Rocco Morabito

di Matteo Forciniti

Ha cercato di sfuggire alla giustizia italiana per quasi trent’anni girovagando per il Sud America mentre muoveva tonnellate e tonnellate di cocaina. Questa volta però al boss della ‘ndrangheta Rocco Morabito il piano di fuga non è riuscito: dopo una lunga attesa, il Brasile ha autorizzato l’estradizione del secondo (ex) latitante più ricercato d’Italia che all’alba di questa mattina è arrivato all’aeroporto Ciampino di Roma, l’epilogo inevitabile di una carriera criminale di primissimo livello iniziata ad Africo, in Calabria. Su di lui pende adesso una condanna a trent’anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di droga che ha portato al mandato di arresto emesso dalla procura generale di Reggio Calabria.

Il risultato appena raggiunto con l’estradizione in Italia del boss mafioso è stato un risultato tutt’altro che semplice. Proprio pochi giorni fa, dopo l’autorizzazione della Corte suprema federale, il ministero della Giustizia brasiliano aveva bloccato il procedimento perché era saltato fuori un mandato d’arresto provvisorio nei confronti del boss emesso dallo Stato di San. Un episodio, questo, che in realtà è stato solo l’ultimo di una serie di colpi di scena che hanno accompagnato la lunga latitanza del broker di fama internazionale partito dalla Locride con il soprannome di “U Tamunga” per via del Dkw Munga, un fuoristrada militare tedesco con cui scorrazzava nelle strade del paese da giovane.

La lunga fuga di Rocco Morabito comincia nel lontano 1994 a seguito della condanna definitiva ricevuta. Colui che era stato ribattezzato come il “re della cocaina di Milano” sceglie il Sud America per stabilirsi diventando un personaggio fondamentale per l’organizzazione; è qui che allaccia stretti legami con i diversi cartelli della droga curando gli interessi delle famiglie calabresi diventati nel frattempo una vera e propria multinazionale con capacità economiche stratosferiche in grado di arrivare ovunque, anche ai livelli più alti come dimostrato in Uruguay.

Per 15 lunghi anni l’ambasciatore della ‘ndrangheta vive tranquillamente a Punta del Este dove da una lussuosa villa gestisce un traffico di droga internazionale verso l’Europa di dimensioni enormi. In Uruguay si fa passare per Francisco Antonio Cappelletto Souza, facoltoso imprenditore brasiliano ufficialmente attivo nel settore dell’import-export e nella coltivazione intensiva di soia. Il primo arresto in terra sudamericana avviene a Montevideo nel settembre del 2017: da allora ingaggia una lunga battaglia legale per evitare la temuta estradizione provocando tra l’altro anche la firma di un trattato di cooperazione giudiziaria tra Italia e Uruguay nel 2019 rivelatosi poi inutile per lui. Infatti, nella notte del 24 giugno del 2019 succede esattamente quello che gli 007 uruguaiani avevano previsto con la clamorosa e cinematografica fuga dal carcere “Central” di Montevideo in compagnia di altri tre detenuti. Quella fuga riesce soltanto a far chiudere definitivamente la carcere “Central” che già cadeva a pezzi ma diventa una barzelletta per l’immagine dell’Uruguay dato che è rimasta totalmente impune. A distanza di tre anni le indagini della magistratura hanno un solo poliziotto indagato e l’eterna promessa che qualcosa di nuovo prima o poi arriverà.