L'ex premier Giuseppe Conte (foto: depositphotos)

di Federica Olivo

Tanto rumore per (quasi) nulla. Dopo giorni concitati, un’Aula sospesa di continuo nell’attesa del confronto, Conte consegna nelle mani di Draghi un (altro) penultimatum. Perché, no, non possiamo definire ultimatum quello che l’ex premier a lanciato a Mario Draghi, nel corso dell’incontro chiarificatore che avrebbe dovuto svolgersi lunedì e che poi, per la tragedia della Marmolada è stato rinviato.

Il confronto è durato poco più di un’ora e il messaggio che arriva da entrambe le parti è: “Non c’è rottura”. I 5 stelle non escono dal governo, ma, dopo un Consiglio nazionale in cui è prevalsa la linea governista di Patuanelli e Todde, recapitano al presidente del Consiglio una serie di “però”. Nove, nello specifico. Conte consegna a Draghi “il profondo disagio politico che la Comunità del Movimento 5 Stelle sta vivendo ormai da tempo, ancora più acuito dagli ultimi avvenimenti”. E un documento con una serie di lamentazioni, tipo: “Le abbiamo più volte rappresentato, invano, come non sia accettabile che il Consiglio dei ministri sia relegato al ruolo di mero consesso certificatore di decisioni già prese, con provvedimenti normativi anche molto complessi che vengono portati direttamente in Consiglio o, quando va bene, con un anticipo minimo, comunque inidoneo a consentirne un’analisi adeguata”. Segue l’elenco delle richieste. A scorrerle qualcuno resterà sorpreso: nessun cenno alle armi all’Ucraina, quando a giorni potrebbe essere varato il quarto decreto. E nessuna menzione al termovalorizzatore di Roma.

In questa pièce a tratti tragica a tratti comica, cosa chiede Conte a Draghi? “La nostra Comunità, di fronte all’aggravarsi della condizione economica di famiglie e imprese, di fronte all’aumento delle fasce vulnerabili della popolazione, di fronte all’impoverimento ormai evidente anche del ceto medio, si aspetta da Lei posizioni chiare e risolutive, in particolare sui seguenti temi”, premette. E via con la lista delle richieste: primo tra tutti, il reddito di cittadinanza: “Occorre un Suo chiarimento definitivo, che ponga fine alle continue polemiche, del tutto irricevibili. Soprattutto non siamo disponibili a considerare ulteriori restrizioni ancora più penalizzanti, preordinate a restringere la portata applicativa di questa riforma. Siamo invece disponibili a valutare soluzioni utili a migliorare il sistema delle politiche attive”, dice Conte.

Seguono richieste sul salario minimo, sull’applicazione del decreto dignità, su aiuti a famiglie e imprese che, sostiene “richiedono uno scostamento di bilancio”. Piccolo inciso: il decreto Aiuti, che attende di essere votato alla Camera previo placarsi delle acque in casa 5 stelle, prevede esattamente aiuti a famiglie e imprese. Conte chiede ancora a Draghi interventi sulla riscossione fiscale, sulla transizione ecologica sul cashback fiscale e sul superbonus. Su quest’ultimo punto si è incartato il lavoro parlamentare sul dl Aiuti. Dall’ex premier, infine, la richiesta di introdurre una clausola sulle leggi di delegazione che preveda “che ogniqualvolta il Governo non si conformi al parere espresso dalle Commissioni parlamentari, il Governo stesso ritorni in Parlamento per motivare specificamente la sua scelta e solo dopo questo passaggio sarà possibile l’approvazione definitiva del decreto legislativo”. Tutto molto vago, con un occhio a quel che resta dell’elettorato dei 5 stelle. Agenda alla mano, tutto rinviabile. Sicuramente è rinviata la crisi di governo.

Resta il nodo fiducia al Dl aiuti. Dopo una serie di tira e molla, il governo ha deciso di porla. Si voterà domani, 7 luglio, alle 14.25. I 5 stelle speravano che il passaggio saltasse, così da togliersi dall’imbarazzo del votare sì a un provvedimento che contiene anche la norma sull’inceneritore di Roma. Il governo era possibilista, ma la mossa avrebbe fatto infuriare le altre anime della maggioranza. E Salvini, con la mente già a Pontida, non aspettava altro che fare la voce grossa. Sulla questione Conte dice: “Ne parleremo in riunione con i gruppi e definiremo la nostra posizione. I nostri ministri non hanno partecipato al voto in cdm per una norma del tutto eccentrica. La nostra posizione è chiara: non siamo qui per predicare transizione ecologica di giorno e consentire nuove trivellazioni di notte”. E, a quanto si apprende, la linea dei 5 stelle sarebbe quella di votare per la fiducia, ma di astenersi sul voto finale. Che, a pensarci, era l’idea già ventilata qualche giorno fa, quando le fibrillazioni erano iniziate.

Gli equilibri in questa fase restano delicati, ma la strada del logoramento del governo Draghi sembra essere irreversibile. Il problema, a questo punto, non è se cade, ma come fa a lavorare nei prossimi mesi.

Da Palazzo Chigi parlano di un incontro “positivo e collaborativo”. Draghi “ha ascoltato con attenzione quanto rappresentato dal Presidente del M5S”. E, prossimamente, darà un riscontro. Molti temi posti da Conte, aggiungono le stesse fonti, “si identificano in una linea di continuità con l’azione governativa”.

Intanto a breve a Montecitorio è la discussione del dl Aiuti. Rimasta appesa, per tutto ieri e buona parte di oggi, a questo incontro. Che tutto è stato fuorché un redde rationem.