DI MASSIMO TEODORI

Passato il 4 luglio, l’anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, chiediamoci dopo 150 anni cosa è vivo e cosa è morto dello spirito della Carta fondante della maggiore potenza d’oggi: “Noi [americani] riteniamo che siano di per sé evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali, dotati dal Creatore di taluni Diritti inalienabili, tra i quali la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità…”.

Negli Stati Uniti è in atto una autentica “guerra culturale” analoga, ancorché non combattuta militarmente, alla Guerra civile. La contrapposizione, per non parlare di scissione tra due Americhe, è talmente profonda da far pensare a una frattura antropologica che divide la società, radicalizza il sistema politico e travolge l’indirizzo costituzionale.

La sentenza che cancella la legalizzazione dell’aborto in tutto il territorio nazionale, Roe vs. Wade emessa nel 1973, è solo il primo ribaltamento di quella tendenza costituzionale che per quasi un secolo ha allargato l’orizzonte dei diritti civili così come era avvenuto nel 1954 con Brown vs. Board of Education che aveva innescato il movimento integrazionista degli afroamericani con effetti dirompenti in tutti gli Stati del Dixie.

ll nuovo corso della Corte suprema a maggioranza conservatrice con punte reazionarie (6 a 3), che si richiama alla dottrina dell'”originalismo”, vale a dire a ciò che era o non era scritto nel testo originario del 1790, occulta la spinta politica che ha ispirato la sentenza costituzionale. Quella che è quasi sempre stata l’istituzione equilibratrice e innovatrice dell’unità federale, facendo da contrappeso alle inerzie politiche, è divenuta sotto, la spinta prima del giudice Samuel Alito e oggi di Clarence Thomas, il punto di arrivo politico-tradizional-religioso del movimento pro-life che si è ingrossato con la presidenza Trump insieme ai settori violenti tipo Proud Boys che vogliono risolvere la guerra culturale con le armi (assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021).

Ma la retromarcia ad U della Corte suprema rispetto alla linea liberal sui diritti civili seguita dalla fine degli anni Trenta, è solo alle prime battute. Sono state annunziate o evocate decisioni riguardanti una ulteriore liberalizzazione delle armi, l’abolizione del matrimonio omosessuale, il divieto della pillola, etc.

L’orientamento populista-tradizionalista della Corte inciderà non solo sui diritti civili ma anche sul sistema politico avendo come obiettivi il restringimento del diritto al voto, la procedura di convalida delle elezioni presidenziali da trasferire agli Stati sottraendola al Congresso federale, e la revisione dei criteri di convalida dei giudici costituzionali.

In realtà il nodo politico-costituzionale sotto attacco del movimento trumpista che ha conquistato buona parte del partito Repubblicano è l’erosione dei poteri federali di Washington – che hanno quasi sempre rappresentato i veicoli delle innovazioni sociali, civili ed anche economiche – e il rafforzamento dei poteri  degli Stati. Una dialettica che fu all’origine della Guerra civile nell’Ottocento. 

Questi gli effetti della guerra culturale. Una ventina di Stati del Sud e dell’Ovest a prevalente carattere rurale e prevalentemente evangelico-integralisti, continuano a essere i bastioni di quella vecchia America che si oppone alla società multietnica e multirazziale, che pure è il carattere distintivo degli Stati Uniti. Questa porzione della società americana afferma apertamente la supremazia dei bianchi e agita la paura che i non-bianchi possano divenire la maggioranza della popolazione.

Tale frattura antropologica è la base della guerra culturale, Stati rurali contro Stati metropolitani, società bianca contro società multirazziale, a favore o contro la politica dell’identità della razza, del sesso, del genere.

La radicalizzazione generale non colpisce solo la Corte suprema: ha importanti riflessi anche sull’assetto politico. Il partito Repubblicano non è più quello storico dai lineamenti liberal-conservatori e internazionalisti, ma soprattutto l’espressione dei ceti di una parte dell‘America che si sente esclusa dalla società metropolitana e rifiuta gli orizzonti radicali che non si identificano con il partito Democratico ma trovano in esso ascolto. L’elezione di Biden tra i Democratici è stato un tentativo del partito Democratico di mostrare il volto moderato-riformista emarginando quello radical-estremista.

Il mutamento più significativo della politica è tuttavia la scomparsa della pratica del “compromesso” che è sempre stata un pilastro del sistema istituzionale. Compromesso tra i due partiti, una volta conclusisi gli scontri elettorale, compromesso tra le varie branche del governo – Presidenza, Congresso, Corte suprema – e compromesso tra le diverse visioni etico-individualistiche presenti in una società pluralistica e multireligiosa. Questo fin qui è stato il miracolo del liberalismo americano. Che ne sarà in futuro?