. Non siamo fascisti o nazisti. Nessuno è perseguitato perché parla russo, si può facilmente verificare, qui più del 90% delle persone parla russo, nell’est la quasi totalità. Prima della guerra avevamo librerie dove si vendevano solo libri in russo.

Che volessero solo proteggere la popolazione russofona è totalmente falso, per farlo credere hanno speso milioni di dollari, anche all’estero, soprattutto in Ungheria, Italia, Germania, Francia. In Russia la propaganda trasforma la gente in zombie, uccide più della guerra perché colpisce l’anima. Ma di quale fascismo o nazismo parlano? Abbiamo un presidente ebreo, l’Ucraina è al primo posto in Europa per quanto riguarda la libertà di culto.

Non esiste un partito nazista in Ucraina, ci sono partiti nazionalisti di destra, ma nessun partito di ispirazione nazista è rappresentato in Parlamento, da dove le formazioni estremiste e radicali sono state espulse. Esiste una frangia della società civile di estrema destra, come in tutti i Paesi del mondo.

Per Putin, però, un patriota è un nazista e definirci tali è stato un ottimo pretesto per attaccarci. La propaganda putiniana sapeva quanto potesse essere suggestiva l’idea di una “denazificazione” dell’Ucraina, conosce l’importanza per i russi dei sacrifici fatti durante la “grande guerra patriottica” contro il nazismo. Ha giocato su quello.

I russi accusano gli Ucraini di non aver rispettato gli accordi di Minsk sulle autonomie nel Donbass.

A quegli accordi l’Ucraina arrivò con il coltello dei russi puntato alla gola. E non erano neanche accordi, ma un memorandum a cui Porošenko fu spinto  dalla Merkel e da Hollande.

In quel momento era necessario, perché i separatisti del Donbass erano stati pesantemente armati da Mosca. L’Ucraina si preparava a schierare il suo esercito a difesa dei suoi territori e doveva sedere al tavolo di una trattativa che naturalmente non poteva prevedere la cessione dei suoi territori.

La Russia incolpa continuamente l’Ucraina di non attuare il memorandum ma le loro sono le solite menzogne. I bombardamenti nel Donbass sono stati soprattutto dei russi, Loro hanno sempre avuto intenzione di alzare la tensione, e abbiamo poi capito il perché.

Se ti siedi al tavolo di un negoziato loro lo percepiscono come un segno di debolezza e alzano la posta. L’unica “diplomazia” che conoscono è quella delle armi e delle minacce, come quelle che continuamente rivolgono alla comunità internazionale perché revochino le sanzioni pena rappresaglie militari, paventando tutti i giorni l’escalation nucleare.

Parlano di accordi e memorandum, ma non ne hanno mai rispettato uno i russi di accordi i russi.

La Regione di Leopoli è geograficamente e culturalmente più vicina all’Europa. Crede che questo sia un elemento di protezione oppure nel caso di una escalation bellica finirebbe per essere la vittima perfetta per la Russia?

La Russia ha i mezzi per colpire qualsiasi città, in Ucraina e fuori. Non esistono posti sicuri.

I piani di Putin erano di occupare tutto il paese, e ritengo, ma è una opinione personale, che poi volesse dedicare le sue attenzioni alla Polonia e ai paesi Baltici. Lviv è un’altra capitale dell’Ucraina, direi che è la sorgente della sua cultura. Questo è il cuore dell’Ucraina, occupare Lviv non è come occupare Lugansk. È una linea che penso che i russi non oltrepasseranno. Ma tutto è possibile.

Quale può essere una via d’uscita? Un ritorno alla pace dopo la guerra?

Direi che ci sono due o tre opzioni.

La prima è che qualcuno che ne abbia il potere, da una parte o dall’altra, ordini il cessate il fuoco, e in questo caso la guerra finisce in 24 h.

Un’ altra è che l’Europa, gli Usa e qualunque altro Paese di buona volontà ci aiuti con le armi di cui abbiamo bisogno per resistere ed arrivare ad un negoziato, e questa mi sembra la opzione più realistica al momento.

È anche possibile però che la fine possa dipendere dalla complessiva situazione economica che col tempo si verrà a creare. Quanto tempo le parti in causa e non solo loro, possono resistere? Non tantissimo credo.

E nella guerra non ci sono solo drammatici costi umani. Qualche volta i costi economici e finanziari determinano il futuro più della perdita di vite umane.

A Leopoli, pur lontano dal fronte, come i cittadini stanno vivendo questa guerra?

La maggior parte della gente vive qui vive sotto una continua pressione. Ci sono gli allarmi, il coprifuoco e soprattutto le notizie che arrivano dal fronte dove sono impegnati parenti e amici.

È un momento difficile per noi, tuttavia c’è molta solidarietà, abbiamo fatto delle importanti donazioni alle popolazioni in prima linea, raccolti molti fondi destinati alla resistenza e agli aiuti umanitari.

Ci sono 7 milioni di rifugiati all’estero e tanti esodati all’interno del Paese, non si sa neanche quanti, che devono essere aiutati con cibo, case, lavoro. 150.000 di questi sono a Leopoli da mesi oramai e hanno bisogno del nostro aiuto. L’apparente spensieratezza che vedi per la strada è una nostra arma di difesa.

La stampa internazionale viene a Leopoli e pensa di vedere cadaveri o rifugiati piangere per strada. Qui non è come a Severodentsk è vero, ma ogni palazzo ospita gente che fugge dal conflitto, gli ospedali sono pieni di feriti dalla guerra, le nostre scuole sono frequentate da bambini che vengono via dalla guerra. Possiamo dire che non siamo in guerra?

Nel 2013 l’Europa pose al presidente Yanukovic condizioni molto gravose per un prestito che evitasse il fallimento dell’Ucraina, tanto che il prestito poi fu chiesto ai russi. Quanto ha influito questa decisione nel deterioramento dei rapporti tra ucraini debitori e russi creditori?

Credo che l’operazione fosse finalizzata a poter meglio reindirizzare il prestito verso le regioni dell’est come volevano i russi. Fu un errore fatale per noi rivolgersi a loro.

Cosa l’ha spinta a dedicarsi alla coltivazione della terra?

Ho lavorato come esperto in sviluppo umano ed economico, in Ucraina e all’estero. Poi ho deciso di dedicarmi anche all’attività della mia famiglia che durante l’Unione sovietica fu espropriata delle sue terre. Eravamo dei kulaki, piccoli proprietari, e per questo mio nonno fu anche arrestato e le nostre terre passate a un “kolchoz”, proprietà agricole collettivizzate.

Da quando è scoppiata la guerra, qual è l’immagine che le resta dentro?

La guerra non offre mai immagini rassicuranti. Cerco di convivere con l’idea della guerra, è l’unica cosa che possiamo fare.

L’ucraina ieri, e oggi. Domani come la immagina?

Non penso che l’ucraino sia un popolo speciale. Adesso forse lo è per l’attuale situazione, ma la guerra finirà, ed io spero che l’Ucraina divenga in futuro un paese di opportunità. L’ingresso in Europa, con il tempo che ci vorrà, ci obbligherà a delle riforme che sono necessarie. Per il futuro è questo il nostro obiettivo. In fondo la distanza da qui in Italia è la stessa che c’è per Severodonetsk. Per dire che ci sentiamo parte dell’Europa anche per quanto siamo vicini al cuore dell’Europa.

Cosa farà quando la situazione si sarà normalizzata dopo la guerra?

Mi dedicherò al mio lavoro, voglio far crescere il mio paese, darò il mio contributo come credo faranno tutti.

Alla fine l’Ucraina sarà libera e in pace, di questo sono certo.